Rita Majoni non poté fare a meno di ammirare la grafia precisa e il tratto deciso con cui Federica aveva vergato l’indirizzo sulle buste degli invitati. Doveva riconoscere che la figlia si stava dimostrando un’ottima organizzatrice. Anche  se non afferrava l’ordine logico della sequenza dei nomi, l’elenco degli invitati era completo. Solo nove conoscenti erano sfuggiti alla memoria della figlia, persone che facevano parte della cerchia di amici del padre, gente che Federica a mala pena aveva sentito nominare in famiglia. Rita, secondo l’accordo intercorso con Federica, avrebbe dovuto aggiungere alle partecipazioni un suo personale messaggio, quando il caso lo richiedeva. Gettò uno sguardo di traverso all’orologio che già segnava le nove e trenta e concluse che non aveva il tempo per terminare quest’ultima operazione. Con metodo scorse nuovamente le buste degli invitati e ne stralciò una trentina, volendo riflettere con più calma. Pazienza se ciò significava ritardare l’invio della posta di un’ulteriore giornata. Ora doveva assolutamente concentrarsi su quell’appuntamento che aveva fissato per le undici, così importante e così inconsueto. Immersa in questo pensiero, Rita percepì attutito il bussare della figlia che intanto era entrata e si era accomodata senza troppe cerimonie nella bella poltrona sistemata ai bordi del letto matrimoniale. Il suo viso le parve illuminato di vivo interesse, con un trepidare, nell’attesa del giudizio materno, come effettivamente si confaceva alla sua giovane età.Non era il caso di affrettarsi eccessivamente, Federica evidentemente reclamava attenzione e Rita, suo malgrado, si apprestò a concedergliela. Anche se faceva sempre più fatica a mantenere tutti gli impegni, solo loro contavano. I figli avanti a tutto, si ripeteva Rita nel proprio intimo; ciò le dava forza, come se in questa convinzione rintracciasse quel senso di rispetto che ultimamente gli eventi privati sembravano negarle.

“Oh Federica, stamani sei davvero perfetta; e ti fai sempre più donna”.

In effetti, la giovane indossava un bel tailleur pantalone di ottimo taglio. Lo avevano scelto insieme, appena un anno prima, concordando entrambe che la lunghezza sciancrata della giacca avrebbe alleggerito le rotondità dei fianchi di Federica. Anche la camicetta faceva parte del completo e il suo arancio deciso ne sdrammatizzava la serietà. La correzione che la ragazza aveva preteso di apportare, facendo scendere lo scollo di due o tre centimetri, rendeva l’insieme più elegante che audace.  Il risultato impeccabile era di certo dovuto al reggiseno che indossava, leggerissimo e sostenuto quel tanto che bastava a separare le coppe dei seni. Federica ormai era adulta anche in questo, selezionava la biancheria intima con cura meticolosa e, spesso, escludeva la madre dal rituale della scelta e della prova, lasciandosi consigliare dalle amiche.

“Va a finire che sarò io a dover ricorrere al tuo aiuto e ai tuoi consigli. Ultimamente mi sto trascurando.  Il piccolo Alberto ora reclama tutta la mia attenzione, e mi sentirei davvero in imbarazzo se mi mettessi a seguire tutti gli ultimi schiribizzi delle mode.  Eppure, non vedo l’ora di tornare a curarmi di più.  Che ne dici di prendere appuntamento con Beppino? Dovresti pensare tu a invitarlo a casa. Non mi voglio ritrovare all’ultimo momento e dobbiamo ancora decidere l’acconciatura e il trucco.  Ah, a proposito, quasi dimenticavo. Sei stata davvero in gamba con la lista degli invitati! Ho visto che hai pensato anche al dottor Alberto. Hai fatto benissimo, è anche merito suo se tutto è andato bene per il parto. Quando tuo padre ha scelto Alberto per il nome del piccolo, in onore del bisnonno, ti dirò, io, invece, è al nostro dottore che ho pensato.  Naturalmente non ne ho fatto parola e conto che anche tu manterrai il silenzio con tuo padre, che non abbia a mutare idea all’ultimo momento”.

