– E vogliamo parlare di Yoko Ono?
– Ah! Fanculo a lei!
– Lei e quella baldracca bionda della moglie di Cobain hanno fatto sciogliere due fra i più grandi gruppi di sempre.
– E Jim Morrison? Cazzo Jim Morrison. Ha seguito Pam a Parigi, e dopo un anno è morto nel cesso, chissà cosa poteva fare se fosse vissuto.
– I migliori sono stati gli Stones; loro se le trombavano reciprocamente senza farsi problemi, senza interferenze con il gruppo; hanno figli sparsi per il mondo e suonano ancora insieme.
I tre erano seduti sulle sdraio in bambù del loro solito locale, un chiosco in riva al lago, in un venerdì sera di metà primavera.
Non erano ancora le dieci e il posto sarebbe rimasto semivuoto per un’altra ora almeno. A loro piaceva arrivare lì sul presto, con la musica in sottofondo e il cielo che passava al color caramello liquido, mischiandosi all’acqua dolce del lago, e con le piccole onde schiumose che si appoggiavano ai sassi della spiaggia con un rumore di acqua gassata. Più tardi quest’atmosfera sarebbe stata coperta dalla confusione dei clienti e dall’arrivo del dj che avrebbe messo su roba tirata, meno ambient.
Ambient, lounge, strani termini per definire musica che rilassa, che rende disponibili al dialogo, e che magari ti fa osare se sei con una ragazza. Prechiavata. Così dovrebbe chiamarsi.
Preferivano uscire di venerdì. Era più facile incontrare gruppi di ragazze, rispettose della regola del venerdì imputtanate e sabato accompagnate. Era anche più facile trovare la loro categoria preferita: le milf, che rispettavano la stessa regola ma con il sabato accasate: quarantenni che il venerdì si tirano a lucido, estraendo doti nascoste negli altri giorni, e che il venerdì lo dedicano all’essere donna, preda che si lascia guardare e predatrice che punta.
I tre in quel periodo, così come era già capitato in passato, avevano la gran fortuna di essere contemporaneamente single per scelta irrevocabile delle rispettive ex. Si sentivano incompresi. Non erano capiti. La somma delle loro età si avvicinava agli ottanta, ma di solito si riduceva nel corso delle loro serate. Erano infatti dei grandi pensatori e artefici di cazzate. E inoltre avevano pisciato insieme all’aperto parecchie volte. Sì, il pisciare insieme fra maschi è qualcosa che lega, non lo si fa con tutti, ma quelli che lo fanno possono dirsi amici. Forse è un retaggio arcaico, forse un rimasuglio di appartenenza ad un branco che delimita i suoi confini, o forse è che se si ha bevuto insieme si deve pisciare insieme e basta. Capitava spesso mentre si era in macchina. – Devo pisciare. – Diceva uno. Gli altri rispondevano anch’io e si accostava alla prima pianta, muro o siepe, senza spegnere né auto né autoradio, poi si ripartiva.
Max beveva solo Rum e coca. Sempre. Non mischiava mai con altro. Ne reggeva anche sei o sette di fila, ma assolutamente solo quelli. Egoista ma amico leale. Fisico affilato, meglio dire secco.
Bazu invece beveva poco ma il suo stomaco poteva shakerare vari tipi di alcolici senza risentirne. Il suo soprannome esige una spiegazione: Bazu è il diminutivo di bazooka, affibiatogli da chi lo conosce bene, cioè gli altri due, per via della sua inumana capacità di sparare cazzate con le ragazze. Era specializzato in turiste tedesche, con le quali sapeva intrattenersi ore parlando un mix di italanglomakkerone che le stordiva ma le faceva ridere fin quasi allo svenimento. Era in grado di inventarsi balle da prima pagina. Una volta era riuscito a farsi pagare in contanti da un papà mangia-kartopfen l’affitto trimestrale di una piccola barca ormeggiata (abbandonata) lì vicino, che lui aveva spacciato per sua. Con i soldi di papà-wurstel si era portato la figlia in un lussuoso motel 4stelle. Quel giorno era nato il Bazu.
