La sala ha pareti color arancio e pavimento in legno; il sole del tardo pomeriggio filtra appena dagli alti finestroni irradiando una luce calda e carezzevole.
Nel giro di pochi minuti la sala si popola. Pian piano prendiamo possesso dello spazio a nostra disposizione, ci scambiamo qualche saluto a mezza voce, qualche sorriso sincero, qualche sguardo d’intesa. Ci disponiamo alla quiete.
Il silenzio in realtà è rotto dal frequente passaggio di motorini, automobili, autobus che sfilano lungo la strada vicina ricordandoci il tempo al quale apparteniamo, ma che ascoltiamo col distacco di chi è consapevole di saper vivere senza fratture in questo mondo, mantenendo però la capacità di concentrare l’ascolto e la consepevolezza anche al proprio interno.
Stendo il mio tappetino, mi siedo incrociando le gambe, la schiena eretta, le spalle aperte e morbide, il mento posto leggermente verso il petto, quel tanto che basta per distendere la cervicale.
Ciò risponde a quanto la maestra chiede a tutti noi: “Assumete una posizione comoda ma dignitosa”.
In effetti la posizione seduta dello yoga è questo: non c’è orgoglio e presunzione nell’apertura del petto e, quando la schiena è morbidamente eretta e lascia fluire il respiro, svanisce l’atteggiamento di resa, sconfitta, sfiducia in noi stessi, che a volte ci piega.
Le braccia sono rilassate, le mani adagiate sulle ginocchia con il palmo verso l’alto.
Per qualche istante mi fermo a sentire la sensazione delle ginocchia che sostengono le mani e poi di queste che si adagiano su quelle. Metafora di due capacità che hanno modo di coesistere: la possibilità di trovare in noi un sostegno e la fiducia che ci consente di abbandonarci ad esso.
Il respiro si fa via via più consapevole, guidato dalle istruzioni di colei che ci guida in questa esperienza.
Con l’inspiro l’aria fresca e ricca di vita riempie il torace e imprime alla schiena una rinnovata intenzione di verticalità.
Con l’espiro il ventre si comprime ad espellere l’aria già usata, a svuotare completamente affinchè il nuovo possa entrare.
L’attenzione di tutti noi è rivolta al gesto che compiamo, al respiro che ci abita, che possiamo regolare e dal quale possiamo a nostra volta essere regolati. Chi respira lentamente, profondamente, consapevolmente, non si lascerà andare all’ansia al primo evento inatteso.
Gli occhi sono socchiusi e così le labbra, la lingua è adagiata morbidamente nella cavità che la ospita.
Non ci sono tensioni nel nostro corpo e via via cerchiamo di allontanarle anche dalla nostra mente. Lo sguardo è rivolto all’interno. Ciascuno di noi prova a fare questo come può.
Io costato il buio che c’è dentro di me e non me ne preoccupo. Non è un buio che mi fa paura. E’ qualcosa che conosco. Fisso lo sguardo in un punto che trova corrispondenza tra i miei occhi, dentro di me. Converge lì la mia vista interiore e lì si ancora la mia volontà di non andare altrove. Ma “la mente è una scimmia pazza punta sul sedere”, come dice la maestra, e indomita e irrequieta mi disobbedisce, si prende gioco della mia volontà.
La scopro a vagare in episodi di lavoro vissuti solo qualche ora fa o in eventi più o meno importanti occorsi anche anni or sono. La trovo a pensare a mio figlio, seduto qualche tappetino più in là o anche solo alla cena da preparare al mio rientro a casa.
Tutto questo non mi turba e non mi angustia.
Mi limito a osservare i pensieri che arrivano e, anzichè trattenerli, li lascio andare.
Riporto l’attenzione sul mio sguardo interiore e sul mio respiro cadenzato, lento, profondo.
Non c’è giudizio sul divagare del pensiero, non c’è pretesa su quanto riesco o non riesco a fare.
C’è solo osservazione e intenzione.
L’osservazione di me stessa nell’atto di respirare e al contempo di osservarmi.
L’intenzione di inserirmi nello spazio che sta tra due pensieri e morbidamente allargarlo quello spazio, entrarci e fermarmici un po’, nel silenzio, nella quiete, nel respiro: un respiro che mi abita e nel quale io mi sento a casa.
Inspiro. Espiro. Lentamente. Profondamente.
Il mio respiro mi respira per un tempo che non conosco, per un tempo che trascorre nell’immutabile essere “ora”, in un luogo che sono io.
Un lieve scampanellio interrompe delicatamente la pratica.
É un segnale noto, convenuto.
Vorrei fermarmi ancora un po’ lì dove mi trovo. Cedo però al richiamo e lentamente torno.
Il pensiero si allarga, esce da me per comprendere altro. Gli occhi sono ancora socchiusi e il respiro profondo.
Il ritorno viene accompagnato delicatamente dal canto dell’OM cui tutti noi partecipiamo e si conclude giungendo i palmi delle mani e atteggiando il capo ad un lieve inchino di saluto, rispetto, condivisione al suono di Shanty: Pace.
Apro gli occhi, mi giro a guardare, tra gli altri, mio figlio e lui guarda me. Non c’è domanda nei nostri occhi, non c’è bisogno di chiedersi nulla. Ognuno ha vissuto la propria esperienza. Siamo due persone nel mondo. Raccogliamo le nostre cose e tranquillamente torniamo a casa.

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