L’improvviso mutismo della figlia aveva colto la madre di sorpresa e Rita, avvezza a nutrire sempre qualche preoccupazione al riguardo delle ragazze, la scrutò con un po’ di apprensione. Rinfrancata, aggiunse con noncuranza:

“ Ultimamente il Dottor Alberto si è fatto proprio un bell’uomo, con quel fisico asciutto e il portamento atletico. Perché te ne stai zitta, va là, che te ne sei accorta anche tu!  Benedetta la mia ragazza, perché non ti confidi? Lo sai che per me sei sempre un libro aperto”.

“ Oh, mamma!  Anche per me è stata una sorpresa, quando l’ho visto circolare in casa per il parto. Era un po’ che non lo incontravo e anch’io sì, l’ho trovato cambiato, come dire, quasi fascinoso, con quel sorriso stanco da bel tenebroso. Che dici mamma, davvero la differenza di età tra noi è così invalicabile”

“Su, bella mia, ora non stare troppo a fantasticarci sopra. Chissà se sareste davvero adatti l’uno per l’altra. Anche a te non fa bene questa vita ritirata che noi Majoni facciamo. Voglio che assolutamente torni a frequentare le persone più adatte a te. Ne parlerò a tuo padre, per vedere se possiamo tornare a frequentare il club di bridge. Lì le occasioni mondane non mancano e tu sarai certamente notata. Ora però sto facendo tardi e non posso permettermelo”.

Così dicendo Rita si era avvicinata al davanzale della finestra e aveva scostato le tende per accertarsi che almeno Cesare non fosse in ritardo e avesse già preparato la vettura per accompagnarla a Firenze; e così fu. Durante tutto il tempo del viaggio Rita cercò di riflettere sulla piega che avevano preso gli avvenimenti in casa Majoni. La franchezza e sicurezza di comportamento di Federica la inorgogliva e la rendeva certa di potere contare sul suo senso della concretezza. In quest’ultimo anno Federica aveva dimostrato un gran sangue freddo e una forte determinazione che le avevano consentito di superare senza troppi danni la rottura del suo fidanzamento con Pietro.  I due giovani erano stati soprattutto buoni compagni di gioco, e le famiglie avevano alimentato la loro intesa, incoraggiate dalla comunanza d’interessi e di ceto sociale. Col passare degli anni Federica si era adagiata su quel loro rapporto così complice, concentrandoci su ciò che poteva offrirle e non su ciò che poteva mancarle. A differenza di Pietro, però, mai aveva commesso l’ingenuità di scambiare la mancanza di passione con la loro imperizia giovanile. Per stare bene con Pietro le era sufficiente ascoltare più la propria mente che i propri sensi e tanto le bastava. Così Pietro per lei era diventato un punto di riferimento certo, un affetto sicuro cui ancorarsi.  Quando le fu chiaro che per Pietro non era più così, tanto che il giovane reclamava spazi di libertà che in un rapporto tradizionale non era giusto concedere, Federica cercò di farsene una ragione, senza tramutare quel cambiamento in uno smacco per la sua femminilità. Al momento di lasciarsi, soprattutto in famiglia, Federica mai ammise di essere stata mollata e cercò di rivoltare la situazione a suo favore, sostenendo che in entrambi prevaleva un po’ di stanchezza ed era giusto prendersi del tempo per riflettere. Alla madre non era sfuggito che, soprattutto all’inizio, la giovane si mostrava un po’ spaesata e aveva fatto fatica a riallacciare i rapporti di amicizia con le coetanee.  Poi con l’iscrizione universitaria erano giunti i buoni risultati negli studi e anche il ritorno a una vita più spensierata con occasioni di nuove compagnie e di nuovi incontri. Tuttavia era come se qualcosa si fosse spento in lei, ancora non ingranava la marcia giusta. Federica, pensava la madre, nonostante la giovante età, già aveva commesso i suoi sbagli, un po’ come tutti, e aveva battuto qualche scivolone per terra.  Si rialzava però e questo era l’importante. Il problema di Titti, invece, stava proprio lì.

