Freddo. Lo sento nelle ossa, questo gelo denso di umidità. Mi fa pulsare nocche, giunture, legamenti. Penetra e si diffonde come una lenta e scura marea. E sono come morto.
Qui tutto tace, tutto è buio, giace nell’oblio di chi non sente nulla.
Ho trovato il ritratto per caso.
Era solo l’ennesima porta che si lasciava aprire di una casa incustodita, abbandonata da coloro che non ci sono più.
Sono entrato, cercavo cibo e un letto dove buttarmi, accasciarmi, annullarmi. Avevo scoperto questo quartiere dopo tanto inutile e deprimente girovagare: belle case, curate, ricche. Le varcavo e mi sentivo meno solo, circondato dai loro ricordi, dagli oggetti curiosi e interessanti, mai banali, le dispense piene di cibo, le camere avvolgenti. Ma oramai i topi erano arrivati anche qui. Non potevo restare a lungo nello stesso posto, mi venivano lo schifo e la paura, bastava un fruscìo: a volte era uno solo, più spesso erano cento. Per questo cambiavo, quasi ogni sera.
La torcia aveva illuminato l’ingresso e il salone, il bianco e il beige spiccavano nel cerchio di luce che si stagliava nel buio. Un guizzo di rosso mi aveva colpito sulla parete: avevo allora spostato in alto il fascio di luce, scoprendo intere pareti di quadri.
Bellissimi.
Violenti.
Intensi.
Un ricordo improvviso è un’onda che si schiaffa violenta sulla faccia.
I colori.
Cos’era il mondo all’epoca del rosso, del blu, del verde, delle mille gradazioni di viola e arancio…il mio sguardo annaspava, cercava di inghiottire le immagini e fagocitarle nell’anima che si scopriva assetata di luce.
Qui un mercato di frutta, pesce e verdura, lì un paesaggio illuminato, di fronte bandiere rosse e cavalli imbizzarriti: c’era la vita vera emergere da quelle immagini a due dimensioni.
Poi vidi anche quello: il disegno.
Un grosso sedere di donna, le gambe abbandonate, languide. I capelli, ondulati e lunghi, sciolti sulle spalle poggiate sul cuscino, un lenzuolo adagiato svogliato sul corpo. E un tulipano, accanto. Allungai la mano, poi la ritrassi subito, e rimasi lì, immerso in quello che non mi aspettavo più. Pulsava. E faceva male.
Come se ti avessi vista lì, davanti a me, come se ti avessi vista come allora eri, come allora ero.
Quella donna era il mio passato, la mia vita, il mio tutto. Quella donna era il mio ricordo, la mia anima. Quella donna: se solo si fosse mossa, alzata, se solo il mondo si fosse nuovamente acceso e fosse tornato ad essere quello che era prima di tutto, prima del disastro, prima che accettassimo di farci estorcere le emozioni dalla nostra mente, convinti fossero il male, la debolezza, l’imperfezione. Se solo io non mi fossi più trovato lì, solo, unico superstite forse di quella forza distruttiva che proprio la mancanza di passioni aveva prodotto: la “pura” ragione al servizio della nostra civiltà. I più forti erano fuggiti altrove, su altri sistemi. I più deboli erano stati lasciati qui a soccombere in un pianeta dove neanche il Sole aveva più trovato la sua ragione d’essere, e si era spento.
O meglio: era stata trovata una soluzione razionale, si erano fatte economie di sole e stelle, ché servivano altrove. Non ci credete: lo so. Una cosa del genere non sarebbe stata concepibile, nel “vostro” mondo. Ma da noi le cose erano cambiate, avevano prodotto frutti inattesi. C’erano stati il sovrappopolamento e la scoperta di altri pianeti abitabili. C’erano state scelte definitive da fare.
Era stata poi selezionata la razza più adatta (sìsì, avete letto bene) e quelli di noi lasciati qui a morire avevano accettato consapevolmente di farlo: non provavamo nulla.
Forse era quella la serenità.
Poi successe un fatto inatteso: una volta andati via tutti e spento il sole, qualcosa iniziò a non funzionare più bene. Sentimmo il gelo. E la disperazione. Alcuni iniziarono a mangiare i loro simili, chiedendo ad altri poi di finirli alla stessa maniera. Ci furono il caos. L’orrore. La paura. E ci sono ancora adesso.
Così mi aggiro, come un cane lupo solitario, evito il branco, mi avvolgo e rantolo nei sentimenti cupi ma cerco di sopravvivere in una sorta di speranza che da qualche parte in me si è risvegliata, e si scontra solo e sempre con il suo opposto: il terrore di continuare a vivere.
Ma questo, questo non lo ricordavo.
Questo corpo che parla, queste spalle, questo languore: e la mancanza è la vera disperazione.
Le mie stagioni non saranno più. E ti vorrei, vorrei il mio amore. Vorrei quello che ero.
Esco per strada e grido a lungo, ululo nel vuoto, nella notte.