Le due isole erano l’una di fronte all’altra. Erano pericolosamente vicine le due bocche di vulcano, le separava il mare con la sua grande pace.

Piccola una, distesa e sottile come una lingua, bassa sull’acqua. Eminente e sontuosa l’altra. Altezzosa innalzava la sua schiena lunga che non concede approdi. Nessuna baia, solo rocce imponenti come gendarmi.

Una mattina, nell’aria di zolfo, poco avanti del mezzogiorno serafico, una barca si staccò dalla banchina dell’isola Piccola. Direzione, l’isola Grande.

Veloce solcava la superficie di coltre profonda, il blu inquieto e misterioso del mare aperto. Si sentivano le risate confondersi con gli spruzzi dei flutti e il motore montava a neve l’acqua chiara.

A un tratto con un colpo di frusta repentino e imprevisto s’alzò il vento. Uno scirocco dolciastro e invisibile svolse i suoi fili di seta e ingarbugliò l’aria. Le onde si alzavano alte come giganti e svegliavano il mare, mentre tutto intorno sembrava ancora uguale, gli odori e i colori. Solo l’orizzonte cominciava a farsi livido, come un avvertimento. Ma a quel punto che fare? Non restava che continuare, affidare la prora alla furia del temporale. Indietro non si torna. Non subito, almeno.

Bisognava concludere il viaggio di andata nel pentimento della traversata.

Così la barca restò a navigare, riuscendo a non spezzare il suo ritmo e arrivò, alfine, al riparo di uno scoglio ingoiato dalle onde, sotto il ripido rifiuto dei fianchi bianchissimi della Grande Costa indifferente.

Il tempo non pareva mai passare.

Solo a sera soffiò il maestrale, vento di buontempo che scioglie i nodi ad uno ad uno. L’acqua distese i suoi cavalloni lasciandosi, a mo’ di ghiribizzo, solo un leggero arriccio.

La corrente sembrava sospirare e la barca si rimise in viaggio tra gli altri convogli impazziti che si ritiravano, anch’essi liberati dal mare mosso.

La barca andava avanti  e l’isola Grande diventava di nuovo un punto e un’ombra dietro di sé.

Il tramonto, quand’era già scuro, la riaccolse e la ormeggiò.