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La scoperta di quella meravigliosa ‘consorteria’ avvenne per caso, come gran parte delle cose belle della vita. Era la fine di ottobre e mi accorsi di aver bisogno di bottoni nuovi per il mio loden. A Venezia, come in molte altre città inghiottite dal turismo, le mercerie sono pressoché sparite. Una collega scrisse in fretta un indirizzo su un angolo del quotidiano e con sollecitudine aggiunse:

– Non è semplice arrivarci: una passeggiata di mezz’ora a passo svelto!

Presi per una calle che sembrava portare in luoghi oscuri svoltando a sinistra per la fondamenta del Parucheta poi  continuando lungo calle del Tentor percorso assai tortuoso per una merceria davvero sconta, nascosta, per i non veneziani. Proseguendo tentoni arrivai fino in campiello delle Strope, un luogo intriso di luce con tanto di pergola, di vera da pozzo e fontanella, magnificamente ubicate, immerso in un silenzio leggero.

A lato dei giardini, autentica sorpresa veneziana, una porta con una vetrina buia quasi si volesse nascondere la reale natura di quel luogo. A indicare che si trattava di un negozio, una scritta sbiadita: ‘Callegari 1880’ nessun’altra traccia che mi confermasse di essere arrivata nel posto giusto. Spinsi la porta ed entrai. Ad accogliermi, nella penombra del locale, gli occhi color zaffiro di un pletorico gatto e un profumo avvolgente di cera, di legno di cirmolo, di erbe e fiori secchi di montagna. Atmosfera densa di fascino quasi da set cinematografico: un lunghissimo bancone in legno sul quale erano appoggiate decine e decine di scatole ognuna delle quali conteneva bottoni di diversa forma e misura.

Dai più piccoli, diciamo quelli per camicie, ai più grandi per giacche e cappotti, alcuni così belli e luminosi da sembrare perle di mare. Un desiderio infantile mi prese di immergere le mani in quelle scatole, toccare quegli oggetti così lucidi sentire sotto i polpastrelli la perfezione delle forme, misurarne la differenza. Mi fermai per tempo, riacquistando il dominio delle mie azioni.

Seguiva poi un’ulteriore divisione questa volta in base ai colori prima quelli chiari e poi via via tono dopo tono, come una cartella ral, per concludere con il nero.

Dietro al bancone due donne dall’età non definibile. Entrambe con un grembiule da lavoro nero e colletto bianco, sulla tasca ricamato il nome del negozio con lo stesso colore dell’insegna. La prima, leggermente più alta, ordinava al telefono dei filati, distinguendoli per numero, sollecitando l’interlocutore a una rapida consegna; l’altra invece mostrava a una signorina di una certa età dei ferri da calza. Dio mio…i ferri da calza autentici pezzi di archeologia industriale, correva ancora il novecento  quando li  usai l’ultima volta, quasi mi ero dimenticata della loro presenza sulla terra.

Ma quello che attirò la mia attenzione fu un vocio sommesso che proveniva da una stanza attigua. Dalla porta socchiusa, alle spalle del bancone, intravidi un gruppo di donne disposte a semicerchio sedute su comode poltroncine trasparenti.

Potevano essere una decina, di ogni età, un paio mi sembravano addirittura liceali. Una sorta di gineceo del ventunesimo secolo in trasferta fuori casa. In mezzo a loro una trentenne assai carina e grintosa impartiva veloci istruzioni circa il punto lanciato, il punto piatto e la nobile arte della ‘sfilatura’. Evidentemente lo stereotipo della ricamatrice anziana, con i capelli bianchi, gli occhiali legati a una catenella, di fronte al caminetto  veniva qui decisamente smantellato con secchi colpi di forbice. Sentivo il loro chiacchiericcio, le risate e  le battute a voce più alta. Intrigata da quell’atmosfera chiesi spiegazioni alle commesse: corso di cucito, due ore, una volta alla settimana, il giovedì pomeriggio. Iniziato da poco e sarebbe finito con la chiusura delle scuole. In quell’istante sentii la voce squillante dell’insegnante che diceva:

– Quest’arte è così intima e discreta, fonte di profonda serenità e soddisfazione per chi la pratica e per chi sa goderne. È un impegno costante che permette di intrecciare, oltre ai fili, nuove conoscenze e nuove amicizie.

All’improvviso mi tornò in mente ciò che mi disse mia madre la mattina del mio matrimonio. All’alba di una notte insonne ci ritrovammo noi due sole davanti a una tazza di caffè forte, il primo della giornata:

– Ricordati di conservare sempre uno spazio nella tua vita da dedicare all’amicizia fra donne. Ricordalo anche quando arriveranno i bambini e la vita ti sembrerà una corsa impossibile. Soprattutto in quei momenti lì, quelli difficili, non dimenticare che è di loro che avrai bisogno, delle amiche autentiche perché solo le donne sanno comprendere l’impercettibile, solo le donne sanno scegliere le parole da usare con saggezza e solo le donne sanno osservare ciò che altri si limitano a guardare. Curando con amore e passione quel giardino fatto di condivisione di piccole e grandi cose quotidiane dedicandosi con pazienza e con perseveranza alla non semplice arte di coltivare gli affetti il tuo angolo verde non ti deluderà mai, al contrario ti regalerà per tutto il corso dell’esistenza dei fiori preziosi e tanto più si faranno belli man mano che invecchierai. –

La vita si sa ha le sue strade, ha i suoi piani, più o meno comprensibili, per ognuno di noi. Un avanzamento di carriera mi sbalzò nel giro di pochi mesi in una città lontana e la bellezza dei luoghi da sola non può certo attenuare la malinconia, quel languore sottile  che a volte ti prende così, all’improvviso, magari mentre stai guardando una vetrina e pensi ‘quella borsa farebbe impazzire di gioia Maria Lina.’ E allora le mandi in fretta una foto.

Il sole stava calando lasciando spazio al crepuscolo…il crepuscolo di una giornata limpida e lieve di ottobre a Venezia, quasi impossibile chiedere qualcosa in più. Le soffici foglie a terra sotto i grandi alberi, quel giorno più belle di una bella poesia, riuscirono persino a commuovermi. Deve essere la vecchiaia, pensai.

Un signore anziano con un gesto lento aprì la fontanella vicino al pozzo per abbeverare il suo cane. La bestiola, una volta appagata, rivolse al suo padrone uno sguardo che non aveva bisogno di spiegazioni, lo sguardo del mondo intero.  L’uomo, in risposta, sorrise con pienezza. Li vidi poi allontanarsi fianco a fianco per il sottoportico della Furatola  dov’erano numerosi bàcari che vendevano pesce fritto e vino sfuso.

– Posso iniziare subito? domandai con veemenza – il mio nuovo giardino  sta aspettando.