“Si sono fatte le sei, tra un passante e l’altro. Sono rimasto qui per circa due ore, qui in piazza … a vedere questo stagno. Il sole di laggiù tramonta, scende piano oltre l’orizzonte per poi sparire. Riposa.”
Lo sguardo di Karel cadde su un’arancia lì vicino, lasciata in terra a marcire. Intorno ad essa si muovevano lentamente delle formiche, le vedeva sfiorarsi come in cenno di saluto, comunicare chissà cosa, poi proseguire per la loro strada, andare e venire per il nido comune. Passò la scarpa destra sul gruppetto degli insetti più vicini all’arancia, facendole agitare come in balia di un pericolo mortale. Poco dopo, sporgendosi lentamente dalla panchina su cui sedeva, lontano il frutto. “Dio dà; Dio toglie” concluse. Tirò fuori da una busta un tozzo di pane appena comprato, morbidissimo e con sopra qualche seme di sesamo, ne strappò un pezzo con le mani e lo portò alla bocca, masticandolo piano. “Mia madre adorava questo pane, mi chiedeva sempre di comprarlo perché non riusciva a masticare il pane duro, perché le facevano male i denti. Povera vecchietta. Vecchietta mia. Il sole si abbassò ulteriormente, e il cielo azzurro, sgombro di nuvole, assunse rinnovate sfumature rosse. Ma il corso dei pensieri frivoli e vani, di quando giocava lì, proprio in quel parco, con Ivan e Kirill a chi mandava più lontano i sassi lanciati nello stagno, o a chi catturava più lucertole crocifiggendole poi con rametti appuntiti (e di quella cosa un po’ se ne vergognava), fu interrotto da piccoli passetti accelerati, a trotto.
-Ehi, Ol’ga…- una bambina biondina, delicata nei lineamenti e con occhi innocenti e vivi, rimase come colta di sorpresa. Eppure, in realtà, lei aveva visto già da lontano il giovane Karel, ma non voleva fermarsi a parlare con lui, neanche solo per salutarlo.
Privet, ciao Karel.-
-Dove vai così di fretta?- la piccola girava gli occhi a destra e a sinistra, cercando di evitare lo sguardo del ragazzo. Aveva un oggetto rettangolare tra le mani, chiuso in una carta marrone e legata con uno spago. -Cos’hai lì con te?-
-Del sapone… mamma mi ha mandato a comprare del sapone.-
-Sei andata a comprare del sapone da sola?- la bambina annuì velocemente; lo sguardo era puntato sulla base di un albero lì vicino, dietro la panchina dove sedeva Karel, fisso nel punto in cui un gatto bianco e nero giocava con un topolino. -Brava, Ol’ga Bulgakova, fai bene ad aiutare tua madre. Però mi sembri un po’ piccola per uscire da sola a quest’ora del giorno.-
-Io ho già nove anni, Karel Romanyč!-
-Nove anni? Ho già perso il conto di quanto tempo è passato allora! Ricordo ancora di quando eri solo una bambina. E anche io ero poco più grande di te. Quando sei nata, se non ricordo male, dovrei aver avuto… sedici anni!- Karel riuscì a far accennare un sorriso alla sua piccola ospite, proprio come sperava. “E’ così dolce la piccola Ol’ga. E’ sempre stata dolce, è sempre stata timida. Io… sì, posso dire di averla vista crescere, almeno fino a quando non si trasferirono poco più lontano di casa nostra. Però ho avuto sempre occasione di vederla bazzicare da queste parti. Già…” Karel notò le piccole manine tenere stretto stretto il pacchetto, ora portato al petto. I dorsi delle mani e le nocche in particolare erano rovinate, arrossate dal freddo.
-Ol’ga, non porti i guanti? Fa freddo con l’avvicinarsi della sera…-
-Non ho i guanti. Li ho… dimenticati…- le iridi verdi, chiarissime, che delle volte potevano apparire gialle alla luce del sole, non riuscivano a stare ferme, ed ora si fissarono su un punto non precisato del cielo.
