Gina ancora non si capacitava di come si fosse impelagata in quell’impegno per la cena a casa sua quel sabato sera.

Tre incontri in poco più di due settimane erano troppi, non erano certo dipesi dal caso. Il Dottor Bassi le appariva come uno spasimante impulsivo, quasi appiccicoso. Si trattava di una corte insistente, non priva di attenzioni premature e  fanciullesche. Sì, era stata questa passione debordante, eppure sincera, che su di lei in qualche modo aveva fatto colpo e l’aveva convinta a intensificare il rapporto.

La prima volta Giorgione si era presentato a casa sua, senza preavviso, impacciatissimo, reggendo in mano un mazzo di fiori di dimensioni ingombranti, dai colori variegati e festosi. Si era giustificato per l’improvvisata, offrendosi di accompagnare Gina alla funzione del rosario serale. Come lei imprudentemente gli aveva confidato, era diventata un’abitudine, con cui scacciava la noia e la melanconia, nelle serate invernali, in attesa del ritorno a casa di Giulia, che spesso si tratteneva al lavoro in orari impensati e si faceva attendere più del dovuto. Messa sull’avviso dalla scampanellata energica, che le aveva fatto presagire una presenza maschile, Gina si era recata alla porta indossando una vestaglia di casa, non una vestaglia qualunque, la migliore che le si era presentata sotto gli occhi e a portata di mano, setosa e frusciante, confermando con aria civettuola e divertita che stava appunto preparandosi per uscire dalla casa. Ciò le aveva dato il destro di fare accomodare il Dottore, senza troppe cerimonie, nei locali della cucina. Vi facevano bella mostra gli utensili ultramoderni,come al solito rimessi in ordine  e tirati a lucido, attirando su di loro  l’attenzione, così che diveniva facile  dimenticare il mobilio vecchiotto e un po’ trascurato.

Prima che la donna si ritirasse di nuovo in camera, per dedicarsi alla sua toilette, vi era stato appena il tempo per i convenevoli e l’offerta di un caffè caldo. Gina l’ aveva servito arricchito da uno schizzo di sambuca. Giorgione, rimasto solo, aveva ingannato il tempo dell’attesa accogliendo il suggerimento della donna e accomodando i fiori nel vaso di cristallo, che aveva tirato a sé da una delle mensole. Intanto Gina, per niente imbarazzata, si era presa tutto il suo comodo, provando e riprovando le scarpe da indossare. Alla fine le aveva scelte eleganti e più alte del solito, prediligendo l’estetica alla comodità. Aveva anche sostato un bel po’ di tempo nel bagno per accomodarsi la capigliatura e terminare il trucco con un ultimo tocco di cipria, ripassando sulle labbra il rouge pastoso e di tono intenso.

Quando finalmente era tornata a farsi vedere, Giorgione aveva cercato di nascondere l’imbarazzo dietro al risultato davvero mal riuscito di quel suo lavoro. S’intuiva però che era rimasto quasi senza parole, di fronte a quell’apparizione che per lui aveva qualcosa di angelico e di demoniaco insieme. Poi senza più infingimenti aveva capitolato:

“Sapete Gina,  stasera siete davvero sorprendente, di una bellezza procace, al limite della provocazione!”

 In effetti, Gina indossava un tailleur in una fantasia floreale vistosa, anche se prudentemente  realizzato  nei toni  sempre eleganti del bianco e del nero, che  le metteva in mostra le forme generose e lei lo indossava con stupefacente sicurezza di sé.

“ Beh Dottore,  direi che siamo già in terribile ritardo per assistere alla funzione. Che ne dice se rimandiamo a più tardi  la sistemazione del vaso da  fiori? Piuttosto potrebbe essere così  cavaliere da aiutarmi ad indossare questa mantella di lana”.

Quando il Dottore le si era avvicinato per accostarle il soprabito sopra le  spalle, le sue mani quasi tremavano e i suoi sensi erano sollecitati e in dolce subbuglio. La donna, che intanto si era rivolta verso di lui, era rimasta sorpresa da quel turbamento, aveva pensato giusto di non tenerlo ulteriormente sulla corda  e aveva accolto le sue mani nelle proprie, ringraziandolo.

“ E voi Dottore, siete un vero signore, ma ora dobbiamo affrettarci ”.

Durante tutta la funzione Giorgione fu distratto dalla visione della donna. Lei aveva recuperato un sano distacco e si era immersa con sincera partecipazione nella preghiera.