Il cuore le si stringeva tutte le volte che pensava a Titti. Rita avrebbe voluto che la differenza tra le due sorelle stesse solo nell’età. Titti aveva una mente fertile che non si placava con contentini materiali. Era poco incline al compromesso e tendeva a tragicizzare le situazioni, estremizzando le problematiche e le soluzioni. A dispetto dell’atteggiamento ribelle, molto più della sorella, aveva necessità di un ambiente quieto intorno, che le concedesse tregua e approvazione. Soprattutto non sapeva schermarsi, non aveva l’astuzia e il buon senso necessario a concentrarsi sui propri problemi, perimetrando a quelli la propria ansia e misurando così le proprie forze. Stretta nella spirale dell’autocommiserazione, proprio le difficoltà dei genitori si potevano tramutare per lei in un comodo alibi che le consentisse di crogiolarsi nei propri limiti e nelle proprie insoddisfazioni. Rita pensava che se tra lei e Guido il rapporto non si fosse in qualche modo sistemate, paradossalmente sarebbe stata proprio Titti a risentirne di più. Certo Federica aveva mantenuto per il padre l’affetto e l’ammirazione adolescenziale, rifiutandosi di prendere atto della vena di sottile violenza e reciproco astio che ora caratterizzava i rapporti dei genitori. Se le cose fossero precipitate, per lo meno all’inizio, Federica si sarebbe schierata con Guido. Tuttavia Rita non temeva il giudizio della figlia, sapeva di avere ragione da vendere e con il tempo anche la figlia lo avrebbe riconosciuto.