-Dimenticati?- Karel sorrise, passandosi il dorso della mano sul naso bagnato da un principio di raffreddore. Il tessuto lanoso del guanto marrone che portava sembrò chiamarlo o, per meglio dire, una voce da dentro sembrò portare all’attenzione ciò che aveva detto Ol’ga poc’anzi. Subito posò il pane che nel frattempo gli era rimasto sulla mano sinistra -ecco, prendi!- disse togliendosi i guanti.
-Come?- l’altra sgranò gli occhi e negava velocemente con la testa -no, non posso accettarli, Karen Romanič, mia mamma mi sgriderà!-
-Non importa, tu ne hai più bisogno di me al momento. Se li hai dimenticati me li riporterai; e so che di te posso fidarmi. Fa silenzio, non dire nulla. Prendili e basta.-
-Ma… quando posso portarli indietro?-
-Oh, mi troverai qui al parco, sempre a quest’ora.- la piccola indossò i guanti ed ebbe un sussulto sulle labbra, un sorriso appena abbozzato per via del tepore che fin da subito aveva provato nell’indossarli. -E, Ol’ga, se non troverai i tuoi di guanti, non portarli indietro. Tienili, tienili per te.- divenuta rossa in volto e apparendo ancor più innocente di quanto già non sembrasse, si avvicinò pian pianino a Karel balbettando un grazie “quanta meraviglia mi stai donando, Ol’ga. Meraviglia che non merito. No, non te ne puoi rendere conto ancora, ma forse… forse un giorno capirai il valore della tua sensibilità. Quando arriverà quel giorno chi la riceverà potrà considerarsi fortunato. Fino a quel giorno, Ol’ga Bulgakova, non cambiare per nulla al mondo.”
-Ora però devo andare, Karel Romanič.- il sole stava calando sempre più. Eppure sembrava rallentasse, che la notte non arrivasse mai. Quel crepuscolo, a piazza … sembrava infinito.
-Vai, corri a casa prima che faccia notte!- disse ridendo Karel, ma mentre la piccola bimba già lo stava salutando da lontano, sbrigandosi a passo svelto, Karel la fermò chiamandola forte, appena in tempo per essere sentito. Ol’ga tornò indietro, davanti a lui ancora una volta. -Aspetta Ol’ga, voglio che porti con te questo.- dalla busta tirò fuori il pane, ma la bambina scosse la testa negando ancora una volta, questa volta più violentemente, più insistentemente.
-Non posso…-
-Sì, sì che puoi! A me non va più, sono sazio. E poi… il sesamo non mi piace.- questa volta anche Ol’ga sapeva che mentiva, perché troppo bene ricordava che mangiava lo stesso panino sulle scale della chiesa di fronte casa loro. In quel tempo erano vicini, e lei aveva quattro anni. Strano era che si trattasse proprio dell’unico ricordo che rimasto impresso di quel periodo, ma non riusciva a spiegarsi il perché. Ricordava solo quel ragazzetto giovane, dai tanti capelli ricci e dagli occhi neri, piccoli come spilli e magro come un ramo. I denti davanti accavallati, storti, non lo rendevano bellissimo, ma profumava di bontà.
-A te piace il sesamo, Karel.- sorrise di nuovo, questa volta in maniera più spontanea, e fu ricambiata.
-Tu prendilo e basta. Prendilo e va.-

Era di nuovo solo. Il sole, ormai del tutto scomparso dietro gli alberi della piazza, andato via senza neanche salutare. Il cielo ancor più rosso, così tanto intenso da sembrar dipinto, veniva attraversato da un piccolo stormo di uccelli neri e rapidi, ad occhio e croce una decina. Karel sedeva ancora su quella panchina, senza guanti, senza pane e col cappello in mano. E se ne stava per andare, i pensieri muti e il volto scuro quando d’improvviso… arrivò lei.
Era lei che stava aspettando.
Petra sedette al suo fianco, vestita con abiti un tempo eleganti ed ora usurati, le scarpe col tacco nere ed una lunga gonna rossa di pizzo bianco. I capelli erano unti di grasso e le mani, coperte da quanti che mostravano la punta delle dita, avevano unghie sporche. Eppure non avrebbe potuto dire che non fosse bellissima, quell’angelo che ora lo guardava compassionevole, speranzosa nei riguardi di un qualcosa non ben definito né da lei, né da Karel Romanič. Speranzosa nei riguardi della sua fede.
