Anna e Gianna furono rinchiuse dentro una piccola camera dalle pareti di legno; in fondo v’erano un letto scomodo e un piccolo mobile con lampada ad olio che illuminava quel poco che poteva l’ambiente. Verso ovest, dove si poteva vedere il mare. Un lampione emanava una luce fioca e pallida, luna nella breve stradina che portava dalle abitazioni alla spiaggia e separati da un tratto di scogliera. Le due ragazze si strinsero l’una con l’altra e Anna massaggiava con vigore le spalle di Gianna per poterla scaldare. Era la più grande, e doveva essere la più forte.
-Non piangere, Gianna. Usciremo da qui.-
La piccola sollevò gli occhi color della terra arata, vivi e spauriti che dicevano più delle lacrime infinite che aveva versato di lì a dieci minuti fa.
-Anna… Anna ho paura. Voglio tornare a casa.-
-Stai calma, devi…-
-Ho freddo… ho freddo!-
Anna aveva dei lineamenti duri, mascolini, gli zigomi marcati e lo sguardo verde, bollente. Anna il maschio; Anna che difendeva le sorelle più piccole dalle cattiverie. Le dita corte e forti, sporche di terra per via delle patate che aveva raccolto quel pomeriggio, stringevano ancor più forte le spalle e il petto della sorella dopo quelle parole e a stento riusciva a trattenere le lacrime.
-Ti prego, non fare così, Gianna. Tesoro mio.- Anna tirò fuori dalla camicetta un piccolo ciondolo della Maria Vergine, lo avvicinò alla sorellina e insieme lo strinsero forte iniziando a pregare nel profondo del cuore. Dall’altra stanza provenivano risate e urla miste a parole che non riuscivano ad avere un senso; parole straniere delle quali appena riuscivano a capire il significato.

-E allora gli dissi: “Io saprei cosa fare col tuo culo, meine Fräulein”… per il resto vi lascio immaginare cosa feci effettivamente col suo grosso e grasso culo!- il sergente Ugo Schulz tracannò una lunga sorsata di vino e sbatté il bicchiere sul tavolo di legno massiccio, scuro, con venature quasi nere. La luce debole si confondeva nell’aria viziata dalle sigarette naziste –Hoffmann!- urlò eccitato –Hoffmann, hurensohn! Quanto ci metti a portare dell’altro vino?- Immanuel Hoffmann uscì fuori dalla cantina, barcollando a destra e sinistra con visibili difficoltà a reggersi in piedi. E non sapremo mai se fu a causa dell’alcol o di una sua distrazione che inciampò distrattamente sul cadavere di Severio Alessandri, facendo cadere la caraffa stracolma in terra e versando buona parte del liquido.
-Hoffman, che cazzo!-
-Non è colpa mia, sergente! È questo cadavere in mezzo ai piedi!- il tedesco s’alzò tirandosi indietro la folta capigliatura biondo platino calante a lato destro, e diede un calcio nelle parti basse del contadino, infierendo sul cadavere.
-Finiscila, idiota! Tu, Hans, porta fuori il corpo. E niente “ma”, portalo fuori e basta. È un ordine.- Hans era biondino anch’egli, molto giovane, forse troppo. Pur essendo piccolo di statura, gracilino e magro, risultava essere un giovane piazzato e pieno di risorse. I movimenti, seppur scattosi e militarizzati, nascondevano una certa armonia fuori luogo che in pochi avrebbero saputo descrivere. Il ragazzo chiuse gli occhi colore del ghiaccio, magnetici, poi si alzò avvicinandosi al cadavere di Severio, lasciando il fucile abbandonato al lato della stanza, vicino alla sedia dove riposava. Prese il contadino per le spalle e lo trascinò per pochi metri fino alla porta. Aprì quella alla sua sinistra, che fu subito richiusa perché si trattava della cantina dei vini, poi aprì quella alla sua destra ed un vento appena percettibile e fresco lo fece rabbrividire. Cercava di tenere gli occhi il più alti possibile per non guardare la fronte forata dal proiettile, ma nel momento in cui uscì dalla casuccia e gettò il cadavere in strada, lo sguardo cadde accidentalmente sul corpo del contadino ed un conato di vomito l’assalì. Cercò di ricacciarlo in gola in tutti i modi, ma appena avvicinò alla bocca la mano destra, poté sentire il forte odore metallico del sangue che gli era rimasto durante il trasporto del cadavere.
Non ce la fece, e dovette vomitare all’angolo della casa.
