Anna non soffriva più.
Era molto serena, pacata e tollerante, dopo essersi liberata – adesso se ne rendeva conto – di un gran peso, di un vero e proprio masso di cemento, cui una corda attaccata al collo l’aveva legata per anni.
Le capitava di piangere, ancora. E le lacrime che sgorgavano erano dolorose, se non dannose per i suoi occhi. Era infatti convinta che dal troppo piangere quelle lacrime fossero diventate malate e le avessero, già in passato, corrotto gli occhi che per poco non diventavano ciechi. Poi era guarita, ma ogni piccola lacrima, una goccia rispetto al mare in tempesta di prima, le provocava un buciore talmente insopportabile che quelle successive erano solo di dolore fisico. Così capitava che, di fatto, dei suoi malesseri profondi non avesse più sentore né sfogo.
Le succedeva anche a volte di pensare, stupita, che tutto sommato quella pace dei sensi, di tutti i sensi, fosse quasi invidiabile. Certo, non c’era passione. Ma neanche vero dolore. Anzi, una sorta di visione illuminata della vita e delle situazioni, che le consentiva di avere un approccio equilibrato e pacato verso cose che in passato le avrebbero provocato notti insonni di ansia e giorni di rabbia.
Anna si sentiva, in una parola, invecchiata. Ma non lo dava a vedere.
Volteggiava leggiadra di problema in problema, risolveva l’essenziale, sbatteva le alette quando stava accanto alle persone cui era più legata, anche solo col pensiero. Chi si affacciava al suo mondo riusciva a entrarvi senza barriere, bastavano qualche interesse comune e una profonda empatia, su questo in effetti non transingeva. Aveva imparato, imparato, a voler bene a tante persone, in maniera diversa, captandone l’unicità, ma accogliendole con profondo affetto. Le era anche capitato di innamorarsi o forse di vagheggiare una sorta di innamoramento, di romantico attaccamento. Su questo, non aveva le idee molto chiare.
In ogni caso, non aveva più bisogno, Anna, di quei rapporti esclusivi, unilaterali e fagocitanti di cui si era popolata, o forse sarebbe meglio dire svuotata, la sua vita precedente.
Le sue antennine captavano gli umori, gli stati d’animo, li sorvolava per comprenderli tutti e aveva una buona parola o pensiero per ciascuno. Vibrava del mondo esterno senza però farsi catturare da esso, planando oltre, lì dove l’animo riusciva a sollevarla e condurla, come quella mongolfiera coloratissima che aveva ammirato per ore solcare il cielo della città.
A volte una breve fitta al cuore, una sorta di pungolo unito ad una piccola morsa allo stomaco, roba di un attimo, le faceva palpare il ricordo di sensazioni lontane e sbiadite: una coppia abbracciata, un bacio, uno sguardo incrociato per caso o forse cercato, agognato, attirato, un volto giovane e indipendente che la sfiorava di lato nel suo cammino, o anche solo un ciuffo di nuvola, un refolo di vento. Desiderio, evocava il suo corpo, respiravano le narici oramai atrofizzate fermandosi quindi al “des…”, senza poter andare oltre. Passaggio ostruito. Niente odore, sapore, dolce o  salato.
Campava d’altro. Ed era così leggera, così curiosa.
Quando fosse avvenuta questa trasformazione lo sapeva benissimo, lo aveva capito. Non subito. Anzi, lì per lì era stata solo stordita e anche un po’ scocciata.
Poi aveva risuonato del tutto, lentamente l’ondata era rientrata trascinando con se tutte le scorie, i detriti, la pelle vecchia. E si era ritrovata così: farfalla.
Sissignori, voi non ve ne accorgete perché non si sa dove avete gli occhi: guardate, guardate e non vedete nulla. Eppure c’è tutto: antenne reattive, ali lussureggianti ed esotiche, corpo essenziale, tocco garbato, elegante, invitante.
Un piccolo essere si era sviluppato sotto la solita corazza, che non se ne voleva andare: era troppo pericoloso, in effetti, cambiare totalmente aspetto. Nessuno lo avrebbe capito, accettato. Così la Natura, che scema non è, aveva ben pensato di farla mutare da dentro. L’involucro si poteva pure lasciare dov’era: certo si sarebbe deteriorato col tempo ma queste sono cose tipiche degli esseri viventi e gli umani non erano in questo da meno.
E poi al suo involucro, Anna, ci teneva eccome: tra ginnastica, creme e punturine, poteva ancora guardarsi allo specchio con una certa soddisfazione, o quantomeno poteva ancora guardarsi allo specchio, prima di fronte e poi di sbieco. La ragione di tutto questo sforzo la trovava solo in se stessa e in quelle sue alette che sentiva battere lievi se l’esame risultava, anche per quel giorno, superato con sufficienza piena.
E’ anche vero che in genere nel mondo animale, a ecdisi avvenuta, il vecchio “vestito” veniva abbandonato: cosa sarebbe successo al corpo di Anna?  Col passare del tempo, era sempre più consapevole di questa sua altra natura, che prendeva spesso il sopravvento: le antennine avevano sviluppato la sua sensibilità e la facevano passare per pesante e saccente, per colpa della tendenza sempre più spinta a psicologizzare qualsiasi cosa, dando poi giudizi drastici sull’io e sull’ego dell’altro. Le ali, d’altra parte, erano sempre più reattive e portate a sorvolare e volare oltre: lontano, lontano…
Si distraeva, dava poco peso alle cose, mostrava entusiasmi senza pudore e soprattutto senza calcolare le conseguenze (cosa sconveniente), ragion per cui serenità e superficialità viaggiavano di pari passo verso l’inconcludenza dell’essere.
Insomma, la farfalla cresceva e la donna era in preda ad una deriva ebete.
Fu il punto interrogativo a svegliarla.
Quel piccolo, buffo, sgorbio dietro al quale si celano le infinite sfumature del dubbio.
Un marchio, solo questo: “?”
Come ogni mattina era uscita dalla doccia e lesta lesta si era infilata l’accapatoio e posta l’asciugamano in testa a mò di turbante. Si era poi diretta verso lo specchio sul quale il vapore acqueo era stato ferito da un grande, grosso, punto interrogativo, così che, specchiandosi, il viso si trovava attorniato da una curva e sotteso da un punto.
Quando gli occhi captarono l’immagine, la trasmisero al cervello e da lì senza soluzione di continuità alle antennine e al cuore, per poi dirottare di novanta gradi verso le ali, il lepidottero si ritirò quasi nel bozzolo che ancora giaceva abbandonato da qualche parte dell’organismo.
E la domanda le rimbalzò potente: “Chi sei?”
Questa volta gli occhi rimasero fissi e la bocca rigida e avulsa da smorfie. Non c’era risposta, e il cappio iniziava di nuovo ad avvolgersi intorno al collo.
Continuò a fissarsi, muta, poi distolse lo sguardo e piegò le ginocchia, sedendosi sopra il bordo della vasca da bagno. Rimase così, col turbante bagnato tra le mani e il corpo ripiegato su se stesso, senza più ali, né antenne, né lacrime.