“E senza questo, Camilla non avrebbe mai ricevuto la sua nuvola”.
Silenzio e bocche aperte. A questo punto anche le sedie tacciono, i pavimenti sospirano, i muri prendono fiato ma piano. Piano.

C’era una volta, ma dicono sia ancora, una città come tante altre, dove vivevano molte persone indaffarate e spesso stanche.
Camilla era una di queste.
Dal lunedì al venerdì i pomeriggi erano un susseguirsi di impegni cadenzati dal calendario stilato a penna con grafia ferma e decisa e appeso con uno spillone giallo sulla bacheca in sughero della cucina. Oramai non lo sbirciava neanche più tanto sapeva tutto a memoria: lunedì e giovedì-danza, venerdì-piano, mercoledì-libero!, aveva scritto inizalmente, poi qualcuno aveva martoriato le sei letterine magiche cancellandole con ghirigori neri e scrivendo sopra, a lettere cubitali: PISCINA.
Perché il nuoto fa bene ed è indispensabile per la crescita.
Prima c’erano i compiti, poi la cena e a letto presto.
L’unico momento lieto era quello del risveglio, quando la mamma arrivava quatta quatta e delicatamente, senza accendere la luce o aprire la persiana perché sapeva che non doveva farlo, si sedeva sul letto, si chinava dolcemente su di lei abbracciandola piano e le sussurrava: “Ciccia, è ora…”, dandole anche tanti bacini.
Allora lei si stiracchiava ed apriva gli occhi stropicciandoli con le manine, e da quel momento in poi era finita: iniziavano le fregature.
Tanto per cominciare, la colazione: d’accordo, era uno dei pochi minuti della giornata in cui stavano tutti insieme, ma a lei non andava il latte, caldo o freddo, la fette biscottate le raspavano in gola, i biscotti li ingurgitava a forza, i cereali sapevano di medicina e la Nutella era un lusso della gola che solo il fine settimana mamma le concedeva.
Poi c’era il fatto che bisognava per forza, dico per forza, mettere il muso sotto l’acqua fredda e stropicciare in bocca con lo spazzolino sempre troppo piccolo o troppo grande per i suoi dentini dalle dimensioni indefinite e dagli spazi improbabili tra l’uno e l’altro, così che spesso le spatole graffiavano le gengive appena private di un piccolo ospite o al contrario si incastravano tra due nuovi arrivati che si erano accavallati perché s’erano scordati di mettersi d’accordo. Al sapore di menta del dentifricio non si era ancora abituata, ma quello zuccherino dentro il tubetto sdolcinato per bambini piccoli non lo voleva più usare perché oramai lei era grande.
A scuola la portava quasi sempre papà perché mamma faceva tardi per truccarsi e poi magari con i tacchi non riusciva neanche a camminare in fretta e lei si stufava: non voleva farsi riprendere dalle maestre.
Che poi tutta questa fretta fosse l’esatto opposto di quanto le avrebbe suggerito l’anima di fare proprio in quei momenti, rallentare anziché accelerare, questa è una cosa di cui lì per lì non aveva chiara consapevolezza e che anni dopo avrebbe probabilmente contribuito ad aumentare il numero di ore passato in una stanzetta a sviscerare i suoi guai con una sconosciuta.
La scuola non era un gran posto dove stare, specie per otto ore al giorno pasti compresi, ma era una cosa che alla sua età facevano tutti e certo chi era lei per poter pensare di tirarsi indietro. Amiche non ne aveva, se non Laura che però giocava sempre con Giulia che era quella che a lei faceva dispetti, quindi stava spesso per conto suo o con i maschi all’ora di ricreazione, perché in fondo giocare a nascondino e a rubabandiera era più divertente che pettinare le bambole. Con le maestre c’era uno strano rapporto di reciproco sospetto: diciamo che si tenevano a debita distanza, per poi scontrarsi in rapidi momenti critici dove poteva succedere di tutto, dal “brava, 10!” a “ma cosa ti è successo oggi…?”, senza che poi ci fossero valide ragioni a giustificare questo andamento incerto: lei, comunque, manteneva un costante grado di alienazione da cose e situazioni, per cui il suo rendimento dipendeva, a suo parere, unicamente dall’umore giornaliero di chi le stava di fronte.
Della scuola le piaceva solo il fatto che le finestre fossero grandi, anzi enormi, e che il cielo di là fuori fosse ogni giorno diverso; e sì che di giorni ne erano passati tanti, da che lei aveva iniziato a osservarlo!
Poteva essere incantata da quello perfettamente sgombro e nitido, rimaneva incupita quando era completamente plumbeo ma sempre, comunque, ne era attratta e come poteva tirava su gli occhi dal banco per scutarne lo stato e il movimento: collezionava le matite, faceva incetta di grigi, blu e celesti scambiandoli con qualsiasi cosa avesse a disposizione per soddisfare la richiesta di baratto, ma non erano mai abbastanza, mai quelli giusti per rapresentarne le diverse sfumature e gradazioni.
Le giornate un po’ noiose erano quelle dal cielo graffiato con striature quasi immobili dei cirri, quelle migliori erano invece movimentate dal passaggio dei cumuli, trasportati dal mulinio delle gigantesche braccia invisibili del Distributore di Nuvole.
Quando a scuola le avevano chiesto di descrivere chi fosse, aveva risposto che era un essere dotato di un potere magico chiamato: vento, che altro non era che il frutto, appunto, dell’incessante lavorio di questo essere grande tanto quanto cento, mille, Hagrid, destinato ad un incessante lavorio dettato dall’insoddisfazione eterna per i risultati: il Distributore di Nuvole non può fermarsi, non può vedere le cose statiche, crea l’ordine con il disordine, sposta, assembla, divide, ricompone, non trova pace nel blu cobalto che deve inframezzare al bianco e poi succede che ne mette troppo allora si trasforma in grigio e ne mette così tanto che va a coprire tutto il cielo che diventa scuro mentre da un’altra parte, da qualche parte, è andata via la copertina ed è tornato ad essere tutto blu e allora lì sono felici e vanno al mare mentre qui siamo ancora a scuola e il cielo piange…

Legge ad alta voce, la maestra, il tema di Camilla, ma oramai bambini della classe, che avevano già da un po’ preso a sghignazzare, a sbattere i gomiti sul banco, a strusciare apposta le sedie sul pavimento, ridono a più non posso: il cielo che piange, questa poi non s’era mai sentita…!
La bimba li guarda indifferente fuori ma con un cuore grosso come un sasso che le gonfia forte sotto il petto. Ed è in quel momento che una forte folata di vento fa irruzione dalla finestra di colpo spalancata, portando dietro di sè un grosso, enorme, soffice batuffolo traslucido che va a posarsi proprio sul banco di Camilla, quasi portato da una mano, e la nasconde tutta, assorbendola.
Uno sguardo senza fiato, ed un sorriso, quello della maestra:
“Ecco, cari bambini, che cosa è un sogno. Senza di questo, Camilla non avrebbe mai ricevuto la sua nuvola”.
Silenzio e bocche aperte.
A questo punto anche le sedie tacciono, i pavimenti sospirano, i muri prendono fiato ma…piano. Piano.