Ormai era lì da mesi.
Deportato al campo di Hohenstein Stalag 1-B a fine settembre dopo giorni di viaggio in treno, stipato nei vagoni con altre centinaia di deportati. Alcuni cadaveri di chi era morto durante il viaggio venivano trascinati fuori dai soldati nelle stazioni, dopo che i vivi li avevano spinti a fatica vicino al portellone. Non aveva mai visto un morto. Nel campo di concentramento ebbe modo di vederne, toccarne, annusarne a centinaia, ma per il resto della vita non si sarebbe mai dimenticato gli occhi del primo. Aperti, buchi scavati nel ghiaccio, vuoti, enormi, che cercano di veder la vita in un posto dove manca. Appartenevano ad un soldato caricato insieme a lui sullo stesso vagone. Dopo qualche giorno di viaggio, all’uscita da una galleria, da un minuscolo spiraglio fra le assi di legno, un fascio di luce bianchissima colpì quegli occhi, mettendoli in risalto rispetto al resto del corpo, afflosciato sul pavimento. Guardavano verso di lui.
All’interno del convoglio l’odore di escrementi mischiato a quello acido del vomito  era insopportabile. In molti svenivano, ma a stento riuscivano a cadere a terra, da tanto erano pigiati e accalcati gli uni agli altri, e quelli che cadevano e toccavano il pavimento, al risveglio erano sporchi e insozzati di fradiciume appiccicoso di escrementi.
Una volta scesi dal treno, giunsero al lager dopo un’ora di marcia per i campi non ancora innevati del nord-est della Polonia, ma freddi e spazzati da un vento gelido.
La neve arrivò dopo due settimane. Tanta come mai nessuno di loro ne aveva vista, copriva e nascondeva tutto. Giorno dopo giorno, la spalavano davanti alle baracche, intorno al recinto spinato, nei sentieri che portavano ai luoghi di lavoro, e il giorno successivo la nuova scesa nella notte aveva ricoperto ancora tutto. E di nuovo loro a levarla, punizione dantesca, con la differenza che per loro, spalare la neve era forse l’unica azione fatta nella vita precedente. Nient’altro, in quel luogo, faceva parte del già visto, del già vissuto, del già immaginato. 
Le baracche erano semplici assi di legno montate da loro stessi al momento dell’ arrivo, forzati a costruirsi il proprio patibolo. Non avevano la stufa, a differenza di quelle dei soldati tedeschi; non avevano ovviamente i bagni e nessun tipo di arredamento, tranne le brande disposte su tre piani, tavolacci di legno grezzo con un po’ di paglia sparpagliata, su ognuno dei quali dormivano due o tre persone, che si dividevano poche e marce coperte; qualcuno era riuscito a farsi un cuscino usando dei sacchi di yuta presi dalle cucine, e qualcuno lo rubava a chi l’aveva. Una sola finestra sbarrata portava un po’ di luce. La sera, al rientro dai lavori, l’aria diventava un umido miasma di fetori, unica forma di riscaldamento. Di notte la porta d’ingresso veniva sprangata e chi doveva andare alla latrina si arrangiava all’interno della baracca, negli angoli. Tutt’intorno al campo correva il recinto di filo spinato percorso da corrente. Ogni tanto qualcuno ci si gettava contro, restituendo a Dio il suo dono.
La mattina arrivavano poco prima delle sei. Di solito erano due soldati, uno con un grosso pastore tedesco, mentre l’altro urlava – Schnell! Schnell! – picchiando il manganello sulla parete, o su un prigioniero,  e poi usciva, lasciando i colleghi a controllare.
L’appello si faceva due volte al giorno, la mattina prima di iniziare il lavoro, e la sera, al rientro al campo. D’inverno tornavano alle baracche che già era buio, ricevevano una brodaglia con bucce di patate e di rape, da bere in piedi nel piazzale; poi si andavano a gettare sulle brande; qualcuno si puliva la faccia con la neve, qualcuno invece sveniva dalla fatica nel piazzale, e non sempre i soldati permettevano ad altri prigionieri di trascinarlo all’interno della baracca.