Quella sera si erano salutati sul selciato della Chiesa, perché Giorgione, benché impulsivo e mosso dalla passione, non aveva dimenticato le buone maniere e si rendeva conto che essere piovuto in una  casa privata senza preavviso. Già poteva bastare, per quel primo approccio e proprio non era il caso di procurare ulteriore  imbarazzo.

Sulla via del ritorno, tuttavia, quasi si era pentito di quella sua decisione e avrebbe voluto tornare indietro e di nuovo farsi vivo con la donna. La sua mente lavorava febbrilmente per elaborare uno strattagemma che in qualche modo rinnovasse il contatto o per lo meno gli consentisse di prolungare, almeno nella memoria, il piacere che quella vicinanza e quella compagnia femminile gli aveva trasmesso. Era appena uscito con la macchina dalla via principale del paese, mantenendo un’andatura quieta, quasi ad accompagnare le incertezze della sua volontà  e poiché chi cerca trova, la sua attenzione era stata catturata dalla vetrina di un negozio che esponeva tra pezzi di maglieria fine una boccetta di profumo femminile. Giorgione, attento a non provocare incidenti, poté  accostare la macchina al ciglio della strada solo dopo un bel pezzo. Tuttavia fu felice di ripercorrere a ritroso l’itinerario senza che il cammino in salita gli procurasse alcun fastidio. Appena entrato nel negozio, si rivolse con autorevolezza alla giovane commessa, chiedendo se si trovavano un qualche profumo classico, ingentilito da toni fioriti; e fu subito accontentato. La confezione esposta in vetrina era proprio la violetta di Parma. Incoraggiato da questo segnale, che trovava di buon augurio, Giorgione si spinse a chiedere se nelle vicinanze vi fosse stato un fioraio disponibile a confezionare un fascio fiorito, impreziosito da quell’omaggio. Poi  gettò  uno sguardo sconsolato all’orologio, rendendosi conto che trovare un negozio aperto e disponibile a quell’ora era un progetto di improbabile realizzazione. Tuttavia la ragazza gli venne incontro, procurandogli un bel biglietto e dichiarandosi disponibile al recapito a domicilio. Giorgione la ricompensò con una lauta mancia. Così, a distanza di poco più di mezz’ora da quando si erano lasciati, Gina riceveva ancora  notizie da Giorgione.

Il biglietto che accompagnava il profumo era disarmante nella sua semplicità:

“ Stasera mi avete stregato. Mi sono sentito più giovane e più brioso. Non mi succedeva da tanto, troppo tempo. A quando la prossima volta?

Con devozione

Giorgio Bassi”

Gina a costo di sembrare scortese, aveva lasciato passare tutta la giornata di domenica e si era fatta viva con Giorgione il lunedì successivo, cercandolo alla clinica e trovandolo occupato nel corso di una riunione di lavoro. La conversazione era stata impacciata da parte di entrambi e necessariamente breve.

Quando Giorgione le ritelefonò quella sera, Gina naturalmente era stata cortese. Il suo atteggiamento però era un po’ distaccato, quasi guardingo, mentre lui si faceva baldanzoso, senza nascondere la propria impazienza. Avrebbe voluto rivederla quel mercoledì, nell’occasione della festa dei Patti Lateranensi. Gina invece si sentiva quasi assediata. Le passava già per la testa il timore che forse dietro a quell’ardore si celasse solo l’urgenza di una volgare avventura. Si ripeteva così l’eterno rito dell’uomo cacciatore e della donna che si fa preda. Giorgione certo era rimasto un po’ scottato dal fatto di non essere riuscito a strapparle un nuovo appuntamento e, proprio per questo, non si era dato per vinto. Era stato una mezz’ora buona a rimuginare su quel diniego, rivoltando e guardando da più di un punto di vista le scusanti che Gina aveva  frapposto; il loro significato gli era chiaro ed era sempre lo stesso. Giorgione si era detto che dipendeva da lui se accettare la battuta d’arresto, oppure far sì che si trattasse solo di un piccolo incidente di percorso.

Quando il giorno successivo Giorgione incontrò Gino, nel dopocena, più che essere abbattuto era arzillo e in vena di confidenze.

“ Non credevo di potere ancora provare un interesse così vivo, Gina mi sta tenendo sulle corde. Tutto sommato però è piacevole”.

