L’uomo porta la mano contro i macigni,

sconvolgendo i monti alla radice e nelle rocce scava gallerie,

posando il suo occhio su tutto ciò che è prezioso.

Ma la sapienza da dove si estrae?

Dov’è il giacimento della prudenza?

Giobbe 28: 9,10,12

A quell’epoca avrò avuto non più di tredici o quattordici anni, e neppure oggi saprei dire perché il padre di mio padre avesse deciso di portarmi con lui, nel paese dei cavatori. Forse fin da allora sentiva il suo sangue scorrere nelle mie vene, più che in quelle dei miei fratelli: può darsi lo avvertisse nel mio interesse per le piante e gli animali, o nella irrequietezza già manifesta in me e in cui vedeva un riflesso della sua.Sedevamo sotto una pergola di vite, bevendo ognuno dal proprio bicchiere: quelli dei due uomini al nostro tavolo e del mio avo furono riempiti a più riprese di un vino rosso e denso, nel corso di quel pomeriggio; io bevvi, credo, della gazzosa.Seppi che quegli sconosciuti erano stati cavatori. Rammento il viso magro di Giuliano, specchio del suo animo austero, e i capelli che coronavano il capo di Saverio, candidi e folti come se con il passare del tempo avessero assunto la stessa tinta del marmo scavato.

L’evento di cui parlarono, ormai dimenticato, fu narrato in quegli anni innumerevoli volte, ma io ebbi il privilegio di apprenderlo dalla voce degli ultimi testimoni. Non tutto quello che fu detto, tuttavia, si è conservato integro: l’età acerba e l’uso di un dialetto ancora poco familiare devono aver contribuito non poco a rendere lacunoso il ricordo, già a distanza di pochi mesi. Suppongo che, in seguito, quelle mancanze della memoria siano state in qualche modo colmate dalla mia immaginazione, ma così insensibilmente da non saper dire, ora, quali parole furono davvero pronunciate e quali no.

Fu Giuliano, a parlare per primo: “Quando la polvere si posò, tra le rovine apparve la mole enorme del blocco, di un candore tale da abbacinare gli occhi: la vena appariva pura, di lucentezza mai vista, e tutti corsero a guardare. Francescone avanzò tra le scaglie luccicanti scostando senza riguardo gli operai, poi mise le grosse mani sul marmo per saggiarne la superficie: spettava a lui, padrone, vedere per primo.

La sorte aveva voluto favorirlo perché, seguendo il pelo della roccia, il monte s’era aperto nel profondo facendo crescere il masso a dismisura. Per giunta, il blocco si presentava già squadrato e pronto per essere mandato a valle senza neanche l’opera degli scalpellini: di simili eventi si era persa anche la memoria, e Francescone rise, con il capo riverso. Nel viso largo gli occhi si strinsero e il gran corpo si scosse: ai cavatori sembrò singhiozzasse.

Benché fosse mattina, il sole illuminava già la cava, e il padrone alzò la mancina per asciugare il sudore, che dai capelli corti e rossi gli scendeva sulla fronte; alla mano destra mancavano tutte le dita, rimaste sotto il marmo molto tempo prima, quando faceva ancora il lizzatore.

Da quel giorno sciagurato, la menomazione aveva acceso in lui un risentimento che il tempo, anziché smorzare, aveva ingigantito fino a una completa misantropia. Per intere giornate, dopo l’incidente, rimase steso sul letto, aggrovigliando i pensieri in intricate matasse: convinto che la disgrazia fosse accaduta per colpa dei compagni, si raffigurava gli altri operai schiacciati al posto suo, e, ora l’uno ora l’altro, perdere chi un braccio chi una gamba. Ma si trattava di un sollievo temporaneo, e neppure tutto quel sangue immaginato riusciva a dargli pace, così i pensieri presero un’altra via.

Nella nuova fantasia si vedeva diventare ricco per un’eredità inaspettata: i padroni d’un tempo erano caduti in miseria e intorno a lui tutti si scappellavano, al suo passaggio. A tratti, però, una voce o un bisogno aprivano un varco nella materia inconsistente del sogno, facendolo ricadere nel grigiore della sua esistenza. Con l’andare del tempo, l’edificio alzato dall’immaginazione si arricchiva disordinatamente di particolari imprevedibili, come un casamento che s’accresca di sempre nuove stanze senza un disegno prestabilito.

