Forse sto proprio invecchiando, a dir la verità. Che non sono più l’uomo di una volta già me l’aveva detto la mia ex moglie eh-eh… la barba sta diventando bianca, sempre più bianca, e anche il corpo si è declassato a cinquanta anni sul groppone. I denti sono gialli, forse perché fumo troppo, e il mio alito sa di vino; ma il vino non è mai troppo poco e le sigarette anche. Oddio, quanto odio, odio la vita! Tutta quella gente che si rincorre, che va da un lato all’altro della città, che spreca il suo tempo in cose inutili, io… proprio non la capisco. Anzi, a dire il vero non l’ho mai capita fin da quando ero piccolo. Vedere persone, lavoratori che andavano come formiche in quelle prigioni di cemento più comunemente chiamate fabbriche, a lavorare a turni massacranti, a perdere ore di tempo prezioso della loro vita per raggiungere chissà quale scopo, chissà cosa di così tanto interessante. Anche mio padre faceva parte di quella schiera di esseri viventi più comunemente chiamati Umanità, nel loro insieme, che si sbracciava e consumava le suole delle scarpe lungo la strada e negli uffici ministeriali per una piccola quantità di denaro. Eppure lui era diverso da altri della massa; per carità, non dico che fosse l’unico ad essere diverso né tanto meno il migliore, ma almeno cercava di dare concretezza d’obiettivo alla sua attività. Egli, al contrario di molti, puntava a fare del bene. Un bene non diretto a pochi, quanto piuttosto un pubblico interesse da coltivare con pazienza, comprensione, coerenza, ordine. A pensarlo tutti quei giorni nell’ufficio ben disposto, ben ordinato, a combattere con lamentosi clienti… però questa è un’altra storia; vi tedierebbe.
Mi trovo in questo letto scomodo, e guardo intorno alla camera i quadri che non sono riuscito, ahimè, a vendere. Non che io abbia assolutamente bisogno di soldi, non che abbia tutta questa grande necessità. Il legame che ho col denaro è tutt’altro che indissolubile, tutt’altro che un rapporto d’amore. I soldi… i soldi mi servono soltanto per pagarmi i vizi in fondo! Qualche spicciolo per pagarmi il vino, la birra e le sigarette, fare un salto a comprare qualcosa da mangiare dal droghiere qui sotto. Un paio di tapas al bar, altrimenti. Io mangio spesso tapas. Da quando sono venuto da Sarajevo fin qui, ho sempre mangiato tapas. Amate fin dall’inizio. La Spagna alla fine è bella, sì, anche se speravo di trovare la giusta armonia tra uomo e spirito, tra l’uomo e sé stesso. Non l’ho trovata, certo, però siamo a buon punto. Bisogna solo lavorarci un po’. Comunque vi dicevo che avevo intenzione raccontarvi una storia, del resto siete qui per questo, no? Ebbene, vi racconterò di un mio vizietto, e non parlo delle sigarette, del vino o di che altro, dato che quello già ve l’ho accennato (e si rivelerebbe alquanto noioso ad un certo punto), quanto più che altro di un mio particolare feticismo, una passione che avevo fin da piccolo, da quando vedevo signore più o meno giovani passare a comprare fiori da mia madre, al mercato di Sarajevo.
Io, fin da piccolino, ero innamorato delle calze a rete.
Non delle gambe femminili, anche se le adoro e le trovo fantastiche, ma delle calze a rete in particolare. Ecco il fatto che vorrei raccontarvi, accaduto veramente. Andò più o meno in questi termini…
Un giorno, un giorno che mi trovavo solo a casa, dopo esser stato appena licenziato da una radio locale andata in fallimento, tirai fuori una birra dal frigorifero (spesso si inizia bene a raccontare storie partendo dall’alcol). La stappai e diedi una sorsata mentre con l’altra mano sfogliavo il giornale steso sul tavolo. Lì di fianco, tra una bottiglia di vino vuota ed un paio di bicchieri anch’essi vuoti (uno mio e l’altro tirato fuori per un mio collega di radio, che m’aveva lasciato qualche minuto prima), si trovavano i resti di un tramezzino con pollo e insalata che ci mise poco a finire nel cestino dei rifiuti all’angolo della cucina.
Un lancio preciso e chi si è visto si è visto.
Bevvi ancora dalla bottiglia e la poggiai all’angolo del giornale, mentre capeggiava in alto il titolo cubitale della morte di JFK. Giravo, giravo pagine, vedevo inserti di lavoro, cercavo qualcosa che potesse portarmi soldi a casa per pagarmi i vizi e mantenere un insulso tetto sulla testa.
