Domenica pomeriggio, 17 marzo. Rigurgito d’inverno, cielo grigio, plumbeo, fa rimbalzare pensieri dello stesso colore lanciati da persone anonime che camminano sui marciapiedi, trascinando il loro tempo.
Voi siete qua: geocalizzatevi nel tempio della mediocrità, specchiatevi nei volti del nulla, dei sorrisi ebeti, delle chiacchere facili, degli sguardi spesso rivolti altrove.
Voi siete proprio come quelli che state guardando, inutile che ci giriate intorno: mai portato il figlio a vedere un film al cinema tra centinaia di mandibole sgranocchianti pop-corn? E ai giardinetti del quartiere, inseguendo frotte di ragazzini tutti uguali, cercando tra quelli il vostro mentre un display rosso grosso così nel vostro cervello grida: “padre irresponsabile!!!”?
E che mi dite dell’ “andiamo a fare una passeggiatina in centro”…? Mai portato la moglie e la suocera a mangiare al ristorante dove per capire quello che sta dicendo quello che ti siede accanto devi protendere il corpo avanti e strabuzzare gli occhi sul labiale? O magari proprio per quello, per il ronzio incessante di sottofondo, li porti tutti a mangiare lì così puoi fare sìsì con la testa e intanto pensi ai fatti tuoi, sbirci le tette delle donne agli altri tavoli, ti appelli al cameriere per un passaggio quanto più possibile solerte e celere delle portate attese: un’altra acqua, un po’ di pane, caffè e conto, grazie.
Vi guardo scorrere, mentre guido in macchina: non mi piacete, non mi piacerete mai.
Vi trovo inutili, i vostri abiti trasudano banalità, vi siete riprodotti e non c’era assolutamente bisogno di saturare il mondo con la cover della vostra vita scialba.
Odio accostarmi ai vostri aliti in metropolitana, sentire il l’eco dei pensieri che rimbalzano nelle vostre teste come i suoni in una stanza vuota.
Sento mancarmi l’aria.
Mi guardate, stolidi. Non capite. Non importa.
Ascolto la mia musica. Mi avete invaso, la vostra inutilità mi è entrata sotto pelle, sto diventando come voi, se sono qui sono esattamente come voi. E un altro giorno è passato.
Chi si è sognato di inventare la domenica? Quello del passero, lo aveva detto: “diman tristezza e noia recheranno le ore…” E cosa è cambiato, da quel momento? Nulla. Trasudiamo tecnologia e siamo pieni fino al midollo del quotidiano delle “piccole cose”. Voliamo basso, ci risparmiamo forza e energie per riservarle chissà a cosa…Sto usando il noi, sì, noi, anch’io sono così, maledetti! …Maledetto me, quanto spreco di tempo, altro che risparmio…
Attenzione: non è vero, io non sono così. Io vi guardo, vi osservo, io capisco. Ma se sono qui, se non ho trovato modo di dare senso a questo giorno tetro, se sto lasciano crescere l’angoscia dentro me, se sto sguazzando nella vostra poltiglia, io sono peggiore di voi, sì, perché io sono consapevole.
E sono stanco.
Tornato a casa, butto le cose alla come viene.
Liquido rosso scorre dalla bottiglia ad un bicchiere, piccoli sorsi chiamati a dare un po’ di tregua. Bicchiere in mano, mi affaccio alla finestra: squarci di luce tra l’oro e il ruggine si sono fatti strada dalla coltre che ha inghiottito per tutto il giorno il cielo. Uno stormo di gabbiani, un aereo che più oltre vola verso la meta del chissà dove, un suono di sassofono dalle finestre del palazzo di fronte. Una signora porta a spasso un cane, si china per raccoglierne i bisogni e se ne va.
La seguo con lo sguardo, mi trovo a immaginarla bimba che gioca alla campana, o a corda con le amiche. Sto invecchiando: nessuno gioca più per strada da tanti, tanti anni.
Dalla radio, i Beatles irrompono struggenti con “A day in a life”, ed una strana ed infinita tenerezza prende il sopravvento per quella donna, per il suo cane, per i gabbiani, il cielo, quelli che partono e stan sospesi in volo.
Sono le venti, Giada sarà a casa con la madre. Prendo il telefono e la chiamo:
“Pronto, papà?”, voce argentina che evoca l’acqua di un ruscello di montagna
“Ciao Giada, ti disturbo? Che stai facendo?”
“Studio”
“Cosa?”
“Le molecole. Domani ho il compito di scienze”
“E sarebbero…?” sorrido.
“Sono uno o più atomi legati da un legame chimico covalente…”
L’occhio mi scorre sullo schermo dove Wikipedia riporta esattamente, e c’era da dubitarlo, le parole di mia figlia. Sospiro.
“…”
“Ok…Le molecole sono la più piccola unità chimica capace di esistenza indipendente. Quelle formate dagli stessi atomi sono dette semplici, quelle formate da associazioni di atomi diversi sono dette composte…ehm…poi, ogni sostanza ha la propria molecole che la identifica, quindi diversa dalle altre, e ogni una sostanza è formata dalle stesse molecole…”
“Affascinante…”, sospiro .
“Boh, insomma…vabbè papà io devo andare, mi sta chiamando mamma per la cena….Anche tu sei una molecola…!!” È il saluto sorridente di Giada.
Una molecola di cosa? Mi chiedo.
Asfalto. Vada per l’asfalto. Ruvido, imperfetto, sporco delle tante tracce di passaggio, sento camminare sopra di me i camion, guidati da omoni in canottiera con la ricetrasmittente.
“Nuccio chiama Drago Rosso, ti sento forte e chiaroo…”
“Nuccio qui è Drago Rosso,…ma che minchia stai dicendo…?” rido da solo, molecola d’asfalto, duro, rugoso, sgradevole come una grattugia al tatto.
Chissà se riuscirò mai a volermi bene? Chissà se una molecola può cambiare natura, ribellarsi agli atomi che tiene uniti, cercarsene altri? Chissà se Wikipedia ha le risposte?
Notte che porta via la rabbia, lascia la malinconia delle cose appese, come quelle buste che rimangono aggrappate ai rami quando i fiumi rientrano nel loro corso consueto dopo un periodo di piena.
Mi passerà. Diventerò più buono, tollerante, come la mia piccola Giada. Spengo la luce, domani sarà diverso, ci sarà il sole, andrò a cercare la donna con il cane, sarò molecola di glucosio, l’avvolgerò in una nuvola zucchero filato…Sempre che il cane non mi lecchi tutto.
Mi rigiro nel letto, col mio destino d’asfalto oramai segnato.

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