Ho visto per anni il variare dei colori nei campi di questa campagna ciociara, catturati a bordo di pullman sempre sovraffollati e assediati come fossero un fortino strategico: sono colmi all’inverosimile di noi adolescenti che per andare al liceo facciamo la spola tra due paesi. Su queste carrette ciagoliamo, ridiamo, sbirciamo i maschi, copiamo i compiti, conosciamo gli odori della nostra pelle, assorbiamo il mutare delle stagioni senza prestarvi attenzione anche se poi ci rimane nell’anima. Fuori dai finestrini adesso è un profluvio di oro, è giugno ed alcuni campi di fieno iniziano ad essere mietuti, mentre in altri ancora ondeggiano le spighe dorate. Spesso, al ritorno, capita di fare autostop, se salta una corsa o se non ci va di aspettare il prossimo mezzo. Mai meno di due o più di tre, noi ragazze ci mettiamo col pollice alzato a scrutare il passaggio delle macchine: non si aspetta molto, capita sempre qualcuno cui facciamo curiosità o tenerezza. Una volta si è fermato un contadino, ha aperto la portiera posteriore chiedendoci: “Ci capite?”. Noi lo abbiamo guardato allibite poi girando la testa all’interno ci siamo accorte che il retro era pieno di cianfrusaglie e un paio di galline in gabbia, al che Giulia ha esclamato: “Ah…c’entrate, ci chiede se riusciamo a entrare…!!” Senza riflettere neanche un secondo siamo salite ridenti in macchina : avevamo una fame da lupi e volevamo arrivare a casa.
Oggi faremo una strada più breve: è l’ultimo giorno della prima liceo classico e andiamo a pranzo coi professori, che ci accompagneranno con le loro macchine sino al ristorante.
Noi quattro ragazze, io con Marina, Francesca, Raffaella, saliamo nella macchina del prof. Balbiati. E’ un prete dall’aria satanica e l’occhietto un po’ troppo smaliziato quando ci guarda. Imponente, barbuto, indossa l’immancabile clergyman blu: sempre lo stesso, sospettiamo, dagli strati di forfora che tendono ad accumularsi. A noi fa un po’ schifo sia per come si comporta, sia perché non si lava molto ma soprattutto perché è ignorante come una capra: Raffaella una volta ha “sgamato” che tra le pagine dell’Antologia di Italiano nascondeva un Bignami, abbastanza piccolo da essere mimetizzato nel volume più grande e da farsi leggere come se l’esimio docente sapesse di cosa parlasse. Anche lì, comunque, non siamo andate troppo per il sottile, complice come al solito la fame delle ultime ore di lezione e l’opportunismo acquisito negli ultimi anni: siamo salite in macchina, una Citroen Dyane verde acqua dove il Balbiati sembra occupare quasi tutto lo spazio; però “ci capiamo” anche in quella, i nostri incastri di gambe e braccia sono così collaudati da risultare automatici e indolori. Balbiati gioisce in maniera inverosimile, con tutto questo ben di Dio a bordo. Raffaella lo stuzzica e lo prende in giro, si è messa davanti e di lei vedo solo il codino che vortica al ritmo delle sue battute: è la più furba e la più feroce. Francesca sta zitta con la sua tipica espressione a pesce palla, io e Marina facciamo a ginocchiate e non vediamo l’ora di arrivare.
Il ristorante è in mezzo alla campagna assolata, scendiamo districando gli arti e riacquisendo man mano un aspetto umano. Balbiati vuole giocare a nascondino, fa il cretino dietro le colonne della veranda, ma non gli diamo soddisfazione. L’unica è Raffaella, che finge di stare al gioco poi gli molla una bella porta in faccia al grido “Oh professore, ..mi scusi mi scusi…!!” e scappa, veloce e agile come una Colombina dall’accento napoletano, protagonista nell’ennesima commedia. È molto carina, coi suoi capelli castani, la pelle bianca e un erre moscia che si mischia alla sua cristallina parlata, ma chi spicca tra noi è Marina: bionda come il colore del grano che ci circonda, occhio verde sui cui sbattono ciglia aiutate da colate di mascara, è sempre alla ricerca di un pubblico adorante, meglio se maschile. Sembra un’ape regina circondata da fedeli operaie, specie adesso che porta un gesso alla gamba che si è fratturata cadendo dalla Vespa del suo ragazzo. Marina richiede attenzioni per scendere dalla macchina, per entrare al ristorante, per scegliere il posto migliore dove la gamba faccia meno male, per trovare il cameriere più carino e gentile dal quale farsi servire in tutte le sue esigenze. Lo trova quasi subito: Marco, si chiama. Fa il simpatico con lei e sembra che se la intendano perfettamente. Francesca, sguardo imperturbabile, mi lancia un’occhiata, è