Non ne sono certo, ma credo di essermi perso irrimediabilmente gli Anni Ottanta. Non che la cosa mi riempia di rammarico e di rimpianto, intendiamoci. Dopo i mitici Sessanta, gli anni della mia fanciullezza e della mia adolescenza, e i folli Settanta, gli anni della mia gioventù, i banali Anni Ottanta fanno la figura del terzo fratello scemo. Eppure nel Settantanove eravamo pieni di aspettative per il nuovo decennio. Sarà perché per la nostra generazione quella decade ha rappresentato l’apparente tramonto dei nostri verdi anni. Lento, impercettibile ma inesorabile tramonto. Per la prima volta avevamo la sensazione di non essere più l’ultima generazione, ma di avere in noi qualcosa di obsoleto, il germe della vecchiaia. Avevamo la consapevolezza di non capire pienamente il mondo, riducendoci a lodare i bei tempi passati. Eppure il mondo continua e va avanti.

Il rock era morto per l’ennesima volta, e questa volta per suicidio. Il suo cadavere maleodorante continuava a essere esposto. I suoi eredi spuri ne reclamavano le spoglie e soprattutto l’eredità. Perfino la Disco era diventata più cupa e funerea con i suoi ritmi Afro. Quanto alla politica, poi, l’impegno che aveva contraddistinto il decennio precedente si era dissolto in un intimismo e in un individualismo egoistici e irritanti. Se nel Settantacinque le assemblee studentesche si facevano per parlare di politica, nell’Ottantacinque si organizzavano stancamente solo per cazzeggiare e saltare tre o quattro ore di lezione. Gli Ottanta furono gli anni in cui il Cavaliere -alias Sua Emittenza- pasturava gli italiani -ignari come pesci destinati ad abboccare all’amo- con un tripudio di tette culi e cosce, in spettacoli televisivi di cui “Drive in” di squallida memoria era la quintessenza e il manifesto. Erano anche gli anni in cui imperava il Verbo dei paninari, per cui non era importante essere ma apparire, non era fondamentale il contenuto ma il contenitore. In fondo entrambi -paninari e Cavaliere- non potevano che essere il genio, il parto di quegli anni.

Ma poiché ogni regola ha la sua eccezione, proprio nel banalissimo Ottantaquattro mettemmo insieme una volenterosa compagnia teatrale (vedete, qualcosa di quegli anni ancora ricordo). Scrivemmo una pièce a forma di patchwork, perché ognuno di noi si occupò di una scena. Autori regista attori e musicisti furono reclutati tra amici. Si trattava di un lavoro -si parva licet- un po’ alla Hermann Hesse (eravamo pur sempre negli Anni Ottanta), almeno nell’atmosfera. Si intitolava “Frammenti di un clown”. Il regista era un certo Gianni, il più anziano del gruppo, un tipo allampanato sulla quarantina. Dopo le prove, che tenevamo in una mansarda, si parlava di tante cose, non esclusa la politica. Gianni ci raccontava spesso con nostalgia dei suoi folli Anni Settanta. Raccontava a noi provincialotti delle psichedeliche feste a base di sesso droga e rock’n’roll, o di quando lui e la moglie erano stati arrestati a Milano perché passeggiavano nudi in centro. La moglie di Gianni era una contessa meneghina, che a volte ci faceva l’onore di assistere alle prove. Di tanto in tanto i due dovevano separarsi perché lui stava in comunità o in carcere. Allora lei tornava a Milano dalla madre, accanita giocatrice di bridge. Il problema di questa donna era che ogni tanto le spariva dell’argenteria. Gianni poi aveva un figlio, ormai adolescente, avuto da un precedente rapporto, che viveva a Londra. Si poteva dir tutto di loro, tranne che avessero una vita monotona.