E poi c’era il Mosco. Giocatore di rugby. Poco più di due metri per 127 Kg. Meglio averlo come amico. Era l’autista designato, visto che guidava le auto aziendali del papy. Sapeva reggere fino a quattro litri di birra senza sforzo alcuno, come fosse limonata. Oltre tale capacità dava segni di cedimento e in tal caso diventava problematico da gestire. Fisicamente problematico. Max e Bazu una volta lo avevano dovuto caricare di peso in macchina, ma non erano riusciti a farlo entrare sui sedili posteriori. Sul sedile anteriore era sconsigliabile, visto il suo insistere sul fatto che stava da dio e che voleva guidare. Avevano dovuto optare per il baule. Inimmaginabile la faccia di papà Mosco quando alle tre di notte, svegliato dal trambusto dei due impegnati nelle operazioni di scarico, ha visto scendere il proprio e unico figlio dal bagagliaio della sua auto. Aziendale.
I tre, crescendo insieme, avevano scoperto il mondo che li circondava, un mondo appoggiato alle rive del lago di Garda, nel periodo in cui Desenzano si era trasformata dalla bella ingenua del lago al covo di puttane e droga che era ora. In molti provavano ad aprirsi il proprio varco percorrendo la strada dell’illegalità e le sue molte diramazioni. Era una gara. Come spermatozoi lanciati, i pochi che ce la facevano diventavano veri e propri figli di puttana. Ogni anno si aprivano nuovi locali che facevano girare e ripulire soldi sporchi. Ripulire solo fino a un certo punto, visto che la più alta densità di banconote con tracce di cocaina del nord Italia si trova nei registratori di cassa dei locali del basso lago. Le poco organizzate delinquenze locali, lentamente avevano lasciato il posto alle mafie organizzate, nazionali e non, quelle che i soldi che ci arrivano dalle nostre ragazze li ricicliamo nelle nostre sale-slot, nei nostri locali e nelle nostre discoteche, poi un po’ di soldi li diamo a qualche consigliere comunale per un bel piano regolatore su misura, si vince un appalto e il prossimo lotto di villette con ampiavistalagodelcazzo lo costruiamo noi e vendiamo alle nostre condizioni, tenendoci qualche appartamento per le nostre puttane e da qui non ci mandate più via, e se qualcuno ci rompe i coglioni sparisce nel lago con un bel mattone alle caviglie.
Intrecci di droga, locali, e ovviamente sesso. Sempre. Per ogni gusto. In pochi Km quadrati sono presenti locali distinti per varie appartenenze sessuali: etero, gay, lesbiche, trans, travestiti, fetish, scambisti, ma anche locali che a seconda della serata si dedicano a una di queste categorie. Questa è Desenzano, l’antica Decentium, la decente. Ennesima prova che il destino ha il senso dell’umorismo. Come Jim Morrison morto nella sua vasca da bagno, ci sono posti in cui si affonda per propria mano, legati a un pesante ego, la grande vanità di Pompei prima del suo giudizio.