-Allora, Hans, quanto ci hai messo per portar fuori un peso morto?-
-Sergente, avevo soltanto sbagliato… stanza.-
Ugo Schulz gettò lo sguardo curioso sul ragazzetto che portava al braccio la fascia bianca e rossa con svastica nera; l’osservò da capo a piedi e puntò precisamente l’attenzione sulla mano sporca di sangue. No… non lo vedeva assolutamente di buon occhio. Non perché nutriva una qualche antipatia nei confronti di quel giovane soldatino (era stato anche lui giovane, del resto), quanto perché non lo vedeva affatto adatto alla guerra. I suoi occhi sembravano celare la sensibilità degna dei grandi scrittori o dei pittori naturalisti francesi, di un impressionista o di un malinconico poeta, ma di una sanguinaria SS tedesca… proprio no. “Si vede” diceva tra sé e sé “si vede lontano chilometri che quella divisa ti sta larga di spalle, junger Mann. Ti chini, ti ingobbisci come un contadino sui suoi tuberi, e non sollevi lo sguardo fiero contro un nemico altrettanto fiero. Hai la pelle bianca, troppo bianca per quel sangue rosso che ti sporca. Non durerai così, Hans Zimmermann. Ecco, ora ti rimetti a sedere sempre al solito posto, e appena hai toccato il tuo secondo bicchiere di vino. E tu col tuo fucile siete due mondi a parte, separati e sconosciuti.”
-Sergente, che sta dormendo?- Hoffmann destò l’uomo dal correre dei suoi pensieri e gli allungò un nuovo bicchiere di vino che Schulz scacciò via con una manata, facendolo infrangere contro il muro in mille pezzi.
-Ehi, che le prende, Signore?-
-Basta con queste stronzate, Hoffmann. Mi sto annoiando.- Sebbene il graduato stava con i sensi leggermente alterati e le labbra macchiate di viola colore del vino, gli occhi spiritati e diabolici, ricchi di intenti e lussurie cieche, rimanevano fermi sulla figura di quel ragazzetto.
-Cosa vuole fare, sergente?-
Ugo Schulz si alzò dalla sedia guardandosi interno per pochi secondi silenziosi, finché non puntò la porta dove erano rinchiuse due bambine trovate in casa del contadino.
-Sbaglio o li dentro ci sono delle Frauen?-
Le orecchie di Hans rizzarono sull’attenti e le mani giunte come in preghiera si strinsero sempre più imbiancando le unghie. L’altro sogghignò avendo capito gli intenti del superiore.
-Ah, ora capisco cosa intende, feldwebel.-
-Se non sbaglio sono molti mesi che non vediamo una donna, vero?-
-Assolutamente vero…-
Ugo Schulz si diresse verso la piccola porticina, ma ebbe giusto il tempo di afferrare il pomello, interrotto dal giovane Hans.
-Signore, è sicuro che sia una buona idea?-
-Come dici?- gli occhi lunatici di Ugo si gettarono sul ragazzo come un leone sulla preda condannata.
-Chiedevo se fosse una buona idea. Pensavo che forse il comando…-
Io comando qui- il sergente puntò l’indice della mano libera verso sé stesso, mentre l’altra era ancora fissa sul pomello –e finché qui ci sarò io si farà come verrà ordinato dalla mia persona- disse enfatizzando la parola “mia” –e quindi tu, soldato semplice Hans Zimmermann, dovrai fare quanto ti verrà chiesto, intesi?-
Feldwebel…- l’obiezione di Hans fu spenta sul nascere dalla pistola di Hoffmann inaspettatamente puntata contro di lui. Anche Schulz rimase alquanto sorpreso da quel gesto lampo ed insano dell’altro tedesco, che nel frattempo biascicava parole senza senso nel suo dialetto di Francoforte.
Schulz gli diede uno schiaffo e la pistola volò lontano.
Nein, nein! Non farlo mai più!-
-Ma sergente…-
-Mai più!- volò un altro ceffone –questa è insubordinazione, è disubbidire ai miei ordini, è uccidere un proprio compagno! Non farlo mai più, soldato, o ti farò fucilare!-
Il labbro inferiore di Hoffmann sanguinava per le percosse, ma non batté ciglio. Tremava tutto; tremava semplicemente.
-E adesso raccogli la pistola. Immediatamente.-
Mentre Hoffmann era voltato ad eseguire l’ordine impartito dal superiore, Schulz tornò a guardare divertito ed eccitato Hans Zimmermann, notando con immenso piacere la paura nei suoi occhi.
Il pomello della porta scattò e tre uomini entrarono.

Anna e Gianna rimasero ferme all’angolo, toccandosi vicendevolmente i piedi.
