Quando, dopo l’ultima strettoia a gomito, si esce da quell’agglomerato di casupole vecchie e cadenti che solo un ottimista può chiamare centro abitato, si ha come l’impressione di venire espulsi da uno stitico budello di viuzze. Ma non c’è modo di tirare un sospiro di sollievo perché la strada prende a salire piegando poi bruscamente per scavalcare la Milano–Laghi con un ponte lungo e stretto dopo il quale prosegue ancora su un terrapieno e scende fino ad una brusca curva a destra che aggira una specie di cascinotta appena ristrutturata. Subito dopo questo gruppetto di case c’è una stradina sulla destra che difficilmente si nota se non se ne conosce l’esistenza. A percorrerla fino in fondo si scopre che finisce improvvisamente contro la recinzione dell’autostrada.
Questa stradina, tutta piena di buche, è costeggiata sul lato sinistro da un vecchio muro, interrotto da un cancello automatico. Attraversandolo posso finalmente rilassarmi perché sono giunto al termine del viaggio. Come ogni giorno, in un’ora, un’ora e un quarto, sono arrivato sul luogo di lavoro.
Dall’altra parte invece, sul lato destro del viottolo, si stende un breve fazzoletto di terreno incolto e inselvatichito racchiuso tra l’autostrada, il terrapieno e la stradina stessa. Ed è lì che vivono i conigli.
Non so dire come e quando siano arrivati. Se ne accorse un paio di anni fa un collega che, entrando una mattina in ufficio, ci disse: «Avete visto i conigli là fuori?»
Da quel momento gli avvistamenti furono incostanti e incerti: c’era chi ne vedeva una coppia più o meno alla stessa ora e all’incirca nello stesso posto, ed altri che ne vedevano solo uno, ora qua, ora là.
Poi la cosa perse interesse. I conigli non si fecero più vedere e fummo tutti convinti che non avessero passato l’inverno.
La primavera seguente, invece, ripresero ad apparire sul far del tramonto, timidi e schivi come conviene alla loro natura. Natura che li vuole proverbialmente anche molto prolifici.
Da buon padano industrializzato e urbanizzato, non so assolutamente nulla di conigli. Quindi non mi spiego come possano aver trovato un habitat confacente alle proprie caratteristiche vitali in questo pezzetto di provincia suburbana martoriata dall’inquinamento, seviziata dal traffico e imbalsamata da decenni di spregiudicate cementificazioni. L’angolo che hanno scelto per insediare la loro colonia sembra essere un concentrato paradigmatico di ciascuno dei guasti ambientali che affliggono la nostra epoca.
Il terreno che li ospita, come dicevo, è praticamente isolato dal territorio circostante. A sud l’autostrada, ad ovest e a nord la strada comunale e ad est il muro di cinta costituiscono un confine difficilmente valicabile dagli umani; figuriamoci dai conigli. Qualcuno di loro avrà pure tentato la sorte di attraversare la strada, ma sappiamo bene come di solito va a finire in questi casi. Comunque sia, in pratica è qui che sono confinati i conigli.
Gran parte dell’area è fittamente coperta da un intrico di sterpaglie e rovi, a cui fanno da contorno le immancabili robinie. Questo fa sì che le tane dei conigli siano per lo meno al riparo dalla curiosità degli uomini e dagli assalti delle cornacchie, ma non impediscono che tutto attorno si accumulino mucchi di rifiuti di natura imprecisata, scaricati di nascosto la domenica mattina da camioncini anonimi di ditte di costruzioni che probabilmente non compaiono in alcun registro delle imprese.
Quattro o cinque pioppi malandati completano il panorama verde, senza peraltro riuscire ad attenuare l’impressione di sconsolante abbandono. Eppure è qui che i conigli trascorrono le loro giornate.
I pioppi devono contendere il proprio diritto alla verticalità con tre tralicci dell’alta tensione. Due svettano per una quarantina di metri mentre il terzo, più piccolo, completa la famigliola piantato nel bel mezzo della macchia di rovi. Nelle giornate umide e fredde — e gli inverni padani ne conoscono tante — l’aria sopra le nostre teste vibra con un ronzio inquietante e i peli della nuca si rizzano per un riflesso involontario. Ed è sotto questi elettrodotti che i conigli crescono e si moltiplicano.