Entrò nel locale un noto personaggio di quella malavita locale che sgomitando cercava di farsi posto fra i grandi. Lio era grasso. Quel grasso che deborda, che fa sudare sempre, come le forme di grana, ma si sapeva vestire bene. I soldi li aveva, anche se non erano suoi ma della sua vecchia madre affidata alla badante, reclusa in un’ala della loro ampia tenuta di famiglia, in collina. Lio aspettava con ansia che madre natura seppellisse ciò che rimaneva della vecchia, lasciando a lui, unico erede, tutto. Le sue mani erano sporcate dai raggiri, da un discreto spaccio, dai pizzi chiesti in giro, e dal prestito di denaro . Ma la vecchia ancora non tirava le cuoia e lui doveva accontentarsi. Ora però il suo piccolo impero di merda vacillava. Senza una maggior quantità di soldi, rischiava di essere tagliato fuori da alcuni giri importanti, e sarebbe stata la fine. Ma Lio non avrebbe ceduto facilmente. Intanto era stato, rimaneva e sempre sarebbe stato un gran puttaniere. Eccolo lì stravaccato con la pancia straripante dalla sdraio, mojito in una mano e con l’altra a gesticolare per accompagnare le stronzate con le quali stava intortando una barista. Una nuova. Un bel culo, un po’ piatta, ma proprio un bel culo. La scena si stava svolgendo a un paio di metri dai tre amici. Stava investendo la povera ragazza con una raffica di minchiate, tutto perché sperava di potersela fare, prima o poi, possibilmente entro poche ore. Cosa sentirono i tre? Sentirono che Lio aveva organizzato, per il giorno successivo, una delle sue stronzate: aveva conosciuto un tale che sosteneva di essere in grado di ricreare dei cerchi nel grano con delle sagome poste sul terreno e con l’aiuto di un paio di mezzi agricoli. Il Lio aveva il terreno coltivato a grano (o meglio lo aveva sua madre) proprio di fronte a casa, ai piedi della collina. Aveva anche i mezzi agricoli. Voleva avere anche i cerchi, che magari ci scappava l’articolo sul giornale, qualche intervista, un po’ d’immagine, qualche apparizione nei locali giusti e il gioco era fatto, si poteva fare il salto e sguazzare fra i grandi. Tutto esaltato, forse con un’erezione, raccontava dei suoi cerchi alla povera ragazza, alla quale non gliene poteva fregare meno di un cazzo.
I tre tacquero. Poi si guardarono. Poi tacquero ancora. Max strinse le labbra e inarcò le folte sopracciglia, Mosco deglutì un sorso di birra e si pulì molto lentamente dalla schiuma e un brevissimo, appena percettibile sorriso tagliò le labbra di Bazu, mentre fissava il lago. Con estrema calma depositò il bicchiere sul tavolino, si alzò e, illuminato sulla via del Montenegro, andò verso il bancone fra gli occhi pieni di aspettativa degli altri due, occhi di chi sa che qualcosa sta per succedere. Nel frattempo Lio, con una certa fatica, cambiò posto e andò a marpionare da un’altra parte, seguito da due suoi fedelissimi .
Bazu tornò, carta e penna in mano, sorriso da genio consapevole, da scrittore che ha messo l’ultimo punto, con l’idea che avrebbe non ridotto, ma dimezzato la somma delle loro età.
Dovevano assemblarne la geometria. L’idea era ottima e trovò immediatamente l’appoggio dei due compagni di merende. Serviva una sola cosa: l’alfa 156 del Mosco. Il resto era solo carta e penna. Ci volle mezz’ora per preparare il tutto, chini sul tavolino. Pagarono e se ne andarono. Per lo sfondo sonoro erano stati scelti gli AC/DC. Doveva essere un’azione pulita, senza sbavature; la macchina doveva essere guidata da mani esperte. Che poi non si poteva più cancellare.
Arrivarono al punto d’inizio. Buio pesto ai margini del campo del Lio, alla prima periferia di Desenzano. Abbaglianti accesi, cassa, rullante e chitarra a pieno volume, Bazu sul tetto dell’alfa a coordinare le manovre, Mosco alla guida e Max al suo fianco. Tutto a posto, tutto pulito. Ventidue minuti esatti. A lavoro finito, rischiando, percorsero un pezzo della salita che portava alla casa del Lio, girarono l’auto puntando i fari verso il campo, ed eccolo lì il più bel cerchio nel grano che nessun alieno avrebbe mai potuto realizzare. Meglio del previsto. Proporzioni rispettate. Un gigantesco cazzone disegnato alla perfezione dalle loro abili manovre. Che vengano pure quelli del giornale, ora.
Lio ebbe il suo momento di pubblica derisione, con tanto di foto del suo campo (appositamente sfuocata dalla redazione) sul quotidiano locale. La vecchia madre, prima a scoprirlo la mattina successiva affacciandosi alla finestra, iniziò a ridere come non le capitava dalla morte del marito; ammise che il disegno rappresentava molto bene il figlio.

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