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Le aveva sempre trasmesso molta pace e molta forza la tappa della tournée in quella defilata città di provincia, poco affollata, con quel teatro-gioiello incastonato nel centro storico del borgo marinaro. Con gioia accolse la notizia dal suo agente che l’ultimo spettacolo della stagione sarebbe stato proprio lì, a due passi dalla sua casa natale. Non sapeva spiegarselo ma in quel minuscolo palcoscenico la sua energia si moltiplicava, si sentiva pervadere da un nuovo fluido vitale. Le dimensioni stesse del teatro, così contenute, le permettevano di vedere il viso di tutti gli spettatori fin nelle ultime file e di respirare insieme al suo pubblico. Emozioni intense che creano una certa dipendenza, difficile da curare. Con movimenti regolari riprese a truccarsi. Di lì a poco avrebbe portato in scena il dramma di una ragazza, alla ricerca disperata del suo amore passato. Uomo assolutamente mediocre le fa patire le più cocenti umiliazioni, rifiutandola senza pietà e portandola alla pazzia. Un testo intenso, rivisitato e sfrondato da un intelligente giovane regista. Perché il teatro ha questo compito sublime: raccogliere tutto il dolore dell’animo umano e cercare di placarlo. Emozioni così profonde la privavano di ogni forza ed era assolutamente necessario riportare in fretta il livello degli zuccheri ai valori ottimali.
– La stanchezza si vince a tavola – con queste parole il regista ogni sera concludeva la faticosa giornata di lavoro.
Proprio di fianco al teatro nello stretto ‘carugio’ dove le case sembrano toccarsi in una solidale amicizia era ancora in attività ‘l’Osteria Tumelin’. Quell’ultima sera piovigginava. L’intera compagnia si riversò in fretta fra quei pochi tavoli di marmo apparecchiati con rustica carta gialla. Notò subito che non mancava il bicchiere a tulipano, con la bocca leggermente richiusa, scrigno ideale per il suo vino preferito. Quando il cameriere portò in tavola un immenso vassoio sul quale troneggiavano in una faraonica architettura strati in sequenza di pesce bianco, come dentice, pagello, cappone, gallinella, le autentiche gallette del marinaio e delle meravigliose fettine di musciame a mo’ di decorazione e poi ancora uno strato per ogni verdura ed ogni strato condito con la salsa verde, la compagnia esplose in un genuino applauso. Come uno ziqqurat babilonese elevato per terrazze digradanti di sapori: patate lessate, cimette di cavolfiore, carciofi di Albenga, ramolaccio, scorzanera strette per mano al morbido olio della riviera. Quasi una silloge di sapori, odori e colori della sua terra, stretto corridoio tra montagna e mare. Fino ad accogliere sull’ultima terrazza la residenza di un dio: l’astice. Il piatto perfettamente accostato ad un fiabesco Pigato servito alla giusta temperatura di 8/10° non un grado in più!
– Non può mancare il Pigato con u’ Cappun Magru sarebbe come camminare con una scarpa sola! –.
Frase sentita mille volte dalla bocca di suo nonno, caparbio lupo di mare che trascorse l’esistenza più sull’acqua che sulla terraferma. Al primo assaggio l’emozione fu pura e incontenibile: ritrovò intatto il sapore delle ammalianti cene di Natale nella casa paterna a Camogli con la voce dell’anziano in sottofondo nel tentativo di farla addormentare. I racconti erano sempre gli stessi, replicati negli anni, storie di mare, i segreti delle stelle o della cucina. Del Cappun Magru diceva che era un modo affettuoso, ideato dalle mogli dei naviganti, per farsi ricordare e desiderare dai propri mariti proprio perché era un piatto che si conservava e veniva consumato durante i lunghi periodi di navigazione. Al primo sorso di quel poetico vino dal profumo buono di frutta appena colta, lo sguardo corse oltre il vetro, sul filo brumoso dell’orizzonte. Già il nome era pura poesia, dalla parola dialettale pigau, ovvero macchiato, per il colore maculato degli acini maturati. Splendido, con il suo ricco bouquet di aromi e un carattere aperto, solare.
Non pioveva più e il mare era illuminato dal chiarore della luna. Solo una piccola imbarcazione aspettava lungo il molo con la prua appena schiarita da un lampione. In quell’istante capì cosa fosse la perfetta felicità.