Durante il tragitto, intanto, il clima si era fatto inclemente.  Fin dall’inizio del viaggio il cielo era chiuso e plumbeo.  Anche se erano riusciti a superare il val d’Arno senza l’intralcio della nebbia che spesso imperversava nella vallata, via via che si avvicinavano a Firenze, le nuvole si accalcavano nere e minacciose, finché la pioggia, a lungo annunciata, non esplose, da prima solo insistente e poi anche violenta. Così Cesare aveva mantenuto un riserbo più stretto del solito, impegnato forse alla guida dell’auto con una concertazione che non si aspettava di dovere impiegare.  Rita impiegò un bel po’ a liberarsi dal senso di preoccupazione per le figlie  e già l’auto solcava le vie cittadine e si andava avvicinando al centro.  Le rimase così poco tempo da dedicare a se stessa, per fare quadrato e riordinare il senso degli eventi. Una cosa comunque le era chiara. Aveva preso una decisione davvero inconsueta, poco femminile se si vuole, e ora agiva sotto quell’impulso, un po’ come se indossasse una maschera teatrale, andando avanti verso un fine che in qualche modo gli era imposta dalla parte che recitava. Quando le voci di una relazione extraconiugale di Guido si erano infittite, correndo di bocca in bocca per il paese, fino a raggiungere per ultimi anche i suoi pii orecchi, Rita aveva vissuto il tutto con molte ambasce. Mancava poco alla nascita dell’ultimo figlio e lei era combattuta e divisa. Sentiva di dovere dare  ascolto all’allarme e al turbamento che la coinvolgeva come moglie e come donna. Per educazione e per convinzione morale però sapeva anche di dovere dare la precedenza ai suoi compiti di mamma .D’altro canto erano troppi i segnali di crisi nel rapporto con Guido, per accantonare quelle dicerie come semplici maldicenze.  Rita non si faceva illusioni, aveva avuto un lungo tempo per riflettere.  In pratica tutta la gravidanza.  Il velo spesso che le aveva avvolto gli occhi nel periodo antecedente alla buona notizia, era caduto miseramente quando Guido aveva avuto certezza dell’attesa di un nuovo erede.  Rita già allora aveva dovuto misurarsi con la delusione cocente. Niente più tenerezza nei suoi riguardi, piuttosto notti insonni, passate da sola, a combattere il risvegliarsi dei sensi che si erano fatti acuti e passionali, sottomessi al giogo di una corte che ora gli appariva dominante e provocatoria nella sua essenza, strumentale solo all’effetto finale. D’altronde anche da parte di lei l’ingenuità era durata poco. Se Guido usciva sempre più spesso per andarsene a giocare al tavolo di bridge- così lui diceva- solo le prime volte Rita lo aspettava alzata nel salotto buono al primo piano della casa, cercando di calmarsi con il lavoro a maglia, oppure distraendosi con qualche libro di buona letteratura. Da brava figlia del popolo Rita si era mantenuta donna di poche parole e di fatti concreti. Poiché il suo buon senso non era disciolto da una forte dose di amor proprio, preferiva farsi trovare nella camera coniugale, con ciò evitando scontri diretti con Guido e anche dimostrando un interesse nei suoi confronti più sopito.L’apprensione e l’accuratezza con cui Guido curava e meticolosamente seguiva gli accertamenti sanitari, ai suoi occhi di donna matura si palesavano con la loro vera natura. Era stato soprattutto il riprendere subitaneo e poco convinto degli approcci e delle intimità, per volontà di Guido, che puntualmente si verificava con breve anticipo su quegli appuntamenti, a darle la misura di quanto tutto fosse falso e calcolato. Guido si riaccostava con un interesse a lei sospetto, senza mai tenere conto dei suoi desideri e della sua reale volontà di compiere l’atto coniugale.In verità, negli ultimi tempi di gravidanza, c’era stato anche di peggio.  Rita aveva cominciato a odiare quel rituale di amplessi poco sinceri e, in qualche modo, sebbene indirettamente, aveva manifestato a Guido questo suo stato interno.  Forse qualche sua ripetuta negazione, succedutasi a breve nel tempo, aveva allarmato Guido che, paradossalmente, si era sentito tagliato fuori dal gioco e aveva ripreso a desiderarla, sempre per amore di possesso. Così nelle ultime settimane, pur continuando a fare notte tarda fuori di casa, l’uomo spesso la svegliava al suo ritorno, e si prendeva il suo piacere. Erano rapporti brevi e intensi, mai addolciti dai preliminari, quasi violenti.Di fronte a questi aspetti della propria intimità, Rita si era rifiutata di sminuirne il significato sull’altare del perbenismo e dell’ipocrisia. Tuttavia non poteva dirsi certa che il rapporto fosse al capolinea; in fondo era convinta che la vita intima delle coppie potesse subire di questi alti e bassi e forse da quel punto di vista c’erano ancora margini di recupero.  Quello che invece non riusciva proprio a sopportare, era che Guido la stava estraniando dalla sua stessa vita. Era diventato sempre più dispotico nelle proprie scelte, professionali e di vita sociale.Rita avrebbe forse potuto sopportare di essere dimenticata o marginalizzata, di essere soppiantata da altre donne, più giovani e più disponibili.  Purché questo accadesse tra le lenzuola e solo lì, e sempre fuori di casa. Il problema era proprio che Rita non si sentiva più a suo agio tra quelle mura, non poteva più considerarle il proprio regno. Guido si era allargato sempre di più con un predominio che appunto si estendeva alle cose domestiche, senza alcun riguardo per lei. Era come se, col fatto del nuovo erede, Guido la considerasse una donna finita, quasi una scarpa vecchia che ormai aveva dato il suo e cui non intendeva più fare alcuna concessione. C’erano state quelle visite sempre più frequenti di Guido alla madre, in quel di Bologna, come se l’uomo ritornasse a lei con la coda tra le gambe, quasi pentito di quei vent’anni e più di matrimonio durante i quali Rita sapientemente aveva soppiantato la suocera nella conduzione degli affari di casa.Se davvero Guido si era fatto un’amante più giovane che frequentava proprio a Bologna, con il beneplacito della suocera, le cose si facevano serie.  Rita non sarebbe stata oltre ad aspettare, voleva sapere se era successo davvero, il come e il quando.  Era suo dovere cautelarsi per salvaguardare se non il proprio matrimonio, per lo meno la solidità della sua posizione sociale e quella delle proprie figlie.

