I

Ogni mattino mi sveglio convinto di farcela ed invece, per un motivo o per un altro, rimando. Dieci giorni che sono qui, in questo piccolo centro della costa belga e ancora non ho concluso nulla. Pensare che ho attraversato mezza Europa per arrivarci. Alla mia età e con i miei reumatismi non era il caso di farsi tutti quei chilometri passando da un treno all’altro, sostando svariate ore in stazioni fredde e buie piene di gente poco raccomandabile, in attesa delle coincidenze, con la paura di fronte a chiunque si avvicinasse e il dubbio se mi stessero chiedendo una semplice informazione o tentando di minacciarmi, incapace come sono con qualunque lingua, compresa la mia. A stento conosco qualche parola di inglese e non è che mi sia servito a molto. Per fortuna, dovunque vai qualche italiano si trova sempre. Me la sono cavata chiedendo aiuto a loro e alla fine sono arrivato dove volevo. Non che intendessi trattenermi così a lungo. Giusto il tempo di rivedere una persona, quel che resta di quella che una volta era una famiglia felice.

So che è qui. Lavora come barista in uno dei bar della riviera, vicino alla biblioteca. “Des folies” si chiama il bar, e io non so neanche cosa voglia dire. Ogni mattino ci passo vicino con l’intenzione di entrarci ma l’attimo in cui dovrei varcare quella dannata soglia ci ripenso, proseguo dritto fino alla biblioteca, quindi entro, mi siedo e faccio finta di leggere i quotidiani locali. Cosa che poi finisce anche per mettermi in imbarazzo. Perché, naturalmente, se ti vedono leggere giornali in lingua francese la gente pensa che tu conosca il francese, si avvicinano e fanno osservazioni, oppure chiedono cose che non riesco a capire. A volte annuisco, sperando che basti. Altre tento di rispondere in un inglese strascicato « I don’t understand », ma nessuno comprende, così come io non capisco loro. E pensare che qui un settore della biblioteca è dedicata ai libri italiani, anche se in realtà sono soprattutto autori stranieri tradotti in italiano. Insomma io ogni mattina mi sveglio apposta per entrare in quel dannatissimo bar, poi non ne trovo il coraggio, così proseguo per la biblioteca dove ci resto un’oretta buona a pensare e far finta di leggere, quindi torno in albergo o vado a farmi un giro in paese. Oppure ci vado davvero al bar, ma un altro, a prendermi un italian coffèè che di italiano ha ben poco.

La biblioteca e “Des folies” distano appena centro metri l’una dall’altro. Chissà, forse inconsciamente spero di incrociarla qui, questa persona, che magari ci entri per un servizio, per sfogliare le riviste, prendere un libro. Trovo il silenzio di questo luogo più rassicurante del caos di un bar della costa pieno di turisti. Ma finora non è mai accaduto e non è che possa aspettare in eterno. Sono già rimasto fin troppo in questo paese, e neanche avrei potuto permettermelo.

II

Guarda caso è nei giorni apparentemente meno idonei che trovi il coraggio di fare le cose. Mi sono svegliato di buon’ora anche oggi, il tempo era nuvoloso, così ho deciso di indossare l’impermeabile. Non faccio in tempo ad uscire dall’albergo ed ecco scendere giù un’ acquazzone, due passi ed ero già fradicio, eppure ho proseguito, immerso nei miei pensieri e nelle mie indecisioni. E, non so perché, il freddo pungente mi ha trasmesso serenità. Pensavo alla biblioteca, al fatto che, a furia di avere tra le mani giornali francesi forse iniziavo a capirne alcune parole, agli studenti che la frequentano, al personale che ci lavora e, che mia moglie in cielo mi perdoni, ad alcune belle donne che son solite frequentarla. Insomma, ero completamente assorto nei miei pensieri quando mi ritrovo, quasi senza accorgermene, a varcare la vetrata del “Des folies”. E finalmente, dopo quattordici giorni dal mio arrivo in Belgio, e dieci anni dall’ultima volta, la vedo.

