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Julian si strinse nel cappotto di panno prima di uscire in strada. Il marmo dell’ingresso gli aveva già gelato le mani. Pensò con rammarico al corpo di Harold protetto da due coperte a quadri. Gliele aveva lasciate ai piedi del letto prima di entrare in bagno e, mentre era davanti allo specchio, l’aveva visto tirarsele fin sotto il mento. Doveva essere particolarmente freddo fuori, quella sera.
Marianne Phillips, la donna con cui aveva appuntamento, aveva telefonato nel pomeriggio per domandargli se alle otto in punto sarebbe potuto passare a casa sua, un appartamento da più di un milione di dollari al trentaduesimo piano dell’Orion. Julian era rimasto seccato dalla telefonata perché Harold quel giorno stava peggio del solito, ma le aveva detto che sarebbe passato di certo. Marianne era una donna abbastanza vecchia e annoiata da essere disposta a spendere mille dollari a notte per uno come Julian. Nei periodi bui, andava da lei una volta a settimana o anche più, e quello poteva dirsi un periodo decisamente buio per Marianne: si erano visti più o meno ogni tre giorni nelle ultime due settimane. Julian non ci andava solo per soldi, avrebbe potuto guadagnare almeno il triplo con mezza dozzina di donne più giovani, ma incontrare Marianne gli permetteva di tirare avanti incontrando solo Marianne, quindi di avere più tempo per Harold.
Siccome l’Orion non distava troppo da casa sua, decise di arrivarci a piedi. All’angolo tra la nona avenue e la quarantaduesima strada attese cinque minuti buoni davanti al Papaya Dog, a pochi metri dall’Orion; voleva essere sicuro di arrivare puntuale, non un minuto dopo, non uno prima. Davanti al locale l’aria odorava di frittura e d’inverno. Julian si accese una sigaretta per tenersi caldo e stette ad osservare gli avventori seduti ai tavolini; ancora qualche ora e il Papaya sarebbe stato preso d’assalto. Finta la sigaretta masticò una mentina e si avviò lungo la quarantaduesima verso le porte a vetri dell’edificio. Poco prima che entrasse, un ragazzino sfrecciò in bicicletta sul marciapiedi. Julian non fece in tempo a farsi da parte e un braccio del manubrio gli urtò il fianco con forza spingendolo contro la parete fredda dell’Orion. Il ragazzo sbandò un paio di volte e si allontanò senza voltarsi. “Mi ha rotto una costola” si disse, sperando che non fosse vero e tastandosi il fianco in preda al panico. Il dolore era stato tanto lancinante da togliergli il fiato. Restò così, respirando a fatica per qualche minuto, dopodichè controllò che il manubrio non gli avesse rovinato i vestiti e guardò l’orologio. Le otto e tre minuti; si voltò verso l’entrata e spinse le porte a vetri irritato perché avrebbe perso altro tempo in ascensore.
L’appartamento al trentaduesimo puzzava di cera e cosmetici. Marianne lo salutò con un sorriso macchiato di rosso e lo fece entrare manovrando la carrozzella. Indossava una giacca larga che lasciava intravedere del pizzo e un paio di fuseaux neri. In mano reggeva un cocktail ambrato; sollevò il bicchiere verso Julian, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio. Marianne si vantava di saper preparare il miglior Benedict di tutta Manhattan, ma Julian pensava ci mettesse troppo whisky. Senza dire una parola, si chinò a baciarla su una guancia e si avviò in salotto. Dietro di lui, le ruote della carrozzella presero a torturare il parquet, accompagnando con uno stridìo acuto gli spostamenti della donna.
<< Lucia è di là? >> le domandò Julian, voltandosi a guardarla.
<< L’ho mandata a casa. >> Il tono compiaciuto lo infastidì.