Passò poco tempo che le lancette segnarono le otto di sera. Il fatto era che non si trattava di tenere fame o avere buchi allo stomaco, dato che fame non ne avevo per nulla, ma si trattava piuttosto di una questione d’abitudine. Io, lo ammetto, sono di carattere abitudinario; non in tutto, ma nelle cose più semplici e frivole, come per l’appunto mangiare ad una data ora e andare di corpo ad un’altra. Insomma si fecero le otto, e scelsi di scendere dal droghiere sotto casa mia per comprare un pollo arrostito e del vino, visto che l’avevo terminato. Presi la giacca e il portafogli, portandomi avanti con il cammino e dirigendomi verso l’ascensore. Barcollavo leggermente e sbattei la spalla contro il muro (non giudicatemi male, capita di bere dopo brutte notizie come un licenziamento; se poi mettete in conto che a me succede spesso di avere brutte notizie, tirate le somme), riuscendo alla fine a premere il piccolo bottone nero di un ascensore che funzionava una volta sì e due no alla settimana. Di piccole dimensioni (le dimensioni contano nella nostra storia, ricordatevi di questo dettaglio!), con pareti rosso sangue ed uno specchio verticale, esso metteva in mostra la mia faccia stanca e turbata dal tempo ogni volta che l’aprivo; motivo per cui ho sempre preferito le scale. Appena sceso m’affacciai alla porta del localino, scostando le tendine e salutando il proprietario. Il tizio dalla faccia simpatica e sorniona dominava con gli occhi piccoli e neri lo spazio davanti a sé, tenendo le mani dalla carnagione olivastra sullo stomaco gonfiato dall’alcol. Lui diceva di essere mexicano, ma tutti sapevano benissimo che era un immigrato peruviano venuto in principio senza il becco di un quattrino, circa una quindicina di anni fa.
-Ehi, Carlos, non hai ancora fallito?-
-Dejan, hijo de… sei uscito fuori dalla tua topaia e sei venuto a scocciare aquì?- entrai, con nonchalance.
-Da quando ti fanno schifo i miei soldi?-
-Ah, non sonno i tuoi soldi a farmi schifo, dovresti saperlo.- batté lo scontrino e diede il resto ad una vecchia signora dalle gambe fragili, sorretta da un paio di stampelle.
-Stai muto… piuttosto, avete del veleno per me?- Carlos indicò col braccio fuori dal suo negozietto.
-Il veleno puoi comprarlo in farmacia. Stanne certo che lì ne troverai in abbondanza.-
-Rilassati, dannato peruviano! Prendo la cena e me ne vado…- mi divertiva, mi divertiva sempre vedere il piccolo ed odioso Carlos, grassoccio e tarchiato com’era, adirarsi al sentirsi chiamare peruviano.
-Peruviano?- rispose –peruviano io? Yo soy mexicano, cabron!-
-Una… due… tre volte… e poi ci si convince che le bugie siano verità, non è vero, Carlos?- ve lo dico sinceramente: non sentii cosa mi disse quell’omuncolo, so soltanto che non era affatto una frase di cortesia. Non riuscii a sentirlo perché già mi trovavo nel reparto del vino, prendendo il primo che mi capitava, quello a minor prezzo (e quello che di solito compravo) e due lattine di birra, visto che stavano terminando anche quelle. Ma fu nell’avvicinarmi al banco dei salumi che ebbi una vera e propria rivelazione, epifania che mi rallegrò il morale. Proprio di fianco i girarrosto coi polli infilzati a cuocersi e di fronte un prosciutto intero, appeso in alto, si trovava una donna (non più giovane) dai capelli neri e lunghi e dal seno prosperoso. Lungo i fianchi in carne scendeva una gonna che terminava poco più sopra le ginocchia, rossa come le labbra infuocate dal rossetto, di pizzo nero come gli occhi a bottone e le occhiaie. Il profilo non bello presentava un neo sulla guancia destra. E la cosa che più fece ribollire il mio sangue erano delle meravigliose calze a rete. Sublimi calze a rete.
-Maria- dissi interrompendo l’ordinazione della donna –dammi un pollo arrosto. Ben cotto, mi raccomando.- avevo attirato la sua attenzione, i suoi occhi su di me. Già la cosa andava bene, e doveva solo prendere una piega migliore.
-Mi scusi, señor, la ragazza sta servendo me…-
-Lei? Oh, mi deve scusare, non devo averla vista. O forse sì… non è che ci conosciamo?- il profumo che emanava era tanto, inebriante, vomitevole all’eccesso e troppo dolce per i miei gusti. E poi la cura del vestito, il tentativo di nascondere quei dettagli dati dall’età e dai vizi giovanili… le avrei volentieri detto qualcosa come “tesoro, da quanto tempo non dorme un uomo nel tuo letto?” ma preferii evitare una situazione così imbarazzante davanti una ragazzina come Maria.
-Non lo so… non credo perlomeno.-
-Veramente? Avrei giurato di sì. Permetta che mi presenti: Dejan Milosevic.- le porsi la mano e fui ricambiato con una stretta delicata.
-Cecilia…- rispose –lei non è di queste parti, vero?-
-No, signora. Sono serbo, direttamente da Sarajevo. Mi perdoni ancora per la mia ignoranza.-
-No, si figuri. E poi sono una señorita señora non più…- sorrise, ma gli occhi tradivano una certa oscurità di spirito. Si ritraevano dagli sguardi altrui, scuri come la pece e ancor più scuriti da abbondante matita nera e da sopracciglia folte, non molto curate; forse l’unica cosa poco curata di tutta quella bellezza forzata.