Poco prima che l’auto imboccasse il Lungarno, per svoltare sul Ponte Santa Trinita, Rita aveva tirato fuori dalla borsa capiente il fascicolo in cui aveva inserito i pochi appunti con gli indirizzi delle persone che in quella storia, a suo sapere, svolgevano un ruolo e che da lì a poco avrebbe consegnato all’incaricato della società investigativa.  Aveva scorso con poco interesse il promemoria e l’elencazione dei fatti a sua conoscenza, con l’intento di padroneggiare meglio l’ansia che la stava pervadendo. Si era trattato comunque di pochi minuti e Rita stava riflettendo se prendersela comoda e concedersi una sosta per la colazione a uno degli eleganti Bar di Piazza Vittorio, o Piazza della Repubblica come ora si chiamava.Quando con cavalleria Cesare, aprì la portiera posteriore della macchina, Rita tirò un lungo sospiro, dicendo a se stessa che in realtà, mai sarebbe stata pronta per quell’evento.  Doveva procedere e cercare di dare il meglio di sé.Nella scelta dell’agenzia investigativa si era fatta consigliare dalla sua amica del cuore, bene introdotta negli ambienti legali e ora che stava salendo la rampa di scale dell’antico ed elegante palazzo, le sembrava che la sua voce squillante e il suo riso sguaiato le rimbombassero nelle orecchie:

“ Non ti vorrai fare troppi scrupoli, vero? Certo non è proprio la regola che sia la moglie a chiedere di questi accertamenti. Questo però non è dovuto a chissà quale differenza di mentalità, come se solo gli uomini fossero in diritto di provare questi sentimenti e la loro gelosia fosse ammantata di qualche nobiltà. Loro sì che sono ridicoli, che spesso agiscono da cornuti e solo per quello ! Per noi è tutto più prosaico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a tutelare i nostri  interessi.”

Nonostante fosse in ritardo di una manciata di minuti sull’appuntamento, la segretaria dietro il bancone pronunciò il suo nome solo dopo una discreta attesa. Rita tuttavia non poté lamentarsi del trattamento, perché come le fu subito chiaro, il suo nome era stato inserito proprio nell’agenda del titolare dell’agenzia e questi si era addirittura scomodato a venire personalmente nella sala d’aspetto, ricevendola in modo formale e cerimonioso.

Si accomodi signora… Majoni, vero se non sbaglio” .

L’uomo in realtà non le lasciava il tempo di rispondere e nel proseguire a parlare, più che altro si parlava addosso, dimostrando in ogni caso di essere comunque bene informato su quello che riguardava la vita agiata della famiglia, le frequentazioni altolocate, la carriera brillante di Guido e l’importanza che la clinica rivestiva nel paese e per il circondario. Per Rita il dott. Giovannetti si mostrava poco incline a prendere  a cuore la vicenda e ciò contribuiva a dare alla conversazione che si manteneva a debita distanza dal cuore pulsante e vivo della problematica, un senso quasi irreale.Dopo diverse divagazioni, il Dott. Giovannetti cominciò a trattare del suo mestiere e di come pensava si potessero svolgere quelli accertamenti che Rita Mayoni avrebbe richiesto.  E da lì in poi ci fu come una svolta, che condizionò il colloquio, col sopravvenire del senso pratico e affaristico, cosa che a Rita non dispiacque per niente.

“ Vede signora, volevo appunto preavvisarla che il nostro è un mestiere delicato, soprattutto se si va a incidere nella vita privata di gente da bene come voi, che godono di un’elevata considerazione sociale.  Non si può sperare di raggiungere l’obiettivo in tempi brevi, piuttosto occorre agire con cautela e diplomazia, poiché altrimenti non si potranno mai ricevere quelle notizie che sono indispensabili alle indagini e, dove non si ottiene solo con le buone maniere, occorre cambiare registro e oliare, lei mi capisce, le nostre fonti d’informazione. Ecco perché, nostro malgrado, i nostri clienti possono essere solo persone agiate e altolocate, in condizioni di piena autonomia e quindi in grado di concedere alla nostra società la fiducia e i mezzi necessari a ben operare”.

Rita capì così bene che, senza tanti preamboli, fece presente all’uomo di essere in grado di staccare, come, di fatto, staccò, un assegno d’importo consistente, aggiungendo peraltro, che si trattava solo di un anticipo.

“ In questo caso signora, mi consideri sempre a suo completa disposizione” aggiunse l’uomo, come rinvigorito nello spirito e calcando il gesto, le fece strada, facendole cenno di seguirlo.

