Le piaceva come il mondo le scorreva ai lati quando, sentendosi ben più leggera di quanto la bilancia dichiarasse, correva lungo le strade del suo quartiere. Il passo agile, il respiro regolare e il pensiero sereno erano, in quella circostanza, tutt’uno.
Appena chiusa la porta di casa dava uno sguardo al telefonino che portava sempre con sé per vedere l’ora, un altro sguardo alla sua destra ed alla sua sinistra, come se dovesse attraversare una strada trafficata, e cominciava a correre.
La corsa era per lei un’attività liberatoria. Cominciava subito con un passo sostenuto. Non le piaceva partire piano e imprimere un ritmo in crescendo man mano che lasciava la strada dietro di sé, come molti runners abitualmente fanno. Si lanciava subito con convinzione, come se partendo lentamente potesse darsi il tempo di cambiare idea e risolversi a fare altro, una semplice passeggiata, o chissà cosa.
I suoi allenamenti non erano studiati con lo scopo di migliorare tempi e distanza percorsa. Non c’erano allunghi e ripetute e limiti da superare di volta in volta. C’erano uno spazio e un tempo e lei li attraversava entrambi con energia.
Ingranato il giusto ritmo procedeva con decisione e soddisfazione, presa, assorta.
Il mondo non smetteva certo di esistere, non smette mai, fa sempre parte di noi e noi di lui. Ma quando correva, lei, lo guardava in transito questo splendido mondo; lo ammirava in stile mordi e fuggi. Un po’ come quando si prende un treno e guardando fuori dal finestrino ci si emoziona per ciò che si vede ma si lascia indietro l’immagine, lo scorcio, la situazione su cui si è poggiato per un momento lo sguardo, pronti ad accogliere altri colori, altre forme, altre emozioni, consapevoli di quanto anche l’attimo che dedicheremo loro sarà breve.

Il tragitto era quasi sempre lo stesso. Raggiungeva in pochi minuti la strada che costeggiava la ferrovia, la seguiva per un lungo tratto e poi tagliava per i viali che attraversavano il grande complesso di case popolari prima di arrivare al parco. Lì l’allenamento, lontano dai tubi di scappamento delle automobili in moto perenne e dai loro scarichi nocivi, si faceva più disteso e, al contempo, più intenso.

Quella mattina ascoltava le calde parole di Ivano Fossati mentre attraversava il quartiere. Correva spesso con la musica nelle orecchie e quando i brani scelti erano in sintonia con le condizioni metereologiche oltre che con il suo stato d’animo, poteva persino sentirsi felice.
C’era nell’aria odore di pioggia, il cielo era plumbeo, e il verde degli alberi e delle aiuole che di tanto intanto incontrava, pur stagliandosi deciso nella sua intenzione di sdrammatizzare l’atmosfera, altro non faceva se non esaltare per contrasto lo spessore del grigio che sovrastava oltre alle cose intorno, lo stato d’animo di lei. Il suo umore in effetti, se non poteva dirsi propriamente triste, era però aperto ad accogliere sensazioni intense, persino dolorose.
Rallentò un momento, quel tanto che le serviva per selezionare sul suo lettore la musica che aveva d’un tratto sentito il bisogno di ascoltare. Fece appena in tempo a recuperare il passo che venne inondata dallo struggimento delle note che Michael Brecker suggeriva al suo sassofono. Proseguì per qualche minuto vivendo un dualismo difficile: come poteva imprimere al suo corpo un ritmo così sostenuto quando tutto ciò che la circondava e si scontrava con i suoi sensi sembrava chiederle di rallentare, fermarsi, rifugiarsi in un luogo qualsiasi, fosse ache se stessa quel luogo? Ma si rispose sorridendo che aveva la forza di portarlo con sé quell’insieme di sensazioni e colori e suoni e odori. E il suo sorriso si fece ancora più aperto pensando che non lo avrebbe trascinato a fatica, lo avrebbe reso tollerabile e lieve col passo spedito e leggero, col respiro cadenzato e tranquillo, con quel sorriso aperto e tenace.

La voce che la distolse da questo pensiero risuonò forte e risoluta ma ossequiosa: “Ciao signora, sei proprio una sportiva!”. Stava percorrendo uno dei viali che attraversava le case popolari. Guardò all’insù e vide l’uomo che l’aveva salutata con fare allo stesso tempo confidenziale ed estremamente rispettoso. La chiamava signora ma le dava del tu! Sorrise della cosa sorridendo all’uomo. Alzò una mano in segno di saluto e proseguì lasciandoselo alle spalle, mentre lui, ne era certa, la seguì con lo sguardo fin quando lei non uscì dalla sua vista svoltando all’angolo della strada.

