Tag

,

E’ una buia sera di stelle, quella che dalla grande porta finestra si affaccia all’interno della camera: brillano che sembrano respirare, mormorare sogni lunghi anni-luce.
Alcune formano geometrie, le stesse di sempre, quelle cui gli antichi associarono simboli, significati e poteri destinici sugli uomini.
Un vento caldo avvolge le tende, le solleva, risucchia, le fa scivolare sui vetri o schiaffeggiare il materasso del letto a due piazze che fronteggia dall’interno la terrazza e il cielo.
Dormono, i due, ma il lontano richiamo della notte e lo sferzare dell’aria fa svegliare, di tanto in tanto, la donna. Si scosta i capelli dagli occhi e li apre, per poi immergersi nel buio costellato da segnali luminosi che incantano il suo sguardo assonnato, ipnotizzandolo. Resiste al richiamo girandosi da un’altra parte, si abbandona nuovamente al sonno lungamente cercato, precipita nel buio che reca però con sé, sotto le palpebre, quelle stesse luci che prima la fronteggiavano e sembravano volerle parlare.
Un cane ulula tra i rami agitati degli ulivi che circondano la casa e ondeggiano all’unisono come portieri a difesa dagli attacchi avversari.
Si sveglia del tutto, allora. Appoggia le gambe sul pavimento, indossa la camicia abbandonata per terra ed esce sul terrazzo, dove i suoni del vento e le onde del mare gareggiano con vortici roboanti.
Al cospetto del cielo, si ferma puntando il volto per aria e lo scruta, le braccia intrecciate sul ventre e la fronte corrugata con fare interrogativo, gli occhi strizzati che vorrebbero andare oltre quello che vedono.
Si siede, e rimane a guardare le stelle, che perpetuano il loro stato, lucciole cosmiche indifferenti alla loro fascinazione. Non succede nulla: non cadono, non parlano, l’avvolgono di quella grandezza imperscrutabile che fa sentire troppo piccoli e inutili. E’ una donna attiva, abituata a scansare come lebbra le lunghe riflessioni fini a se stesse, quelle gravide di promesse non mantenute. Il vento le sfiora il volto, s’insinua tra gli incavi delle braccia, delle gambe, solleva l’orlo della camicia: non c’è nessuno, lo lascia fare. Un’ultima occhiata in direzione del mare, nero come la pece. Sospira, di gola. Rientra dentro e si distende di nuovo, sovrastata dalla notte che si intrufola anche lì e la sta a guardare. E a lei non piace essere osservata.
Lui deve aver sentito qualcosa, si scuote nel sonno, con gesti automatici si alza dal letto forse non ancora del tutto sveglio, mentre lei sembra dormire profondamente. Ma se solo potesse guardare oltre, di contro alla testa girata vedrebbe due occhi spalancati e fissi.
Esce, a sua volta. Punta lo sguardo al cielo. Sbadiglia. Rientra subito dopo inciampando sul bordo del letto, poi contro il comodino, un “auch!” soffocato ma neanche troppo. La porta della camera cigola mentre viene aperta, quella del bagno viene chiusa senza troppa attenzione. Rumore di uno sciacquone, poi quello del rubinetto che scroscia una quantità inesauribile di acqua.
L’uomo rientra, il profilo del corpo è reso visibile dalla pallida luce esterna. Guarda verso il letto, dove si intravede la sagoma della donna, di cui percorre con l’occhio della mente le spalle, la curva dei fianchi, la collina della anche fino al declivio della gambe. In bocca, suoni che vorrebbero uscire ma non trovano sfogo adeguato. Non adesso, non a quell’ora.
Sospira, di petto.
Si riadagia supino, e da lì continua a rimirare il cielo estivo, cui rivolge pensieri senza volto né identità.
Una raffica di vento scompone l’ordine delle persiane, che sbattono l’una sull’altra chiudendo seccamente la linea con l’esterno, e cadono come castelli di carta le domande e le mancate risposte e i silenzi densi.
Nella camera, adesso, è notte.