Con vera sorpresa della donna, i due abbandonarono l’ampia e sontuosa saladi ricevimento, dove il titolare dell’agenzia svolgeva la propria attività, davvero poco sudata, per addentrarsi in un antro male illuminato e di dimensioni modeste, sul quale avevano accesso le stanze dei collaboratori. L’arredo era dozzinale e poco curato. Fu proprio nella prima stanza sulla destra che il Dottor Giovannetti la introdusse, rivolgendosi con fare spiccio, all’uomo che l’abitava e mostrando per la prima volta quasi l’urgenza di liberarsi della cliente. Rita non poté fare a meno di pensare che il poco rispetto per l’ambiente spesso si tramutasse anche in poco rispetto per le persone. Eppure si sentiva quasi rincuorata dal fatto di essere capitata in quell’ambiente  che, sebbene vecchio e trascurato, trasudava di lavoro. Il colore sbiadito della tinteggiatura alle pareti, così come l’odore di tanfo leggero ma persistente, proveniente dalle tappezzerie, le accendeva fantasie improprie. Chissà quanto poteva guadagnare quell’ometto carco e ricurvo che ancora non aveva osato guardarla in viso e continuava a esaminare i fogli della cartella aperta a libro sulla sua scrivania, indossando gli occhiali vistosamente calati quasi sulla punta del naso! Finalmente l’ometto le si rivolse senza preamboli in modo molto diretto. Con fare quasi inquisitorio ripeté alcuni dati che la riguardavano e non si trattava delle sole generalità:

Rita Majoni nata Bavecchi, di anni quarantatré sposata con Guido da oltre vent’anni: due figlie grandi, solo la prima maggiorenne e il maschio ultimo nato di pochi mesi. Deve trovarsi in un mare di guai per rivolgersi a noi direttamente senza intermediari. Nel dire questo l’’uomo fece una pausa studiata. Il modo altero in cui Rita sostenne il suo sguardo, frenando opportunamente  la lingua, lo incoraggiò a continuare. “Questo tuttavia, a pensarci bene non fa alcuna differenza, dal punto di vista mio e forse anche dal suo. Dicevo dunque due figlie grandi in età di marito e nessuna delle due legate con rapporto stabile, non so, a un compagno di scuola, a un collega del padre, a qualche frequentatore assiduo del circolo di bridge di cui suo marito è membro.   Per la prima figlia non avete niente di cui lamentarvi. La seconda invece, detta Titti, dico bene? Vi dà un bel daffare, per i risultati scolastici e forse non solo per quelli. Recentemente anche la presidenza del liceo ha dovuto avvisarvi che frequenta compagnie non sempre raccomandabili”.

“ Si può sapere che cosa le viene in mente? Avete forse tenuto sotto sorveglianza tutta la famiglia? ” Dicendo questa Rita, aveva alzato il tono di voce e appariva infastidita; eppure rimaneva incollata al suo posto. Era stupita per l’efficienza e la freschezza delle informazioni, per la lucidità con cui erano stati ordinati i tasselli del mosaico.

“Spiacente signora, qui le domande le faccio io. Comunque non si preoccupi, tengo a mente il perché lei ci interpella e ora arrivo al personaggio principale: il comportamento di suo marito Guido è all’origine dei suoi problemi ed è per questo che lei ricorre a noi.  Solo è importante sapere in quale contesto ci muoviamo; aiuta a evitare i tempi morti, ci fa scartare le piste inutili, ci aiuta a sapere come muoversi per mantenersi riservati e professionali ”.

Il colloquio durò poco più di venti minuti. Con paziente determinazione  l’uomo esaminò con Rita, come conveniva muoversi. Entrambi convennero che l’investigazione avrebbe sortito frutti, indirizzando gli sforzi sul territorio di Bologna. Oltre a tutto vi era meno possibilità di essere notati. Scartarono invece, anche per la cattiva pubblicità e l’indesiderata curiosità che i fatti potevano provocare, l’ipotesi di rivolgersi al personale medico e paramedico della clinica.  Rita, in ogni caso, promise di mantenersi in contatto con l’uomo e di trasmettergli informazioni utili che le fossero pervenute in maniera causale e magari in sedi improprie. Pensava, in particolare, alla festa che stavano organizzando per il Battesimo. Certo non poteva essere lei in prima linea, ma non disperava. In fondo poteva ancora contare su qualche amicizia sincera.