Eh sì, in questi anni si sono evidentemente moltiplicati. E si sono fatti anche più audaci. Devono aver trovato una apertura nella recinzione ed ora non è raro vederli brucare placidamente nelle aiuole che ornano il cortile e il parcheggio dell’azienda. All’inizio erano solo presenze fugaci. Scatti nel buio illuminato dai fari delle auto, movimenti e fruscii nei cespugli o sotto le azalee o tra le siepi di lauro.
Poi hanno cominciato a farsi più intraprendenti, oserei dire sfrontati: non scappano più, non si nascondono più. Escono a tutte le ore del giorno, pur continuando a prediligere la mattina presto e la sera al tramonto. Il nostro giardino è diventato il loro soggiorno e nelle giornate afose di questo luglio cocente sospetto che vengano a prendere il fresco e a sollazzarsi con le improvvise docce dell’impianto automatico di irrigazione.
Qualche settimana fa ho trovato una coppia di conigli accoccolata nella rada erba del mio posto auto. Al mio arrivo non si sono minimamente scomposti. Anzi, uno dei due, quasi come gesto di sfida, si è allungato pancia-a-terra con le zampe ben distese davanti e dietro a sé. Ho suonato il clacson, mi sono avvicinato, ho dato due colpi di acceleratore, ma non c’è stato verso di farli spostare. Ho dovuto cercare un altro posto libero, con la netta sensazione che nel frattempo i due se la ridessero alle mie spalle.
La sera stessa, non so se quei due medesimi o un’altra coppia di conigli, se ne stavano accoccolati in una delle aiuole accanto al parcheggio in quella loro posizione che li rende così carini, con le zampette anteriori raccolte sotto al petto. Prima di salire in auto, mi sono avvicinato per vedere la loro reazione. Se ne stavano quasi uno di fronte all’altro, dandomi la schiena di tre quarti. Il loro annusare l’aria continuamente, con quel tipico movimento incessante del naso, dava l’idea che stessero confabulando tra loro. Non fecero nulla finché non fui a meno di due passi di distanza. Allora quello di sinistra ebbe uno scatto: si sollevò di colpo sulle zampe posteriori girandosi verso di me. Poi si accucciò e fece un balzo nella mia direzione, mostrando minacciosamente una doppia coppia di formidabili incisivi ed emettendo una specie di soffio, a metà tra il sibilo e il fischio. L’altro, ne sono sicuro, se la rideva sotto i baffi.
Da quel momento mi tengo prudenzialmente alla larga da loro. Se mi dovesse capitare di incontrarne qualcuno mentre arrivo al mattino, o quando esco alla sera, faccio finta di non vederli. Li ignoro e passo oltre, non senza una leggera sensazione di ansia. Nell’andare a casa ho preso l’abitudine di tenere d’occhio il retrovisore anche dopo aver oltrepassato il cancello della ditta.
Un innato senso del pudore, ed anche una certa dose di vergogna, mi impediscono ovviamente di farne parola coi colleghi. Ma sono piuttosto sicuro che la cosa sia reciproca. Lo capisco da come l’argomento conigli venga accuratamente evitato nelle chiacchiere alla macchinetta del caffè. Dal momento che quelle bestiole hanno ormai praticamente invaso il giardino e il parcheggio della ditta, è quanto mai sospetto il fatto che nessuno ne parli o non tiri fuori qualche battuta scherzosa.
Non so come andrà a finire tutta la faccenda. Sono un po’ preoccupato per il prossimo autunno, quando le giornate si accorceranno e mi toccherà uscire dall’ufficio col buio. Dalla porta d’ingresso alla mia auto sono poche decine di metri, ma forse è il caso di attrezzarsi per ogni evenienza.
Penso che mi procurerò una torcia elettrica ed un bastone. Non si sa mai.