Un sentiero si inoltra, sinuoso, lungo la collina di un verde denso, brillante, sino ad un largo spiazzo che squarcia un varco nella boscaglia.

In cielo, ai nembi si alternano sprazi di cielo blu. I raggi del sole appaiono e scompaiono bizzarri lasciando tracce mutevoli lungo un terreno che allo stesso ritmo sembra sorridere o incupirsi.

Il piazzale balugina a tratti del metallo delle auto che lo popolano. Più avanti, semi nascosto dalle fronde, il tetto rosso di una grande villa da cui proviene l’eco di voci inframezzate dalla musica.

Un’orchestra trascina pigramente il suo swing, accompagna il movimento delle mandibole in arrancante deglutimento di cibarie da catering. I busti dondolano tra una gamba e l’altra, le forchette volteggiano a supportare i mugolii degli ospiti sotto i gazebo bianchi, tra camerieri sorridenti e stanchi.

Capannelli di uomini sghignazzanti, mani occupate da calici, a commentare l’ultima partita di calcetto o l’uscita goliardica della scorsa settimana. Altri a confrontare le prestazioni della loro moto, o quelle che hanno avuto loro stessi durante la corsa o la partita a tennis.

Gli uomini li riconoscete per questo, e anche perché son quelli in giacca e cravatta. Quelle colorate, invece, svolazzanti, cinguettanti, quelle sono le donne. Le amiche amiche cercano di stare insieme, bisbigliandosi segreti sotto voce. Sorridono quando qualcuno si avvicina, pronte a spostarsi su una conversazione che si modella tra la borsa di pelle che hanno visto ieri in vetrina, la dieta da fare, la crisi economica che le sta intristendo o i figli che bisogna tener sott’occhio adesso che crescono.

Ogni tanto le giacche scure e i tessuti morbidi e variopinti si vanno incontro, si mescolano, creano altre geometrie, costruiscono architetture instabili fondate su un vacuo parlare, che all’aumentare dei bicchieri cresce di intensità abbandonando la ricerca di un senso, trovandolo in qualche caso nelle spalle che si toccano, negli occhi che si cercano, nelle labbra che si guardano.

Sguardi sorridenti e vaghi, sui quali sembra insinuarsi una domanda, un “che ci faccio qua?” che brilla improvvisa dal fondo dell’occhio. Il dubbio viene tarpato ancor prima che diventi cosciente, pericoloso inizio di un fine-serata disastroso.

Il cielo intanto da variabile si è fatto all’improvviso compatto, più scuro. Un’aria fredda si insinua tra braccia e gambe scoperte, solcate da piccoli brividi. Un rombo lontano si fa più intenso, ne arriva uno più forte, una goccia piena, poi un’altra, raddoppiano e si fanno più intense: ed è pioggia. Ed è un muro di pioggia.

Al primo tuono, uno degli orchestrali, annoiato dall’attesa del lungo pranzo, commenta il sordo brontolio con un rollio delle mani sulle Congas. Uno, due, tre battute, uno sguardo d’intesa col compagno che si inserirsce col suono flautato della Quena, di lì si diparte il Piano, il primo trillo su un tasto, poi le mani che attaccano il motivo e tutta l’orchesta, tra Violini e Maraquas, snoda le note di un celebre brano.

La pioggia del temporale estivo adesso batte forte, titinna sui tetti inermi dei gazebo, gareggia nel frastuono con la musica che piena, inarrestabile, attira orecchie emotive, cuori gioiosi.

Così, dall’ammasso di corpi al riparo dall’acqua, si muove un passo di donna verso l’orchestra, seguito da un altro e un altro ancora, prima incerto poi spavaldo: si balla, si danza sotto l’acqua che scende, fitta, le bracce levate, i corpi che ondeggiano tra abiti sempre più zuppi, i volti che si liberano e librano nei loro sorrisi più pieni e vitali.

Nel fiume di note le gambe si sfiorano, le tentazioni si parlano, e le parole non servono, mentre un aeroplano, nell’aria, vola, piano.

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