Davanti a loro erano due uomini più grandi e dietro, sulla soglia della porta, un ragazzo poco più grande di loro. Tutti e tre in divisa tedesca.
Guten Abend!- disse quello moro, i capelli impomatati e divisi al centro da un’evidente linea ben pettinata. Si avvicinò a piccoli passetti lasciando che il rumore del tacco di stivale risuonasse tra le pareti, il tacco prima, la punta poi. L’uomo si chinò e ripeté di nuovo: –guten Abend!-
Anche questa volta non vi fu risposta. Si voltò e disse in tedesco rivolto ai suoi uomini: -forse non sanno il tedesco.-
Una risata scrosciante e stolta seguì l’osservazione, poi si chinò di nuovo.
-Buona sera, sig-norine…- si cimentò nel tentativo di parlare italiano, ma la erre del tedesco venne fuori moscia, rendendo amaramente divertente quella scenetta, quasi si trattasse d’una scena di teatro. Egli non ricevette ancora alcuna risposta. –Quanti ani avete?-
Gianna sollevò la manina a voler indicare la sua età, ma Anna immediatamente gliela ricacciò verso il basso continuando a guardare negli occhi gelidi di Ugo Schulz.
-Ah, vedo che qui tra di noi c’è una eroina… ja?- il sergente si avvicinò ancora di più verso la piccola Gianna o almeno tentò, visto che Anna prese la sorellina per tirarla al suo petto prima, e nasconderla subito dopo dietro la schiena. La scenetta famigliare non irritò affatto il sergente delle SS che anzi si chinò sulle ginocchia prima sorridendo e poi ridacchiando. “Allora, avete visto?” disse in tedesco. Dietro di lui riuscì a trovare soltanto il supporto di un ubriaco Hoffmann. E Hans stava a guardare di sottecchi.
-Bene, bene… ziete propio un bel cuadretto familiare…- Schulz si fece vicino ad Anna e le prese con vigore il viso con la mano, stringendo le guance. La ragazza poteva ora sentire il pungente alito vinoso del sergente blaterare sconosciute parole tedesche, mentre la bava colava dalle labbra sottili e rosse e dei piccoli sputi arrivavano sul volto di Anna. Dietro di lei la sorellina piangeva forte e stringeva con quanto forza poteva l’addome di Anna, provocando ancor di più il riso degli aguzzini. In tutta quella scena il terrore delle ragazze sembrava riversarsi come una cascata nei battiti pulsanti di Hans che, al contrario delle italiane, riusciva a capire ogni cosa di quello che diceva il sergente. Le avrebbe violentate. Le avrebbe stuprate a suo piacimento. E poi uccise prima di lasciare la casa.
Nulla glielo avrebbe impedito, nulla avrebbe ostacolato Ugo Schulz, sergente delle SS, assassino e parricida (sì, perché ammazzò suo padre per ordini del governo nazista) nel tentativo di soddisfare i suoi intenti.
Nulla glielo avrebbe impedito.
Nulla tranne la porta.
-Hanno bussato?- domandò il sergente; Hoffmann si guardò intorno, poi fissò Hans. –Qualcuno di voi vuole rispondermi?- disse con voce alterata stringendo le labbra e i denti. Hans poteva ben vedere le vene del collo del sergente gonfiarsi, farsi prima viola e poi blu, cariche di un’adrenalina repressa dall’inattesa distrazione.
Ja, feldwebel…- rispose Hoffmann.
-Dannazione- disse sollevandosi da terra e avvicinandosi ai due soldati –Hoffmann, tu vieni a vedere con me chi è. Zimmermann, rimani qui a sorvegliare le ragazze –poi si avvicinò al giovane soldato potendo quasi sfiorargli il naso- e mi raccomando… voglio che tutto sia come l’ho lasciato; ja?-
Hans annuì, seguendo poi con lo sguardo i due nazisti allontanarsi da lì. Poteva sentire che era arrivato un altro sergente delle SS con una comunicazione urgente per Ugo Schulz. Hans non riusciva a sentire chiaramente di cosa si trattasse, ma era certo che si trovava nel momento adatto per agire. L’unica occasione che poteva avere. Si avvicinò rapidamente alle due ragazze che si fecero indietro. La più grande, Anna, iniziò a prenderlo a schiaffi, ma il soldato non fece piega alcuna. Gli fermò le braccia che ancora stava scalpitando, mentre la sorellina rimaneva spaventata con le spalle alla parete.