Señorita? Possibile che lei non abbia nessuno?-
-No, non al momento.- di cosce e calze a rete ne vidi così tante in anni passati che l’esperienza non mi tradì.
-Oh, questo… questo sì che mi dispiace… maledizione mi sento molto a disagio. Senta, lei per caso ha da fare al momento? Deve per caso correre a casa, o-o-o ha un appuntamento con qualcuno? Ah no? Perché altrimenti mi farebbe molto piacere invitarla a casa mia, a mangiarci qualcosa, a bere del vino. Giusto per avere un po’ di compagnia e riscattarmi della mia mala education.- la donna annuì entusiasta, sorrise mostrando un dente mancante a lato della bocca, un canino, se non ricordo male. Già potevo sentire le mie mani esperte e tozze sulle calze a rete, su quelle gambe esperte. Già avevo deciso che non gliele avrei fatte togliere, che sarebbero dovute rimanere. Non mi sarei mai fatto in alcun modo scappare un’occasione del genere, per nulla al mondo. Prendemmo dunque un pollo bello grande e ci dirigemmo verso la cassa dove Carlos stava aspettando seduto su una seggiola di legno, le mani incrociate sul maglioncino beige gonfiato dalla pancia, fisso a guardare nel vuoto.
-Carlos, estas muerto?-
-No.-
-Peccato. Senti, ho qui una bottiglia di vino, un pollo e due lattine di birra. La signora sta con me.- il peruviano alzò gli occhi dai tasti della cassa a me, poi li girò verso la signora e poi di nuovo verso me. Poi di nuovo verso Cecilia.
-Vi conoscete?-
-Sì.-
-Da quanto tempo?-
-Da ora.-
-A quanto pare è stata colpita dalla profondità del tuo pensiero.-
-Secondo me, tua figlia Maria ha preso dalla madre.- pagai quanto dovuto al mexicano fasullo ed uscii con la mia nuova damigella affatto bella, affatto sensuale, affatto provocante. Ma aveva le calze a rete, e questo mi bastava.
Entrammo nell’ascensore dalle pareti rosse e lo specchio di fronte e premetti il piano per casa mia, stando stretti dentro quella cabina intima e maleodorante di chiuso. Sentivo i fianchi femminili, abbondanti, sfregarsi sull’inguine, mentre lei teneva amabilmente il pollo caldo tra le mani, e la mia sinistra sfiorò delicatamente, involontariamente, la gamba di Cecilia.
-Siamo un po’ stretti, vero?- sorrise.
-Sì, esatto. È un ascensore vecchio. E… scusami se magari…- non terminai la frase per il semplice fatto che non sapevo cosa dire. Mi ero andato ad impelagare in un discorso che mi sembrava poco delicato, per non dire altro.
-No, no, tranquillo- mi salvò in tempo.
Le sue natiche poi.
Non so se fu una mossa pensata o magari un movimento accidentale. So solamente che potei sentire le sue natiche accarezzare il mio membro che si stava svegliando. E in quel senso, in quell’istante ladro mentre ancora stava sputando parole di cui non riuscivo a capirne il senso (colpa mia che ero impegnato a pensare ad altro), mi chinai su di lei quanto bastava per portare la mano libera al collo e baciarle la bocca carnosa, rossa come il fuoco.
Uscimmo dall’ascensore senza dir nulla.
Presi le chiavi dell’appartamento nella tasca dei pantaloni, aprii violentemente la porta entrando poco signorilmente prima io e lasciando Cecilia alle mie spalle. Rapido posai le bottiglie sul tavolo, e non attesi neanche di togliermi la giacca che già mi trovavo dietro di lei, braccandole il collo con labbra che sapevano di birra.
Sospirò lei. Sospirai io.
E mentre sollevai la gonna sopra le ginocchia, liberandole i fianchi e lasciando che soltanto quelle calze a rete rimanessero su per il momento, le guardai il grande culo, qua e là coperto di cellulite. Il pollo cadde in terra, ma la carta non s’aprì.
-Il pollo… il pollo è caduto.-
-Che si fotta il pollo.-
Eravamo sul bordo del tavolo ed io avevo i pantaloni calati. Tutto lì dentro appariva in quei pochi minuti famelici molto meno degradante e povero, velato di semplice materialismo senza giudizio. Durò poco, lo ammetto. Perché… perché non ero più in forma, alla fine. E l’età, beh, l’età c’è e si fa sentire. Mi liberai fuori, sul culo di cellulite, sulle calze a rete. E non ci baciammo, non avendo tempo per baciarci… e no, non ci guardate male né storcete il naso! Portatemi qualcuno che alla mia età ha ancora tempo di baciarsi, forza! Ah-ah, impresa ardua, eh? No, non me la prendo, statene certi. Non ci baciammo, è vero, ma in un certo senso ci amammo. Io amai le sue calze a rete. Lei amò il mio sesso.
Ed il pollo rimase lì in terra. Ne mangiai poco dopo un pezzetto; era freddo e gommoso. E probabilmente avevo bevuto un po’ troppo quella volta perché… perché gli dissi qualcosa come “sai, bello mio, tu saresti perfetto per i cani all’angolo delle strade”.