-E così… alla fine sei venuta, Petra.-
-Sapevo di trovarti qui.- Karel sorrise.
-Già, non è una novità.- lo sguardo di Petra cadde sulle mani nude che tenevano il capello, e tremavano leggermente.
-Non hai i guanti?-
-No, li ho dimenticati a casa.-
-Se vuoi li andiam…-
-Tanto non mi serviranno, Petra.- la interruppe subito, seccamente. Zittita al momento, la ragazza di qualche anno più piccola di Karel (un paio d’anni, se non qualcosina di più) spostò gli occhi verso il riposo dello stagno immobile.
-Hai visto molta gente passare per di qui?-
-No, non molta oggi. Giusto una persona… che mi ha fatto molto piacere vedere.-
-E di chi si tratta?-
-Di Ol’ga. Ha nove anni adesso. Sai, eravamo vicini di casa, quand’era piccolina, una bamboccina appena. Mi sorrideva sempre ogni volta che passava davanti la chiesa e mi trovava a mangiare del pane al sesamo, e… quando la madre non c’era gliene davo un pezzettino.- Petra sorrise, voltandosi poco dopo per poter tossire. Un paio di colpi di petto tremendi, che sembravano provenire misteriosamente dal profondo della gola. No, non dalla gola, “questa è una tosse che proviene dai polmoni”. Petra si voltò di nuovo verso Karel, dopo aver pulito una goccia di sangue sul labbro inferiore, e prese le mani gelate del ragazzo per poterle scaldare. E in quella stretta, in quella presa, cercava di far leva sulla sua naturale sensibilità.
-Karel, hai deciso allora che fare?- lui, con gli occhi fissi nell’altra, azzurri come quello stagno che rifletteva sobriamente il cielo, si trovò a scostarli in un lampo. Involontariamente, caddero su un topo uscito da qualche parte lì nei pressi. I suoi occhi incontrarono quelli del roditore, entrambi piccoli e vuoti. Si guardarono qualche secondo appena, in un momento che appariva eterno. Si era immedesimato nel topo, in quella piccola vita apparentemente senza senso, un senso che poteva essere trovato soltanto nell’essere topo in vita e non spettatore. Ma quell’animale era molto più fortunato, molto più di lui, pensava Karel. “Tu almeno sai chi sei, e ti riconosci nei gesti, nei pensieri anche più piccoli, nella tua breve vita. Cosa puoi mai vedere tu nei miei occhi?” -Karel- Petra interruppe il corso degli insani pensieri -allora, che farai? Rispondimi ti prego.-
-Mi prenderò le mie responsabilità, Petra. Devo farlo; assolutamente. Anche se può essere spiegato tutto questo, devo comunque farlo. Lo spiegherò, stanne certa che lo farò. Però devo andare, Petra. Devo andare assolutamente. E tuttavia ho paura soltanto di una cosa…- e lei sapeva bene a cosa si riferisse, tanto che gli si fece più stretta, arrivando a pochi centimetri dalle labbra. Portò la mano alla bocca di Karel Romanič, fermando il fiato.
-Lo so, so di cosa hai paura- Karel voleva piangere. Ne aveva voglia. Ma troppo aveva pianto dopo aver visto la sua povera madre sgozzata dalle mani del patrigno. E ancor più aveva pianto di rabbia dopo che fracassò il cranio dell’assassino con la scure per spaccare la legna. Di lacrime non ne aveva più. -Ma io sarò sempre qui con te. Io ti aspetterò sempre, maya lubimaya, amore mio.-
Petra staccò lo sguardo per via di una mano che si poggiò sulla spalla di Karel Romanič.
-Procuratore Bakarov.- disse Petra. L’uomo sorrise bonariamente, certo che il ragazzo non avrebbe opposto resistenza. Alla fine gli voleva bene come un figlio. Karel Romanič il piccolo leprotto, come lo chiamava da bambino. Karel Romanič, amico di suo figlio Fiodar.
-Vogliamo andare, bàtjuška, caro?- lui non si voltò nemmeno.
-Sì, andiamo procuratore.-
Ed il crepuscolo ormai era del tutto calato sulla città di …, come era calato su tutta la gente.
Ancora una volta su Karel Romanič. Per sempre.