il segnale: possiamo mollare l’ape Regina ad un’altra vittima, ha trovato un fido servetto. Però, con Balbiati e Marina fuori raggio, non c’è molto da fare con gli altri: Francesca ha un muso tremendo, oggi, Raffaella sta dietro a Momo il nostro quasi unico rappresentante maschile della classe. L’altro è Dario, l’uomo-ameba, il secchione inutile che non ti passa né un compito né un sorriso. In definitiva, tra noi ragazze rimane poco da dire. Per questo, continuo a osservare quei campi e quei papaveri fuori dalla finestra, sento la musica che proviene da un lontano juke-box. Dopo il dolce dobbiamo capire come rientrare a casa: ci dovrebbe riaccompagnare Balbiati davanti al liceo poi prendere il pullman che chissà quando passa. “Ho risolto io!”, mi dice Marina mentre l’accompagno al bagno. E’ soddisfattissima e ammiccante. “Ci porta Marco col suo collega, ha detto che non c’è nessun problema…” . La guardo, ripetendo mentalmente le sue parole. “Quindi io e te dovremmo andare in macchina con i due camerieri?”, le chiedo. Lei fa sì sì coi suoi riccioli biondi, quelli delle Holly Dolly e delle bimbe de “La casa nella prateria”, un telefilm che guardo nelle mie estati di noia. Siamo in bagno e la osservo dallo specchio, parliamo davanti al lavandino. “Va bene”, le dico. Torniamo in sala, sono ancora tutti seduti ma il conto è arrivato, c’è la tipica aria da svacco. “Allora vi porto? Andiamo?”, chiede il Balbiati sfregandosi le dita maialine. “No, grazie, io e Martina rimaniamo qua, ci viene a prendere sua madre”, risponde Marina col suo candido sorriso. Balbiati inchina la testa a mó di “ubbidisco” mentre Francesca e Raffaella, che torneranno con lui perché abitano ad Agagni dove c’è il liceo, ci guardano stupite e interdette. Io non lo sono affatto, anche perché alle disinvolture della mia amica sono abituata, ma continuo a stare in silenzio. Un pensiero prende sempre più corpo e sono a disagio, non so che fare: non mi va di fare sempre la parte di quella con la testa a posto, ma con lei è impossibile agire diversamente, tocca sempre coprire il ruolo del grillo parlante, oltre a quello dell’ape operaia. Lascio che gli altri si avviino, ancora indecisa. Lo sfregare dei pneumatici sul terriccio del parcheggio trasforma il disagio in ansia che non trattengo più: siamo rimaste sole. “Marina, vieni”. La prendo in disparte, cerco un angolo nascosto. La trascino in bagno. “Che c’è?”, fa lei. Ha appena inserito un gettone nel juke-box, nell’aria si espande la voce di Bennato:
Ahhh-Ah,Ah,ah,ah,aaahhh….Mi ricordo che anni fa, di sfuggita dentro un bar…”
“senti, stiamo facendo una cazzata. Non possiamo andare con quelli.” Lei mi guarda stupita, non capisce.
“…e nei sogni di bambino, la chitarra era una spada, e chi non ci credeva era un pirata…”
“Marina, ma chi li conosce?? Capisci, sono in due, loro, noi siamo in due, anzi in una e mezza visto che hai la gamba ingessata…”, esito ancora ma alla fine tiro fuori il rospo: “Insomma se questi ci portano da qualche parte, qui nei campi, noi che facciamo? Tu dove credi di andare con questo gesso? Io che faccio? Non ti sembra che siano stati troppo disponibili, pronti a farsi questi chilometri senza problemi?” Lei scuote la testa, sorride, mi guarda beffarda, lo so cosa pensa: che sono gelosa e invidiosa, e sì, forse è vero, forse un po’, ma quei due non mi piacciono affatto, sul serio.
“…dico: NO!, non è una cosa seria. E’ così e se vi pare, ma lasciatemi sfogare…
“Uffa, Martina: sei sempre la solita. Dai, sono carini, che ci devono fare?”, e intanto si specchia, si aggiusta il trucco. Dio, come la odio quando fa cosi. “Hanno venticinque anni, Marina, noi ne abbiamo sedici. E’ da due ore che stai dietro al tipo, te lo devo spiegare cosa possono fare? Ci caricano in macchina, ci portano in qualche stradina secondaria, e tu che fai, ti metti a correre col gesso tra i campi? Fai come vuoi, arrangiati, io non vengo.”
Qui mi vorrei mangiare la lingua, perché non esistono soluzioni o piano B: non so dove siamo, vedo solo campagna attorno a me, non so quanto distano Agagni o Collerame, il nostro paese, non posso certo chiamare i miei che se sanno che sono rimasta qui da sola con Marina mi stroncano, non ho la più pallida idea di come uscire da questa storia. Intanto il dubbio da qualche parte si fa strada, in Marina, lo vedo. Inizia ad agitarsi anche lei, apre la porta del bagno, sbircia fuori, la richiude di botto:
“Ci stanno cercando!! E mò che si fa?!?”