“ E va bene! Cerca, però, di non rincitrullire del tutto, che la signora mi sembra furbetta, mentre tu sei già partito per la tangente. Quanto a questo pranzo al Castello di Greve, si può fare. Tanto per Adele la giornata di mercoledì non è libera. Mia figlia si è prenotata nel primo pomeriggio, non so cosa debbano imbastire insieme, lei e la mamma, a proposito della biancheria di casa. Insomma, roba da donne e a me non pare il vero di prendere il largo. Non mi dispiace per niente se ci godiamo qualche ora di liberta tu ed io, come ai vecchi tempi”. 

Giorgione e Gina si erano rivisti appunto una seconda volta per la festa dei patti Lateranensi.  Giorgione, con fatica, aveva convinto l’amico a prendere il caffè, anziché a fine pranzo, più tardi, concedendosi una comoda sosta nel bar più famoso del paese, allocato sotto i portici. Fortunatamente il tempo era stato clemente e, nonostante, il rigore invernale, la giornata era tersa e con un bel sole. Giorgione stava perdendo tutte le speranze; invece aveva scorto da lontano, a braccetto, mamma e figliola. Erano uscite per recarsi insieme in casa di amici, dove avrebbero ingannato il tempo con quattro chiacchiere e qualche innocente gioco di società. Era successo  proprio lì, in quella conversazione al Bar, sotto i portici: Gino si era momentaneamente dileguato, facendosi accompagnare da Giulia alla vicina enoteca, e la donna aveva formulato quell’invito a cena a casa propria, il sabato successivo. Giorgione era stato galante e tuttavia prudente. Accettando di parlare del più e del  meno, in maniera quieta e dimostrando un vivo interesse solo quando la donna accennava al lavoro della figlia con un misto di solerzia e di orgoglio.Ecco, quello era stato l’argomento galeotto. Giorgione, appunto, aveva bisogno di parlare a quattr’occhi con Giulia del problema del suo sovrappeso. La donna abbassando la guardia, si era lanciata in una lode spassionata di come la figlia si fosse prodigata anche per lei, riuscendo a farle perdere parecchio peso, nel giro di qualche mese, senza eccessivo sacrificio. Quindi, quale migliore occasione di parlarne in un ambiente intimo e familiare? Giorgione che aveva retto bene la pantomina fino allora, si era alzato, per riconsegnare Gina tra le braccia della figlia e aveva concluso compiaciuto:

“ Dunque sabato sera a cena da voi, per me sarà un vero piacere”,  lanciando alla donna uno sguardo prolungato e intenso.

Erano passati solo tre giorni dall’ultima volta che si erano visti, tanto era bastato per mettere Gina in confusione. Il primo scoglio che aveva dovuto superare era stato con la figlia:

“ Mamma, pouf!  Cosa ti è preso di invitare il Dottor Bassi a cena a casa nostra? Lo sai che è un uomo solo, va a finire che l’avremo sempre fra i piedi. Te lo dico subito: per me il sabato è un giorno come tutti gli altri, prima delle otto non posso rincasare!”.

“ Figlia mia, possibile che alla tua età tu sia sempre così acida? Sarà per quello, che non hai avuto mai una storia seria? Guarda, che il tempo passa ala svelta. Magari, avessi portato un giovane con buone intenzioni in casa! Sei musona e scontrosa, di certo non mi rassomigli, neanche nella punta dei piedi.”.

“ Mamma ora ricominci, con questa zolfa!  Avrò anche ventisei anni, ma io la sindrome della vecchia zitella ancora non l’ho contratta e a legarmi, ci penso bene, una e più volte. Che faccio, mi metto a prendere uno che non mi sta bene per fare contenta te ?”.

Dopo quella discussione, Gina si faceva vedere dalla figlia indaffarata e contenta, dentro di sé invece era ben lontana da essere tranquilla. Non faceva che ripetersi che la casa non era in condizione di ricevere il Dottore! Nella realtà attribuiva e proiettava sull’ambiente un’insicurezza che era sua propria. In ogni caso andava ora sviluppando un astio sordo verso alcuni complementi di arredo e suppellettili, di cui per anni aveva sopportato con rassegnazione il cattivo gusto e il carattere ordinario. Le prendeva anche una grande smania di apportare innovazioni. Le sarebbe piaciuto rinfrescare le stanze con una bella tinteggiatura, rinnovare se non il mobilio almeno in parte i tendaggi e le tappezzerie. Andava anche confessando a se stessa che il carattere un po’ scialbo e triste della casa, in fondo, non era solo una questione di mezzi finanziari. C’era poco di che dire, erano stati quegli anni lunghi, senza prospettive, passati al capezzale del marito agonizzante, a renderla meno combattiva e meno vitale. Con la figlia certo non lo avrebbe mai ammesso, però il suo defunto marito era diventato un bell’egoista, in quegli ultimi anni. Tutto concentrato sulla malattia e sulle sue esigenze, aveva preteso di piegare la famiglia a un genere di vista austero; attento alle spese in maniera maniacale, la controllava su tutto e, un po’ di quella spilorceria le era rimasta attaccata, come abitudine mentale, anche dopo che era morto.

