Era quasi primavera. Tuttavia, sebbene l’inverno friulano non avesse ancora deciso di abdicare, un tiepido favonio riscaldava la piana di Udine. Nella grande caserma di Remanzacco fervevano come sempre le operazioni di pace, mentre i militari di leva si apprestavano al rancio serale e alla libera uscita. Li aspettava con ansia anche l’autiere Agnetti, sebbene quella sera forse avrebbe preferito coricarsi presto dopo la faticosa giornata di servizio. Intanto piantonava, col suo Garand in spalla, il passo carraio accanto al sottotenente Stefani, ufficiale di giornata. Aveva terminato il suo turno di garitta e mancava solo un’ora o poco più al passaggio di consegne dalla vecchia alla nuova guardia. Non ne poteva più del puzzo del posto di guardia e delle battute dei camerati e così aveva chiesto di piantonare il passo carraio. L’autiere Agnetti guardava svogliatamente la campagna e pensava al suo paese, dove già i suoi amici cominciavano a riunirsi all’aperto, in piazza, sfidando l’ultimo freddo. Pensava al giardino di casa sua, dove già fiorivano le viole, dove l’albicocco presto avrebbe mostrato i suoi candidi fiori. Pensava a queste cose quando si sentì chiamare dal sottotenente Stefani. I due erano coetanei, entrambi freschi di laurea, e si davano del tu, quando non erano presenti ufficiali superiori, s’intende.

Stefani adesso aveva con sé un ragazzo che non dimostrava neppure i suoi diciannove anni, piccolo di statura, brufoloso e cupo, di quella cupezza alpina che sembra avvolgersi su se stessa preferendo il silenzio alla voce. Il sottotenente non seppe essere né diplomatico né discreto: “Vedi questo militare? E’ il geniere Bonetti Marco in forza al Genio Pontieri 104 Torre. Però ha avuto un piccolo problema… e ha soggiornato qualche mese a Peschiera. Capito? Deve raccogliere la borsa, lo zaino e le sue cose in camerata. Per questo gli sono state tolte le manette. Lui ti indicherà dove esattamente si trova la sua branda. Tu lo devi accompagnare. Il signore ha la scorta armata! E non dica che lo trattiamo male.” Il servizio militare indurisce gli animi.

L’autiere e il geniere si diressero verso le camerate del Genio Pontieri, il prigioniero davanti e la guardia scrupolosamente subito dietro. “Di dove sei?” Domandò l’autiere. “Di Brescia” rispose il geniere. “Io sono di Montichiari, buffo, no? Che ti è successo?” Seguirono alcuni secondi di doloroso silenzio. I due camminavano mentre il giorno cadeva. I lampioni della caserma si accesero improvvisamente proiettando una luce metallica tra gli edifici della truppa e la piazza d’armi.

“Possiamo fermarci un attimo alle officine? Poi ti racconto. C’è forse un mio amico là.” In una delle prime officine stava lavorando un commilitone di Marco, uno del suo stesso plotone. Il nostro autiere rimase dapprima perplesso (faceva bene o male a dare confidenza al galeotto?) e si mantenne poi a debita e discreta distanza dai due. Vide i due genieri abbracciarsi e salutarsi, scambiarsi qualche parola, aspettò qualche breve minuto e poi fece cenno al prigioniero che era tempo di congedarsi dal suo amico. Marco non gli sembrava un cattivo soggetto. Non uno da scortare armati. I due ripresero il loro cammino.

“Ero rimasto senza soldi, il vaglia dei miei tardava ad arrivare. Una sera in autobus a Udine – c’era parecchia ressa, eravamo sotto Natale- vedo un tale col portafogli che sporgeva dalla tasca posteriore dei jeans e sembrava dire prendimi, prendimi. Non so che mi è successo in quel momento. Non avrei mai pensato di poterlo fare. Un raptus. Ci sono momenti della nostra vita in cui non siamo padroni di noi stessi. Non sono un ladro e infatti si sono subito accorti del furto maldestro. Mi hanno bloccato, hanno fatto chiamare i Carabinieri. Anche se mi trovavo in borghese hanno capito subito che ero militare. Figurarsi, puzziamo di caserma lontano un miglio. Così hanno chiamato il Battaglione dopo avermi tenuto in caserma per una notte. Mi hanno processato per direttissima e spedito a Peschiera. Adesso sono qui per prendere le mie cose, ma al passo carraio mi stanno aspettando. La cosa che mi spiace di più è la figura con i miei genitori. Mia madre piangeva, al telefono. E pensare che volevo fare un regalino ai miei.”

Le camerate non erano molto distanti dalle officine. Lunghe e faticose però erano le scale che portavano al quinto piano dell’edificio. “E non so quando ne uscirò” diceva il geniere Bonetti. “Mi manca la famiglia, mi manca la ragazza e, ci crederesti? mi mancano gli amici del bar.” L’autiere pensava che siamo tutti colpevoli. O tutti innocenti. Dipende dalla nostra cosmologia e dalla nostra concezione antropologica.  Che cosa sarà mai il genietto che ci fa comportare irrazionalmente, qui e là, nel corso della nostra vita? E qual è il discrimine e il limite tra un reato e una cattiva azione?  Le camerate era vuote, i ragazzi stavano lavorando fuori. Solo un pigro piantone li accolse domandando loro che ci facessero lì a quell’ora. L’autiere Agnetti dovette dare una spiegazione e, col Garand in spalla, non poté mentire. Il piantone avvertì i furieri della visita, ma un Garand semiautomatico in spalla era sempre un buon lasciapassare. Il galeotto prese le sue cose silenziosamente dall’armadietto. L’aria era pesante. L’autiere pensava ora a quante volte gli era capitato di fare qualcosa di illegale, o qualcosa di cui si era subito vergognato. Qualche anno prima il nostro autiere aveva fatto a gara con degli amici a buttare per terra il maggior numero di cassonetti. Semplicemente, non si erano fatti beccare. Ebbe un senso di nausea e di vergogna. Avrebbe voluto abbracciare Marco.

I due ora stavano tornando al posto di guardia, dove li attendeva il Sottotenente Stefani, che sbuffò e rimproverò militarmente l’autiere Agnetti per il ritardo. Il sole stava tramontando tra i Leopard allineati fra le tettoie di eternit e i campi della pianura friulana. Il sottotenente prese in consegna il geniere Bonetti. Due carabinieri si avvicinarono, misero le manette al reo, salutarono sempre militarmente il sottotenente e quindi condussero il prigioniero nel furgone grigioverde. L’autiere Agnetti li vide allontanarsi. Poi vide chiudersi il portellone del furgone che fagocitò Marco e osservò con tristezza il veicolo sparire lentamente lungo la strada che porta a Udine. Pensò mestamente che si congedava da lui senza un abbraccio, senza nemmeno un saluto. Eppure erano così simili, così fragili e deboli. Ma guardia e carcerato non possono familiarizzare. Tornò al posto di guardia ed ebbe un fremito d’impotenza.

I due non si rividero più.