L’incontro non fu fine a se stesso e non terminò in quei pochi istanti in cui i due si videro e si salutarono. In ciascuno di loro si innescò un’idea, si concepì un pensiero che aveva in sé la possibilità di farsi ragionamento o rimanerne embrione.
Quanto erano differenti le loro esistenze. Pur vivendo a pochi isolati di distanza, nello stesso quartiere della stessa città, le loro vite s’incontravano solo nella corsa.
Si erano conosciuti al parco dove entrambi, in estate, andavano al mattino molto presto.
Lei concludeva lì il suo allenamento dopo aver percorso in lungo e in largo le strade del quartiere che a quell’ora del mattino deserte e immobili l’affascinavano così tanto. Sembrava di attraversare gli scatti di un fotografo, scatti dove ciò che vedi è incredibilmente reale ma che, privato del movimento, viene trasformato in opera d’arte. Correre in quei luoghi incantati, attraversare quegli scatti pregiati, portare in essi il movimento, diveniva esperienza, produceva emozione.
Quando infine entrava nel giardino pubblico lui era quasi sempre già lì. Non alto, vestito molto più del necessario, un asciugamani poggiato sul collo, lo sguardo un po’ allucinato. Sembrava più un pugile fuori dal ring che non un podista. Si allenava facendo dei saltelli e tirando pugni al vento con sequenze studiate, variando ritmo e intensità.
Per diverso tempo Luigi, questo era il suo nome, aveva cercato di stabilire un contatto con lei che, pregna della stessa diffidenza che spesso criticava in altri, lo aveva evitato con cura. Poi un giorno accettò di fare un po’ di strada in sua compagnia e lui le aprì in un momento la porta del suo mondo. Le parlò del perchè scappava al parco ad allenarsi ogni volta che poteva. Aveva passato 10 anni in carcere per un delitto che non aveva commesso. Era riuscito a superare quella fase della sua vita aggrappandosi, con la tenacia ossessiva che riuscì a tenerlo lontano dalla disperazione, all’asse del bilanciere in palestra e scaricando rabbia, rancore, odio su di un sacco di cuoio, armato di guantoni.
Era riuscito così ad attraversare quel tempo tanto lento a trascorrere limitando i danni. Quante persone aveva visto perdersi, alienarsi. Ricordava alcuni compagni giunti a procurarsi ferite da taglio sulle braccia pur di dimostrarsi, provando dolore, di essere acora in vita, ancora presenti, se non al mondo almeno a se stessi.
Usavano il filtro delle sigarette, lo esponevano alla fiamma dell’accendino e quando era ben caldo lo gettavano a terra, lo pestavano con cura fino a renderlo fino e, una volta raffreddatosi, tagliente come una lametta da barba. Poi si laceravano con esso pelle, carne, anima e restavano a guardare il loro stesso sangue scorrere via, apparentemente indifferenti alla cosa, intimamente scossi.
Era stato scarcerato ormai da più di un anno, ma ancora sentiva forte il bisogno, appena sveglio ed ogni volta che poteva, di uscire a respirare l’ossigeno degli uomini liberi, di sentire i muscoli in tensione, di sentire la vita trasudare da ogni suo poro.
Non era certo stato un uomo irreprensibile Luigi, questo non provava neanche a nasconderlo. Ma era stato incolpato di un omicidio politico, lui che di queste cose non si era mai interessato. Era l’epoca delle B.R. E pensare che lui quella sigla credeva volesse dire Borgate Rosse, tanto la sua esperienza di vita era limitata, non andava oltre i confini del quartiere. Un omicidio politico, come avrebbe mai potuto! Solo per puro caso durante un’indagine su un crimine simile, avvenuto a distanza di 10 anni dalla sua carcerazione era stato scagionato ed aveva riavuto la libertà.
Lei lo ascoltò con attenzione, non disse quasi nulla, continuò a corrergli a fianco, guardandolo di tanto in tanto, sostenendolo con quella vicinanza nella corsa, riconoscendogli in quel modo comprensione e rispetto. Non gli raccontò della sua vita, né lui le fece domande, neanche come si chiamasse. Era chiaro, traspariva da ogni dettaglio della sua persona che la vita di lei era trascorsa nell’agio e nella serenità. Non c’era altro da dire.
Dopo quella volta, di tanto in tanto i due avevano fatto qualche giro del parco insieme, senza più affrontare l’argomento, dicendosi poche parole, condividendo il ritmo del passo e del respiro.
Le loro esistenze si sfioravano in istanti rapidi, come quel saluto lanciato da lui dal balcone con entusiasmo controllato, con confidenza trattenuta e da lei corrisposto in un sorriso, in un gesto amichevole, fatto però senza fermarsi, proseguendo per il proprio cammino, la propria vita che era altro da lui.

Più avanti, sempre quel giorno, appollaiato sull’inferriata della stazione ferroviaria, Anna, questo era il suo nome, incrociò un corvo. Lui stava lì immobile, l’atteggiamento goffo conferito dal collo lievemente incassato, il becco chiuso in una smorfia quasi di indifferenza, la seguì pigramente per un istante col suo occhio mobile. Lei lo guardò a sua volta e sorrise divertita passandogli davanti. Anche le loro esistenze si incontrarono per un momento. Probabilmente il corvo non la guardò allontanarsi. Lei sorrise ancora una volta lasciandoselo dietro, pensò solo: “Bella la vita!”