La pièce non andò male, nel senso che riuscimmo a rappresentarla una volta in un teatrino parrocchiale. Purtroppo per questo presunto successo ci montammo un po’ la testa e decidemmo di preparare un nuovo e più ambizioso spettacolo. Mi fu affidato da Gianni il compito di scrivere il testo. Era la vicenda di un tale che esce dal carcere per una storia di droga e si trova a dover combattere col suo passato, tra pii desideri di riscatto e incombenti minacce di ritorno nel vecchio tunnel. Non mancava il lieto finale alla Frank Capra. Così, in una fredda serata del febbraio Millenovecentottantacinque, con la neve che arrivava alle ginocchia, mi recai a casa di Gianni per esporre alcuni dubbi sul ruolo che dovevo interpretare. La mia parte era quella di uno spacciatore di nome Cicisbeo, una sorta di simbolo della droga che cercava di riportare il protagonista sulla vecchia strada. La particolarità del mio personaggio era il fatto di non pronunciare una sola battuta. Avrei dovuto esprimermi a moine e a sberleffi, un incrocio tra Pierrot, Marcel Marceau, Shirley Temple e Mick Jagger. Io avevo già detto a Gianni che quel personaggio non lo sentivo mio, che volevo rinunciare alla parte, ma lui mi aveva risposto che la mia era la parte migliore, perché la cosa interessante e meritevole era proprio il dover affrontare qualcosa di altro da te, e lì stava il bello, nella sfida e non nell’ovvietà.

Arrivai dunque all’appartamento di Gianni pensando alle parole che avrei dovuto usare per essere convincente e per farmi esonerare da quella parte. Sua moglie mi aprì la porta e mi accompagnò in sala. Lì ebbi la sorpresa di vedere un nostro compaesano che sedeva accanto al padrone di casa. Si trattava di Aldo B. che stava sorseggiando amabilmente un tè. Non appena mi riconobbe mi salutò cordialmente. Nel nostro paese ci si conosce tutti. Aldo aveva da poco pubblicato il suo primo romanzo, ma soprattutto era stato ospite già più volte del Maurizio Costanzo Show, dove aveva pontificato e polemizzato, tanto da diventare un personaggio famoso e popolare. Lo conosceva anche chi non aveva e non avrebbe mai letto una sola riga di un suo romanzo. In Italia funzionava e funziona tuttora così.

L’incontro fu del tutto casuale. Aldo era coetaneo e amico di Gianni, con cui aveva condiviso l’avventura dei Mitici e dei Folli Anni. Gianni ebbe l’idea di farmi leggere ad Aldo parte del copione che avevo scritto. Devo dire con un certo orgoglio che, forse per educazione (fuori dagli studi televisivi Aldo sapeva essere molto ammodo) non lo stroncò come avevo temuto. Si limitò a consigliarmi con garbo di correggere alcune battute per renderle più incisive. Io gongolavo e, poiché avevo perso definitivamente il senso del ridicolo, almeno per quella sera, pensavo di trovarmi in un salotto letterario, di quelli favoleggiati e venerati nelle nostre provinciali lande. Pensavo ai genii della letteratura,Foscolo che incontra Parini, a Barbino che incontra Montale, e ad amenità di questo genere. Ero ancora immerso in quell’illusione letteraria, volando alto nei cieli tersi dell’arte, quando una domanda di Aldo, con la sua genesi inaspettata e il suo movimento fulminante, mi gelò il sangue nelle vene facendomi cadere rovinosamente in terra come un novello, padano Icaro. Quando ripenso a quella domanda formulata nel nostro ispido dialetto, quando ripenso a quelle parole tanto intense e in linea con la sua produzione letteraria successiva, così elegantemente icastica, mi chiedo perché non vi seppi replicare, pur conoscendo bene quale doveva essere la risposta. E’ certo che l’accezione non poteva essere metaforica, non in una simile domanda formulata da Aldo. E per qualche tempo dopo quella sera mi chiesi stupidamente se tale domanda potesse implicare e contenere la presupposizione di una categoria ontologica dello scrittore, quale io credevo di essere. Infatti, dopo avermi detto che scrivevo abbastanza bene per essere un dilettante, Aldo, con la sua voce melliflua, mi chiese: “Però, te che ta sét un scritùr, l’ét mai ciapàt’n del cül?”