Un giorno, quasi che la forza dei pensieri avesse alimentato un maleficio capace di dare corpo a quelle insane fantasie, uno zio prete morì in piena salute d’un colpo apoplettico, lasciando a lui, unico parente, una modesta eredità. Da allora si operò in lui un mutamento stupefacente: non ancora ricco, s’impose di diventarlo.

Venuto a sapere che del lascito facevano parte i diritti di una cava, s’adoperò a riattivarla. Si trattava d’una piccola concessione, e talmente in alto, sul monte, da non aver fruttato nulla, nel passato, ma Francescone, animato dall’astio e quasi guidato dalle proprie visioni, riuscì a riprendere l’escavazione. Con i cavatori fu implacabile: esigente nelle richieste, crudele fin dove le leggi gli permettevano e senza rispetto per la povertà, pur essendo stato povero egli stesso.

Per mesi visse come un miserabile, finché non ebbe accumulato i soldi bastanti a comprare una delle nuove macchine che mandavano un filo di ferro a tagliare il marmo. Trovata una vena di statuario, ingrandì la cava e cominciò a far soldi a cappellate; da allora la fortuna non lo abbandonò più, e il blocco purissimo appena scavato ne forniva un’ultima conferma.

Il sole s’alzava: staccate le mani dal masso, Francescone si volse verso gli operai in attesa e diede ordine di mandare a chiamare gli uomini addetti alla lizza.”

Se ricordo bene, da qui in avanti la storia fu raccontata da Saverio; nella frescura dell’ombra il tono della sua voce s’alzava e s’abbassava, come nel canto dei maggianti quando narrano d’Orlando. Parlava in una lingua dura e tesa, e il suono delle parole somigliava, a volte, al rumore del marmo che si spezza o al battito sordo degli scarponi durante un’ardua salita.

“I lizzatori s’avviarono all’alba, ancora taciturni al pensiero di un nuovo giorno di fatica. Giunti al principio della via, moderarono il passo d’intesa, quasi in segno di rispetto, quindi ripresero il cammino lungo lo stretto sentiero aperto nella roccia. Per antica sapienza andavano a gruppi, montando di taglio come un’onda che s’alzi, ora strusciando contro lo scoglio del monte ora sfiorando l’abisso.

Così continuarono l’ascesa fino alla fonte: lì si fermarono sotto un alto campanile di roccia, posto dalla montagna a marcare il limite tra l’inutile pietra del grezzone e la trama compatta del marmo. Daniele sedette e tolse la fiasca dalla borsa, quasi all’unisono con i compagni: quell’acqua limpida, versata nei boccali e bevuta in silenzio, veniva dalle scaturigini profonde della terra, dove un fiume invisibile correva alla bocca della sorgente, offrendosi alle loro labbra.

Ripresero a salire di lena, adesso, verso la cava ancora nascosta, fino a uno sprone di roccia inciso di netto dalla via di lizza; superatolo, furono su una colla erbosa dove il fiato tornava e di là videro lo specchio lucente del taglio, già lambito dal sole.

Nella breve sosta Daniele si volse indietro: sotto di lui le pendici cadevano a precipizio, e le creste chiare dei contrafforti si svolgevano le une sulle altre, sporgendo dal dorso titanici macigni, come sculture appena abbozzate e pronte a cadere nel vuoto, a un fremito del monte. Ora girò il capo verso la sommità: poco sotto la cima brillava, d’un biancore di perla, il fronte della cava: gemma preziosa nel castone del crinale, s’offriva all’ardimento degli uomini, quasi invisibili nella vastità della montagna, ma decisi a cogliere quel dono inaccessibile.

Giunto per primo sullo stretto piazzale, Daniele sedette su un sasso e la sua figura si riflesse nel bianco del marmo appena cavato: un giovane alto e robusto, scuro di pelle e di capelli, con la barba ispida e nera. Gli occhi erano grigi, dello stesso colore del ferro tratto dalle viscere della terra su cui camminava; nell’insieme, i tratti delicati del viso mal s’accordavano con la durezza del mestiere. Di idee socialiste, aveva conosciuto la galera senza che quell’esperienza riuscisse a fiaccarne la fede, e, pur essendo pari agli altri operai, nessuna decisione veniva presa trascurando il suo parere.