-Ferma… ti ho detto di fermarti!-
Anna non credeva alle sue orecchie, né tanto meno a quell’accento così strano. Riusciva a comprenderlo bene, senza grandi problemi, e il tono della voce non la infastidiva. L’odore dolciastro di chi aveva bevuto poco vino gli ricordava – senza conoscerne il perché – l’alito del padre di ritorno dalla campagna –Ecco, ora va meglio… sono qui per liberarvi, ragazzine.-
-Per liberarci?-
Ja, sì. Se non vi libero quei due vi violenteranno, poi vi uccideranno. Qui non siete al sicuro. Per niente al sicuro.-
Anna sentiva su di sé la magnetica attrazione di quegli occhi glaciali così tanto malinconici, così tanto profondi e sensibili. Fu un secondo appena accennato che gli vennero in mente piccole immagini passate, di quando di trovava in casa con un suo cugino greco dai capelli rosso porpora e pieno di lentiggini in viso e che insieme giocavano a prendersi; o di quando la madre cucinava per loro la pasta fatta in casa; o ancora quando il padre gli dava la buona notte prima di andare a letto, a lei e a Rosita, di un anno più piccola di lei, e a Francesco, fratello gemello di Rosita. A Gianna poi dava anche il bacio sulla fronte.
Poi ancora altre immagini.
La morte del padre sotto il bombardamento mentre faceva ritorno a casa. Gli uomini fucilati agli angoli delle strade. La fame. La miseria. Il sangue.
-Dove hai imparato così bene l’italiano?- domandò Anna al soldato –ti prego, devi dirmelo!-
Hans la guardò negli occhi, poi si voltò verso la porta e aguzzò l’orecchio, sentendo i due parlare ancora con i visitatori. Poi si voltò e vide la piccola Gianna dal naso moccicoso e gli occhi stanchi, sporca di terra e polvere.
-Mia madre era italiana. Da lei e da mia zia ho imparato l’italiano. E… loro mi hanno anche insegnato molte altre cose…- si fermò bruscamente, e diretto alla finestra stese la coperta del letto sul vetro fracassandolo poi con il calcio della pistola. –Dovete solo stare attente ai vetri; per il resto siete piccole e ci passerete.-
Anna non poteva credere ai suoi occhi. Vedere la solidarietà e lo spirito di salvezza in un… uomo del genere… no, non ci avrebbe mai creduto. Mai avrebbe pensato ad una cosa del genere. E tantomeno mai avrebbe sperato di essere salvata da un soldato nazista. Prese in braccio la piccola Gianna e corse immediatamente verso la finestra, facendo passare prima lei. Nel tentativo di uscire dalla piccola casa si ferì di striscio con un vetro rotto, ma il dolore diventa cosa ben più sopportabile quando si tratta di fuggire dalla morte. Prese il braccino di Gianna e la trattenne a sé per qualche secondo, continuando incessantemente a guardare il giovane Hans.
-Cosa fate ancora qui? Scappate, presto!-
-Perché… perché?- domandò Anna.
-Perché tutto questo lo odio. Ecco cosa provo ora… Odio.-
-E che farai?- Anna voleva chiedergli il nome, ma non ne trovò il coraggio.
-Non lo so. Qualche cosa succederà, ma non so che cosa. E comunque non pensate a questo, scappate, scappate ora finché potete, allontanatevi il più possibile!-
Allontanatevi il più possibile.

Anna e Gianna si ritrovarono improvvisamente a correre nella notte scura, illuminata solo da qualche lampione qui e là e dalla luna di lassù, piena a metà. Pareva, chissà per quale motivo, che sorrideva loro. E mentre i passi veloci scandivano il tempo che passava, le tornò in mente il condolo della Maria Vergine che portava al collo, un regalo della nonna.
-Tieni, soldato.-
-Perché?-
-Consideralo un mio dono. Un ringraziamento da parte mia e della mia sorellina Gianna.- il giovane crucco osservò bene la medaglietta su cui era ritratto il volto della Madonna.
-Cos’è?-
-Un’icona della Maria Vergine. Tienila stretta al tuo cuore, perché ti servirà. E quando più ne avrai bisogno stringila più forte che puoi e pregala, perché lei ti aiuterà. Anche noi lo abbiamo fatto questa notte.-
-E vi ha aiutato?-
Anna sorrise dolcemente:
-Ci ha mandato un angelo.-
E mentre le due bambine correvano a perdifiato, un paio di spari sembravano provenire dalla direzione della casa, dopo appena due minuti di fuga. Un presentimento doloroso, macabro, s’affacciò nell’anima di Anna che non fece altro che prendere il braccio della sorellina e continuare a correre lontano, ancora più veloci.
“Chissà se ci è riuscito” pensava “chissà se è riuscito a stringerla forte e a pregare”.