Gina, in quei giorni aveva passato e ripassato, con lo sguardo e con la mente, le varie stanze della casa. La camera di Giulia, pure nella sua modestia, le pareva che avesse un’aria vissuta. Era stata ricavata nel secondo ingresso che, anche se di forma stretta e lunga, era spaziosa e bene illuminato da una porta finestra con accesso al balcone. La lunga libreria fitta di libri professionali e la grande radio, il poster gigantesco con l’immagine di Elvis, e il grammofono, rendevano l’insieme passabile, in linea con l’età ancora giovane di Giulia. Il bagno, sì, poteva andare. Menomale che la sua vanità femminile non era mai venuta meno del tutto. Vi troneggiavano una grande specchiera dorata e una consolle, che Gina utilizzava per l’appoggio dei pennelli da trucco e dei profumi.  Certo le mattonelle della vasca erano state risistemate alla meglio con il silicone e, presto, i sanitari sarebbero stati da cambiare. Comunque, tenendo d’occhio l’ordine e la pulizia, com’era solita, tirando fuori gli asciugamani di lino e il bell’accappatoio ricamato, che appunto utilizzava solo per le grandi occasioni, il bagno le avrebbe fatto fare una buona figura. Era la camera che proprio non andava: quell’orribile copriletto di ciniglia, cinereo e privo di qualunque civetteria, il mobilio vecchio e poco curato, l’armadio a un’anta,che era perfino traballante e sostenuto incerto dalle gambe a cipolla!

Gina cercò di scacciare da sé l’immagine che quella camera le rimandava, ora non voleva proprio pensarci, era tardi per porvi  rimedio. Bisognava studiare una strategia alternativa. Per esempio trattenere il Dottore quanto più possibile nei locali della cucina, poiché anche il salotto non era un gran che meglio della camera; e servire un’ottima cena. Ecco, sulla cena non avrebbe guardato a spese. Gina cominciò a stilare il menù della serata. Tortellini di Bologna in brodo di cappone; per secondo un bollito, arricchito da un buon cotechino, salsa verde e acciugata, verdure a volontà: lenticchie, purea di carciofi, una bella torta erbazzona all’emiliana. Frutta di stagione, bigné, dolci e pandoro, servito con una crema pasticciera al mandarino. E il vino, ecco non doveva dimenticarsi il vino. Si sarebbe fatta consigliare dal droghiere, ma secondo lei un buon Chianti  non li avrebbe delusi. Anche l’aperitivo si sarebbe concesso, un  Martini, o un Bianco Sarti.

Mentre questi pensieri le attraversavano la mente, Gina aveva dato un’occhiata distratta all’orologio e cominciava a nutrire qualche apprensione. Non voleva arrivare disfatta alla cena, doveva avvantaggiarsi e ritagliare uno scampolo di tempo anche per sé. Almeno una mezz’ora verso le cinque del pomeriggio, per distendersi sul letto e tenere le gambe alzate sopra i cuscini. Oppure la circolazione ne avrebbe risentito e chissà se fosse riuscita a indossare un paio di scarpe un po’ più alte del solito, anziché adattarsi alle babbucce di casa.

Gina cercò di accelerare la ritualità dei gesti, scegliendo calze di flanella più facili da indossare e riducendo il trucco del viso all’essenziale. Prima di uscire controllò il borsellino, 1900 lire potevano bastare, certamente sarebbero avanzate. Anzi, ci avrebbe fatto rientrare anche una pianta, una bella gardenia, sì, per abbellire il pianerottolo all’ingresso. Sempre meglio presentarsi bene, no? Così dicendo guardò  di traverso l’immagine del marito Giulio che le sembrava si sporgesse dai limiti angusti della cornice di finto argento, in cui era confinata la sua fotografia, con un’espressione guardinga, quasi ferita!

“Eh, caro mio, che ti credi, le cose cambiano!”

Poi senza più darsi pena, Gina guadagnò l’uscita e si dedicò finalmente a programmare la giornata, pacificata con la sua coscienza.