Ho detto lei perché non saprei in che altro modo definirla. E perché, oggettivamente, è bellissima. Ha i capelli castani e lunghi, raccolti in una coda ce le arrivava fino al fondoschiena. Gli occhi, verdi e luminosi come li ricordavo. E’ truccata, ma in modo discreto, almeno per quel che posso capirci io di make up e diavolerie simili. Ha un rossetto di colore rosato e un ombretto azzurro che ne esalta la carnagione abbronzata. A me, non so perché, stupisce che possa essersi abbronzata qui in Belgio. Sarà che me lo immaginavo un posto dal clima mite, dove i giorni migliori non fossero tanto più caldi da quelli della nostra primavera italiana. Invece sembra che l’estate arrivi anche qui, ad eccezione di oggi, che sta diluviando e non accenna a smettere. Ma più che l’abbronzatura, o la naturalezza del suo trucco, a me stupiscono i modi. Delicati, femminili. Talmente femminili che quasi stento a crederci che la persona che ho di fronte una volta era mio figlio. Già, era un maschio, e l’avevamo chiamato Christian. Oggi sembra una donna a tutti gli effetti e, da quanto ne so, si fa chiamare Christine.

III

È cambiato molto dall’ultima volta ce l’ho visto. Oggi non sfigurerebbe in un concorso di miss. Quattordici anni fa mi sembrava poco meno di un uomo maldestro che tentava di travestirsi da donna per una festa di Carnevale. Insomma un pagliaccio, come lo definii, prima di cacciarlo di casa, quando mi chiese di accettarlo per come sentiva di essere e non per quello che la natura aveva scelto di farne. Gli dissi che, se avesse voluto, l’avrei aiutato a curarsi ma se aveva intenzione di recitare questa sua buffonata per tutta la vita potevamo anche dirci addio. Rispose di essere ormai adulto e libero di fare ciò che voleva, e sarebbe andato fino in fondo. “Allora non farti vedere mai più!” gridai, e così fece, mentre mia moglie era in lacrime, non saprei dire se per la sua scelta o la mia. Loro comunque si sono mantenute in contatto, si scrivevano alla vecchia maniera, lettere e foto spedite per posta. Non potevo certo impedirglielo. Era stato il nostro unico figlio e avevo preso da solo la decisione di cacciarlo. Mi vergognavo terribilmente di lui. Mi sarei vergognato meno se fosse stato un tossico, uno scippatore, qualunque altra cosa. Forse perché mi illudevo che, in certi casi, i parenti, gli amici, i colleghi sarebbero stati più indulgenti con me, più comprensivi e non mi avrebbero riservato tutte quelle frecciatine che, da lì in poi, mi toccò subire. In quei casi, forse, mi sarebbe stata riservata un po’ di comprensione e non la derisione più o meno velata di cui ero vittima. Capitava spesso di sentirli confabulare di educazione e figli e che si interrompessero non appena mi avvicinavo. Era chiaro che, per loro, in quel senso avessi fallito. In effetti è quel che ho sempre pensato anch’io. Quando vedevo mia moglie leggere una sua lettera, a volte sbottavo.« Ma come fai » le ho chiesto una volta « come fai ad accettare la sue decisione come niente fosse? ». Interruppe la lettura per un rapido sguardo. « Dopo aver perso un figlio, non ho intenzione di perdere anche una figlia ».

III

Era così che vedeva la cosa. Christian non c’era più, al suo posto era arrivata una che si chiamava Christine, che era comunque sangue del suo sangue. Era comunque l’essere che aveva partorito e se voleva sentirsi donna, lei l’avrebbe accettata come una figlia. Per me è stato tutto più difficile. Per me era soprattutto uno scherzo della natura, una grave mancanza di rispetto a Dio e a se stesso oltre che terribile fonte di imbarazzo e vergogna. Di lui non volevo più sentir parlare, soprattutto con mia moglie. Solo che così finimmo col non avere più niente da dirci. Gli ultimi anni del nostro matrimonio sono stati caratterizzati da una sorta di gelo, dal silenzio e da un velato rancore da parte di entrambi. Lui, o lei, o quel che è, Christian o Christine che dir si voglia, non ha presenziato al funerale della mamma semplicemente perché non glielo ho comunicato in tempo. Non volevo che venisse. Al dolore per la scomparsa di mia moglie non volevo aggiungere quello per le sue scelte. Solo pochi mesi fa ho ritrovato le lettere che ha scritto alla madre. La curiosità mi ha spinto a leggerle. Ed è stata forse la prima volta che ho scoperto sia il ragazzo che era stato che la donna che ha cercato di diventare.

(continua…)