Erano arrivati tutti, ormai, così s’accostarono alla fronte della cava: nella lucida parete, tagliata dal filo e dalla rena, linee grigie e azzurre ragnavano nel corpo del monte, come vene d’uno sterminato animale. A volte quella bestia, all’apparenza mansueta, si rivoltava agli uomini che gli squarciavano i fianchi, e l’ira costava il sangue o la vita: i morti avevano la fortuna di non vedere le famiglie cadere nella disperazione, agli storpiati, invece, toccava in sorte la povertà.

Visti arrivare gli operai, Francescone chiese d’iniziare subito la lizzatura e a conferma girò gli occhi intorno, ma mostrò disappunto nell’incontrare quelli di Daniele: durava ancora, dentro di lui, il risentimento per lo screzio avvenuto tra loro il mese prima. Quel giorno, nella luce già piena del mattino, un uomo si calava con una fune sopra la parete della cava per liberarla dai massi instabili. I cavatori lo osservavano scendere e scostare i sassi: le pietre cadevano dritte scheggiando le rocce grigie, poi giacevano immobili dentro nubi di polvere chiara.

Intento a guardare in basso, il tecchiaiolo non vide, come videro gli altri, il masso precipitato dall’alto, solo ne udì il rombo quando già il macigno lo sovrastava: alzata la testa, lo ricevette a viso aperto, pur sapendo ch’era la morte. Cadde senza rumore né grido, e quel tonfo sordo, come d’un covone gettato su un carro, s’impresse per sempre nel ricordo di Daniele. Dopo, corse inutilmente, come tutti fecero, all’anfratto dove giaceva il corpo straziato e pianse senza lacrime per quell’uomo, per la vita troncata e per il lutto che da allora sarebbe durato nei figli dei figli.

Composto il morto e cessata ogni attività, gli operai si prepararono a portarlo a valle, ma Francescone, chiamati il capolizza e Daniele, spiegò subito qual era il suo intento: “Il lavoro è troppo indietro e non vi darò la licenza di fermarvi: andrete avanti fino alle quattro, come dice il contratto. La legge è dalla mia e …”

“Non la legge comanda, oggi, ma l’usanza: così avrebbero fatto mio padre e il padre di mio padre” lo interruppe il lizzatore. Si guardarono negli occhi, il padrone e l’operaio, e nessuno dei due abbassò i suoi.

“Prendetevi la giornata, allora, ma non vi darò la paga”

“Faremo senza soldi: non si compra il sangue dei morti”.

Furioso per non aver avuto l’ultima parola, quella volta Francescone s’era allontanato, ma si doveva portare a valle il blocco, ora, così ogni discordia fu bandita e venne dato l’ordine di lizzare.

Adagiato il masso sulla carica con le leve di ferro, i lizzatori lo imbrigliarono con le funi, che facevano capo a un grande canapo, poi cominciarono a farlo scivolare giù per il vertiginoso sentiero.

Guidato sui tronchi insaponati e trattenuto dalle corde girate intorno ai pali, il marmo iniziò il cammino verso il fondo della valle. Davanti al masso, il capolizza guidava gli uomini con ordini e grida, stando attento che qualcuno non perdesse le braccia o la vita, nel porre i pioli ingrassati sotto il ventre del gigante; il grande macigno si lasciava calare, strattonando le corde come un animale selvatico non ancora addomesticato.

Il sole era basso, quando cessarono la fatica: avevano sceso solo trenta braccia, fermati da una balza; quella notte dormirono all’addiaccio, coprendosi con i panni per non sentire il freddo. Il mattino dopo s’affacciarono al dirupo: cadeva dritto come un piombo, e calarvi il blocco pareva impossibile, eppure di lì bisognava passare, così lo vararono dentro l’abisso; il capolizza s’era fatto legare alla fronte del marmo e guidava le braccia, moderandone la forza perché la potenza del peso non schiantasse le corde.

Giunto a metà del salto, il masso scivolò via dalla roccia e, libero nel vuoto, si scagliò contro la rupe: sotto i colpi di maglio, il monte mandò un suono di spelonca, e l’eco l’accrebbe a cupo rimbombo. Il rumore salì su per la valle, riempì ogni recesso e adunò i gracchi in uno stuolo che girò in cielo come un presagio di sventura: a quella vista i cavatori si segnarono, immaginando il capolizza schiacciato sotto il macigno, ma poco dopo ne udirono la voce, ancora salda, salire dal basso dove il masso era sospeso.