“…Io di risposte, non ne ho: io faccio solo, rock’n roll…”
A schiaffi, la vorrei prendere. La fisso e rispondo a denti stretti: “Non lo so: mia madre non la posso chiamare, è a scuola, ha gli scrutini oggi. La tua non guida…” “Andiamo a fare l’autostop”, fa lei. “Ma tu come fai? Non puoi stare in piedi con questo coso alla gamba. Poi questi ci vedono andare via, non c’è neanche un albero, nulla, a nasconderci…” Marina abbassa le ciglia sugli occhioni verdi, riflette: lei nel panico non va mai.
“Ok senti, facciamo così: tu esci e controlli che non passino. Dietro il bagno c’è il telefono a gettoni: posso chiamare Viviana, quella mia amica di Agagni, il fratello guida e magari può passare lui.”
Sento i muscoli allentarsi, c’è uno spiraglio di luce. Forse.
“Ok.”
Esco dal bagno e mi apposto all’angolo della sala: potrei essere vista, se uno dei due passasse, ma mi sento comunque abbastanza invisibile, come spesso accade quando sto con Marina.
Li vedo dalla vetrata: sono fuori dal ristorante, verso il parcheggio, forse ci stanno cercando lì, chissà. Faccio un cenno con la mano a Marina, che si fionda sul telefono e chiama. Speriamo che non rientrino, non li vedo, sono spariti. Il telefono è dietro al muro, nascosto in una sorta di antibagno ma potrebbero sentirla. Certo, se anche fosse, possiamo dire che ci vengono a prendere, ma io non mi fido e oramai anche lei: per noi, sono già catalogati come violentatori seriali. La musica è finita, la voce di Marina adesso si fa terribilmente acuta ai miei orecchi ma anche lei riattacca e si gira con aria trionfante:
“Viene!”
“Grande…!”, sorrido a trecentocinquanta denti, anch’io. “Adesso dobbiamo nasconderci sino a quando non arriva. Ma quei due, dove sono?” “Non lo so, non li ho più visti.” “Magari qui chiudono, tra poco, sono le quattro. Che facciamo?”, chiede Marina. Poi aggiunge: “Usciamo”.
“Ma sei impazzita? Così ci vedono!”
“Qui non voglio restare.“
Rifletto un attimo. “Mè, possiamo forse metterci fuori dalla porta, a sinistra dell’edificio: lì vediamo la strada da dove arriva il tuo amico. Però se questi escono e girano il palazzo ci trovano…” Marina fa sì con la testa, è deciso, usciamo: le vetrate ci segnalano che al momento la situazione è tranquilla.
L’afa esterna ci schiaffeggia il volto, il vento porta i profumi e la polvere Giriamo l’angolo e ci acquattiamo. Silenzio. Solo i capelli di Marina ondeggiano, si inalennano, sembrano volersi sollevare e fuggire altrove, nascondersi tar le spighe.
Dopo un po’ si lamenta, non ce la fa con il gesso a stare in quella posizione, deve muoversi. “Secondo me quelli se ne sono già andati, si sono pure scordati di darci un passaggio…” fa lei. Si alza, oramai non le importa più niente, mentre io continuo nella mia vigile tensione. Ma eccola, si vede arrivare dalla curva una R4 rosso mattone: “È lui, il fratello di Viviana!” , esclama Marina e si avvia spavalda, senza più precauzioni, quasi saltellando su una gamba. Andiamo incontro alla macchina a braccia spalancate: dentro c’è un ragazzino occhialuto e brufoloso, probabilmente ha solo il foglio rosa ma chi se ne frega: sembra gentile e incuriosito, ha la macchina, tanto basta. Ci tuffiamo dentro il veicolo, ridenti, e partiamo. Lungo il tragitto, mentre la macchina scoppietta lenta tra i diversi tornanti, Marina racconta la nostra bravata, coi due camerieri che oramai sono diventati dei feroci vietcong e lei la povera vittima sofferente, eroica nel dolore dell’arto danneggiato e geniale nelle pensate. Sto nel sedile di dietro, ascolto e guardo fuori dal finestrino, forse davanti si ricordano di me, forse no. Non importa.
Istintivamente, volto la testa verso il lunotto posteriore: in lontananza, al centro del parcheggio, scorgo i due camerieri che gesticolano e si indicano l’uno con l’altro: “Ehi, sono ancora lì, ci stanno ancora cercando…!!” Marina si volta indietro, il fratello di Viviana allunga il collo verso lo specchietto retrovisore: e scoppiamo a ridere, di gusto, girata l’ultima curva dopo la quale il ristorante è solo un ricordo.