<< Per tutta la notte? >>
<< Per tutta la notte. >> Voleva che restasse fino al mattino. Julian si chinò a prendere la busta che la donna abitualmente lasciava sulla cassettiera all’angolo e se la infilò in tasca, dopodichè, toltosi il cappotto, si spogliò davanti al camino facendo in modo che i lembi della camicia gli sfiorassero la pelle. Si era portato in casa il freddo della strada, e di qualcos’altro. Il freddo di Harold. Ce l’aveva sui vestiti, nella carne, dentro le ossa, e ancora più giù, più a fondo. S’interruppe ad osservare i riflessi delle fiamme sul suo corpo. Senza dargli il tempo di finire di spogliarsi, Marianne gli spinse la carrozzella contro le gambe e lo costrinse ad arretrare fino alla finestra, dove la condensa si sciolse a contatto con la pelle e gli gelò la schiena. La donna non aveva acceso le luci, c’erano soltanto i bagliori tenui del fuoco che crepitava nel camino e il riflesso dei grattacieli oltre i vetri. Da uno dei piani inferiori giungeva il suono di un pianoforte. “Dev’essere qualcosa di Liszt”, pensò Julian mentre Marianne si sporgeva verso di lui per finire di spogliarlo. Seguì con lo sguardo le dita ruvide che gli correvano lungo il corpo, fece caso ad ogni esitazione, ogni pretesa, e si sentì protetto al pensiero che quelle mani si stavano occupando di lui. Si abbandonò all’estrema consapevolezza del proprio corpo in quella stanza scura, vibrante di lievi bagliori, pregna di una musica triste, lontana. Quando la voce di Marianne esplose come uno schiocco di frusta, lo disturbò. << Qui cos’hai >> . Non era una domanda, solo meraviglia. Julian si guardò il fianco, la pelle graffiata e livida nel punto in cui l’aveva colpito il manubrio. Non disse niente. “A lei non importa veramente” pensò, senza amarezza. A quel punto, per come la vedeva lui, avrebbero anche potuto smettere. Avrebbe voluto smettere. Gli bastava vedersi riflesso negli occhi di quella donna distrutta e sapere che ella lo desiderava e che tra poche ore l’avrebbe dimenticato. Non la voleva e non aveva altro da chiedere, tuttavia si scostò dal vetro e la condusse come sempre in camera da letto, la sollevò e la adagiò tra i cuscini, quindi prese a spogliarla con cura. Avrebbe voluto risparmiarle il suo disprezzo, ma era parte di quello che lei, inconsapevole, chiedeva. “Ha mandato a casa Lucia” pensò, con un sorriso che Marianne non capì. “Si è messa quattro stracci, si è truccata da sola”. Le sfilò la giacca, gli occhi fissi in quelli di lei, poi passò ai fuseaux. Quando le ebbe tolto tutto restò a guardare il corpo nudo, le braccia flaccide, le gambe raggrinzite. Lei non si muoveva, non diceva niente. Aspettava. Doveva scoparla, era per questo che lo pagava. Una vecchia invalida. Si sentì gelare. “Ho Harold, a casa” pensò, il pensiero di tutte le volte. Allora si mosse. La baciò su tutto il corpo. La pelle era secca e ruvida, il collo e le braccia imbrattati di crema stantìa che gli impastò la bocca con un sapore amaro. “Se ne sta andando. Com’è freddo Harold, com’è calda lei”. Si muoveva con calma e la toccava piano, non amava andare di fretta. “Questa vecchia ha mani più calde delle sue e io sto perdendo tempo”. Le sollevò il bacino stringendole le natiche e allontanò lo sguardo da quel sorriso ebete. La musica proveniente dal piano di sotto riempiva ancora la stanza.
Quando lasciò l’appartamento, in strada non c’era nessuno. A casa Harold dormiva ancora. Julian fece una doccia tentando di non fare troppo rumore, poi si mise a letto. Harold si era voltato su un fianco e lo stava guardando, il volto scavato, la pelle lucida, gli occhi cerchiati da un sonno troppo lungo, senza riposo. “L’ho svegliato” pensò Julian. Finse di non essersene accorto e mantenne lo sguardo fisso sul soffitto. “Devo abbracciarlo”. Un senso di repulsione lo invase al pensiero del contatto. Si sentiva sporco, le mani imbrattate di fango. “A lui non faccio schifo, vuole solo che lo abbracci”, ma era ancora troppo presto. “Se non lo faccio si addormenta”. Pensò alle mani di Marianne, agli occhi di Marianne. “Non può neanche immaginare cosa ho fatto”. Chiuse gli occhi e si disse che Harold non gli stava chiedendo niente, ma nella mente aveva il vuoto. “Lo sto lasciando solo”. Si voltò dall’altra parte e un gomito gli andò a premere il fianco. Il dolore lo fece sussultare.