In famiglia sono sempre sveglia prima degli altri al mattino. Marito e figlioli sono dei gran dormiglioni. La cosa in genere non mi pesa, anzi adoro avere per me i primi momenti del nuovo giorno, nel silenzio, nella pace di una solitudine che durante il resto della giornata non è certo facile ritrovare.
Quando però siamo in vacanza, ospiti di qualche albergo, non amo far colazione da sola, ma spesso mi accade e così, mentre mangio e invogliata dall’abbondanza del buffet di turno ingurgito molto più di quanto non sia nelle mie abitudini, mi ritrovo ad osservare gli altri ospiti seduti in sala.
Quella volta la mia attenzione fu attratta da una famiglia seduta ad un tavolo non distante dal mio. Erano 4 persone: marito, moglie e due figli maschi, probabilmente di 16 e 18 anni, i tratti somatici asiatici.
Da dove ero seduta potevo vedere bene i due adulti, sporgendomi un po’ scorgevo uno dei ragazzi, l’altro mi dava le spalle.
L’espressione del viso dei due coniugi era quella propria di chi affronta con accettazione passiva la vita.
Ricordo che pensai che probabilmente avrebbero mantenuto il medesimo atteggiamento sia mangiando del riso in bianco che gustando una sacher torte guarnita con panna montata.
Mangiavano la loro abbondante colazione inglese tenendo la testa praticamente nel piatto, gli occhi fissi a guardare il cibo che portavano alla bocca, senza scambiare fra loro una parola o uno sguardo, come se l’atto che stavano compiendo li assorbisse completamente.
A guardar bene l’atteggiamento di uno dei ragazzi, quello che potevo vedere solo di spalle, mi resi conto che il lieve, ritmico movimento del capo non era dovuto, come inizialmente avevo pensato, ad una masticazione un po’ troppo caricata: era un movimento che il giovane subiva o forse infliggeva a se stesso. Era il ritmo indotto da una mente che aveva la necessità, l’imperativo di ripetere all’infinito un gesto, un movimento, di essere occupata da qualcosa per non essere costretta, forse, a guardarsi intorno o, peggio, dentro.
Pian piano l’ondulazione ossessiva del capo si fece più intensa, coinvolgendo nel gesto via via anche le spalle ed il busto.
A quel punto la madre alzò gli occhi, lo guardò inespressiva e pronunciò piano una parola, poco più di una sillaba che, mi piaceva pensare, nella loro lingua potesse voler dire “figliolo mio adorato prova a smettere questo dondolio frenetico che non ti fa bene” o anche “figlio mio, mi si spezza il cuore a vederti in queste condizioni, non posso sopportarlo. Smetti te ne prego”.
In realtà credo disse solo “Stop!” anche se, probabilmente, nel dirlo pensò mille cose o forse aveva smesso da tempo di avere pensieri a tal proposito.
L’effetto fu comunque l’immediata interruzione del movimento da parte del ragazzo.
Dopo qualche istante egli però prese a tamburellare i polpastrelli delle due mani gli uni contro gli altri (mignolo della mano destra contro mignolo della mano sinistra e via così).
La madre non lo guardò più, continuò a mangiare senza ulteriori interruzioni.
Il padre non era intervenuto prima e non intervenne dopo.
L’altro fratello, ingiustamente bello e sereno, mangiava disinvolto, il pensiero (sicuramente lieve) altrove.
Io, sola con la tazza di caffelatte fumante tra le mani e una fetta di crostata profumata nel piatto, sentii montare dentro di me ansia, pena, dolore.
Ebbi la sensazione di aver frugato nell’altrui infelicità, di essere stata involontaria intrusa in un incubo privato.
Posai la tazza cercando di non produrre suono alcuno, mi alzai e mi allontanai in silenzio.