Fu come se la mano del Signore si fosse stesa a preservarlo, tenendolo sul palmo per strapparlo alla morte. Preso coraggio, calarono ancora, ma così piano che il masso pareva immobile, ora; quando lo posarono sotto la balza, dove la via scendeva meno ripida, faceva già scuro. Presto fu notte e tutte le voci tacquero; nel silenzio del buio una fibra si ruppe, dentro il cuore del canapo, ma nessuno l’udì, perché non fece più rumore del canto d’un grillo.

Venne il terzo giorno e il sole salì alto nel cielo; nessuna brezza mitigava la calura tormentosa e Francescone, benché stesse al riparo d’un faggio, sentì montare la sete. Quel bisogno aizzò la malevolenza che era in lui, costringendola a uscire fuori come lo scorpione frugato dai bimbi nel suo buco. Dall’alto del poggio cercò con lo sguardo, poi chiamò Daniele con un gesto, e, quando il cavatore fu vicino, gli si rivolse a voce alta perché tutti udissero: “Ho sete, va a prendere un po’ d’acqua fresca”. Nel dirlo tese un fiasco verso di lui.

Nessuno fiatò: la montagna era secca come il deserto e l’unica sorgente sgorgava lontano, nel fondo della valle; andarci richiedeva un viaggio di tre ore sotto il sole, tra discesa e risalita, e quella pretesa suonò come uno schiaffo sul viso.

Il lizzatore rimase muto per un pezzo. Quando aprì bocca, ai presenti sembrò che le parole di Francescone non avessero avuto più effetto del morso di un tafano sulla schiena d’un mulo paziente:

“Il padrone ordina e l’operaio ubbidisce” rispose, prendendo il fiasco tra le sue mani, ma dentro di lui l’ira bolliva e non riuscì a trattenersi: “Presto, però, non ci saranno più operai né padroni” aggiunse, e s’avviò intonando l’Internazionale; le parole risuonarono nella stretta conca della cava, e l’eco le ripeté a maggior scherno.

Francescone taceva: gli sembrava di scorgere un riso silenzioso nelle facce immobili dei cavatori, così fece al lizzatore con disprezzo il gesto d’andare, ma l’operaio era già lontano e il movimento della mano sembrò solo quello di chi vuol scacciare un cattivo pensiero.

Daniele scendeva tenendosi sul licciato, il margine esterno del sentiero dove le pietre sporgevano più grandi; chi l’avesse visto dal basso avrebbe temuto per lui, guardandolo poggiare i piedi sul ciglio del baratro, invece di andare accostato al monte dove il cammino era più sicuro, ma il cavatore conosceva ogni sasso, ogni asperità della via, e la discesa avvenne senza inciampi.

Del resto non lo faceva perché tenesse poco alla vita, ma per andare più spedito e mostrare al padrone che quella fatica gli costava poco. Il sole stava scendendo, quando lo videro risalire il sentiero: ne diede l’avviso il capolizza, salito sul masso con i due ungini.

Giunto davanti al padrone, Daniele gli diede il fiasco senza parlare, e Francescone bevve a garganella con la bocca spalancata, versando l’acqua in gola, poi asciugò le labbra con il braccio e si rivolse al lizzatore.

“Vuoi bere anche tu?” chiese per scherno facendo sciacquettare il fiasco, ma non ottenne risposta. Si girò allora verso le funi che tenevano il blocco e bagnò il canapo dicendo: “Diamola a lui, l’acqua, che ha più sete di noi, a forza di reggere il peso. Ecco, bevi!” E rise forte, nel silenzio seguito alle sue parole.

In quel mentre la grande corda, quasi adirata per l’irrisione, si gonfiò nel mezzo d’un groppo inatteso, mandò uno schiocco di frusta e si schiantò. La mole smisurata rimase immobile, dapprima, poi prese a scendere con fragore lungo la via di lizza, oscillò con forza liberandosi dell’equipaggio e cadde nel vuoto.

Francescone avrebbe potuto avere salva la vita, trovandosi a fianco del masso, ma, vistolo muovere, per avidità o stoltezza agguantò il canapo, quasi a trattenerlo, e fu trascinato via. Il rimbombo di tuono s’udì a lungo, prima che il macigno posasse nelle profondità del monte; i superstiti si affacciarono al dirupo senza scorgere nulla, laggiù dove il blocco era sparito.

Daniele restò illeso e vide il padrone cadere nell’abisso, ma cosa nel suo cuore abbia provato nessuno lo saprà mai, perché nel viso restò fermo come il marmo scolpito.