“Il mio nome è Raijna. Ho vissuto duecento lune sotto il regno del grande Ramses II, ero la figlia del suo più fedele scriba. Ero bella, altezzosa, ribelle. Incedevo per le vie per andare alla fonte, camminavo con l’anfora in testa quasi avessi una corona, amavo attirare l’attenzione dei soldati e dei ragazzi che transitavano sul percorso. Forse fui troppo spudorata, quel giorno della stagione della germinazione: il mio sguardo si posò troppo a lungo su un uomo alto e fiero, vestito alla guisa dei funzionari del sovrano, e tale egli era. Mi fece attirare da un suo schiavo, mi volle obbligare a giacere con lui. Un mio scatto ribelle e irrisorio, uno sguardo feroce, le sue mani attorno al mio collo, forte, sempre più forte.. Le lacrime inconsolabili di mio padre spinsero il nostro grande e magnanimo faraone ad un gesto di divina clemenza, concedendomi di passare nel regno di Osiride con i migliori onori: i miei organi furono estirpati e riposti nei canopi che vedete vicino al mio sarcofago, il mio corpo trattato con olii e unguenti profumati, avvolto da bende ed essicato con il sale del Nilo. Dieci pittori furono dedicati alla riproduzione del mio viso sul sacro legno che mi ospita, impreziosito dall’oro e dai colori sgargianti utilizzati. Fui introdotta nella piramide del faraone con i miei oggetti più preziosi. Le tenebre eterne mi avvolsero, una volta richiuso il sarcofago, e così avrebbe dovuto essere per sempre.
Un giorno, trascorsi più di duemila anni, una luce prepotente si insinuò, violenta, nel mio mondo, interrompendo l’eterno oblio, violentando la mia dignità, quella stessa che avevo salvaguardato a costo della vita.
Le mie membra si trovano dove tu le vedi adesso, esposte agli occhi di tutti, mentre il coperchio del mio sepolcro pende invano sopra di me, che mi trovo spogliata di ogni protezione. Le bende mi avvolgono completamente, impedendo quell’urlo di rabbia che soffoca in gola, quel levare di braccia che mi consentirebbe di richiudere il mondo sopra di me.
Dietro la teca di vetro, migliaia di volti sconosciuti, dagli sguardi invadenti. Chi siete? Cosa volete? E’ questa, forse, la punizione degli dei per avere osato giacere nella tomba dei faraoni?”
“Il mio nome è Herameb. Fui travolto dalla tempesta di sabbia quando ancora non avevo 200 lune, ero uscito col mio cammello per portare le provviste nel vicino villaggio di Abu Roash. Non avevamo molto, in famiglia, ma la nostra vita di contadini scorreva tranquilla e serena vicino al fertile Nilo. Era una bella giornata, per questo mi ero addentrato nel deserto: volevo vendere il nostro raccolto, comprare una veste per la mia futura sposa, Aisha, il mio sole, la mia ambra profumata. Fui colto invece da un rapido cambiamento di vento, il cielo si oscurò, tutto divenne turbinio e polvere e sgomento. Provai a resistere a lungo, coprendomi a stento con un lenzuolo, sino a che ebbi occhi, naso e orecchie invase da sabbia, al punto da togliermi vista e respiro. Mi chinai così come mi vedete adesso, rannicchiato per terra su me stesso, una mano a coprire il volto, l’altra protesa in alto verso il cielo e il destino beffardi.
Il caldo essiccò la mia pelle. Quando mi ritrovarono, il mio corpo era già come lo vedete adesso, incartapecorito dal sole e dal vento, ma intatto. I miei poveri genitori fecero erigere un piccolo giaciglio circondato da un recinto di sassi, all’interno del quale posero i miei piccoli beni da portare nell’aldilà. Fui tumulato così, a poca distanza dal tempio e dalla statua del grande sovrano Ramsesse. Non ebbi gli onori destinati alle caste superiori, da morto, non li ho neanche adesso, che giaccio in balia dei vostri sguardi: neanche una teca di vetro a separarmi dai vostri respiri, dalle vostre esclamazioni orripilate e morbose. Trovarmi qui, nudo, per terra, le mani tese ad artiglio, i piedi contratti su loro stessi, il volto quasi stupito e vinto. Trovarmi qui è un eterno ricordo del mia tragedia, cristallizzata nel suo attimo finale. Volevo vivere, sono morto. Volevo riposare, sono preda della luce, dell’aria, ma soprattutto di tutti voi.”
Così le voci del regno dei morti bussano come arrabbiate nel mondo dei vivi. Tra un’ala e l’altra del prestigioso museo britannico, i corpi, o quello che resta di loro, le vestigia dai mille colori, e gli occhi, questi occhi dai tratti allungati e fissi, puntati oltre lo spettatore, affermano il diritto violato e lo sprezzo contro il torto subito. Il mancato riposo. L’onta dell’esposizione. Così raccontano la loro storia, data dalle membra e dagli oggetti che li accompagnano. Così si confrontano il destino del ricco e del povero. Così, dai monili e dai vasi, straripano i pensieri e le anime. Ma se gli oggetti possono resistere al tempo, se le membra possono perdurare alla naturale degradazione, tutto il resto, tutto quello che è stato “parte di loro”, se venisse realmente ascoltato verrebbe inesorabilmente maciullato, abbrutito, annientato dagli altri. Niente resisterebbe alla banalizzazione e al giudizio beffardo e cinico, o anche solo distratto, dei tanti che accorrono, ogni giorno e per sempre, a rimirare la loro memoria, senza portarne ricordo.