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Camminavo per il viale principale della città quando, da dietro un cantone della strada, mi giunse un canto melodioso e struggente.

Girai l’angolo e mi trovai di fronte ad un uomo sui quarant’anni, magrissimo, la barba lunga ma curata, un cappotto grigio, liso e di fattura antiquata.

Cantava senza alcun accompagnamento, con voce non proprio stentorea ma intonata, una canzone natalizia: accanto, accucciato, stava un cane infreddolito, anche lui magrissimo e con una corta barbetta sul muso.

La gente passava in fretta, ed il berretto aperto per terra era desolatamente vuoto, eccettuate poche monete rossastre.

Non so cosa mi abbia fatto fermare: mi infilai in un portico dall’altra parte della strada ad osservare l’uomo senza essere visto. La sua voce, la nenia natalizia mi giungevano come attutite e nello stesso tempo isolate dai rumori della strada, che piano piano scomparivano.

Come d’incanto, eravamo soli, io e la sua voce, e mi ritrovai a pensare. Chissà chi era, che storia aveva, perché si ritrovava lì, solo, ad un angolo di strada, con un cane, ad elemosinare pochi spiccioli. Forse aveva studiato canto, aveva tentato di entrare in qualche coro importante ma gli era andata male. Forse invece cantare per le strade era una sua scelta, lo faceva quando gli andava, quando aveva bisogno di un po’ di soldi, per poi godersi qualche giorno senza far niente, in compagnia del suo cane.

D’altro canto, pensai, non spetta a me farmi carico dei mali del mondo e delle storie degli altri. Così, mi rialzai il bavero, uscii dal portico, misi una mano in tasca trovandovi una monetina che senza parere lasciai cadere nel berretto.