Si soffiò sulle mani. Un soffio veloce e flebile, ma che bastava ad alleviargli un po’ il dolore e l’ intorpidimento delle dita; doveva farlo spesso, più che poteva. Per i piedi invece non poteva far altro che batterli ogni tanto, ma spesso questo gesto era seguito dal ringhio di qualche cane-lupo. Quella mattina, insieme ad altri due compagni, italiani come lui, aveva spinto il carretto per il sentiero che portava alla fine del bosco, nello spiazzo dove si bruciavano i cadaveri dei malati, di chi aveva superato il proprio limite e di chi era stato ucciso dalle SS, magari per sbaglio o solamente per gioco. A loro, ai prigionieri, spettava l’orribile compito di caricare i corpi dei loro compagni, con i quali fino a poche ore prima dividevano branda, zuppa, dolori, punizioni e disperazione, su quel malconcio carretto in metallo, il cui cigolìo mattutino, inconfondibile anche nelle giornate di nebbia fitta, era monito per i vivi, che quel giorno avevano il diritto di vedere ancora un’alba, ma forse non il tramonto. Debordante di arti bianchi e rigidi sobbalzanti sul sentiero sterrato, lo spingevano fino alla spianata di ghiaccio alla fine del bosco, lo scaricavano, spogliavano i mucchi d’ossa dei cadaveri e li gettavano uno sull’altro, prendendoli uno per i piedi e uno per le braccia, oscillandoli mentre un SS contava sogghignando fino al “Drei”, mimando l’oscillazione con un bastone. Generalmente, le poche forze nelle braccia dei vivi bastavano appena a lanciare il corpo poco più in là, ma alle SS bastava, ridevano e ondeggiavano il loro bastone avanti e indietro, infernali direttori di quella macabra orchestra; si cospargeva poi la catasta con della benzina e si dava fuoco all’informe ammasso di corpi.
Si era dinnanzi al diavolo che, preso possesso di un SS, ammirava le fiamme che portavano nuovi dannati dal suo regno sulla terra, governato da suoi simili, alle porte del suo impero sotterraneo. 

Il prigioniero italiano sbuffò alzando per un attimo lo sguardo, e lo volse veloce al soldato di guardia sul rialzo di terreno a dieci metri da lui. Un cane pastore era seduto al suo fianco, la lingua penzolante dalla bocca aperta produceva condensa ad ogni rapido respiro. 
Il soldato stava fumando e controllava i taglialegna poco più oltre. 
L’italiano e altri tre polacchi invece erano addetti al taglio rami dal tronco. Avevano delle piccole e consunte accette che dovevano far funzionare al meglio. I prigionieri che abbattevano i tronchi, una volta caduti vi legavano delle corde e li trascinavano a forza di braccia davanti a loro quattro, che procedevano poi alla sfrondatura. I rami servivano ad alimentare le stufe dei blocchi dei soldati tedeschi, i tronchi alla costruzione di assi e tavole per le baracche.
La domenica di solito alcuni soldati giocavano a calcio nel piazzale dell’appello, altri  erano di guardia sulle torrette, altri ancora vagavano per il campo inventandosi nuove torture sui prigionieri, non paghi dell’intera settimana a loro disposizione. Lui di solito aggiustava le scarpe o scriveva lettere sotto dettatura da spedire a casa di chi non sapeva scrivere. Probabilmente nessuna lettera, o meglio, nessun misero pezzo di carta straccia trovato in giro per il campo, a volte portato dal vento, veniva realmente spedito. Molti ne erano consapevoli , ma nessuno voleva cancellare la speranza che qualcuno, a casa, potesse leggere le loro bugie, le loro rassicurazioni sul fatto che mangiavano, che venivano trattati bene, che sarebbero tornati presto. Nessuno dei destinatari poteva vedere la mano che reggeva la matita, le ossa delle dita piegate che la impugnavano tremanti, le rughe intorno alla bocca, alla quale più passava il tempo e più mancavano denti, e più denti mancavano, più bava usciva, colando sia di giorno che di notte; nessuna di quelle mogli poteva immaginare così il proprio marito, ora ridotto a quaranta Kg, partito al fronte da quattro anni e invecchiato di quaranta. Nessuna.
Le lettere servivano a dare un po’ di forza a chi le dettava e a chi, come lui, le scriveva. Servivano a dare un senso alle giornate successive, in attesa che qualcuno passasse a ritirarle con la promessa di spedirle. Queste erano le speranze che li tenevano vivi, questi i fili a cui la mattina si aggrappavano per alzarsi. Questi e pochi altri, come il pensare al caldo del brodo che forse avrebbero mandato giù a metà giornata, non al sapore, perché non avrebbe avuto senso, ma almeno al caldo che scendeva lungo il corpo, o il pensare alla sera, a quando si sarebbero sdraiati sul legno, con gli occhi chiusi, a sperare che non si riaprissero più.
Si sopravviveva un giorno alla volta, un’ora alla volta. La prospettiva si riduceva. La strada davanti era buia, perciò si pensava solo a muovere piccoli passi, e a guardare il terreno ai propri piedi.
Oltre alle lettere, lui stava pensando alle sue scarpe. A volte, quando ne aveva la forza, riusciva, sorridendo, a chiamare scarpe quelle cose che indossavano. Era calzolaio da quando aveva dodici  anni, cresciuto come apprendista in una bottega a riparare borsette per signore, e a fare buchi alle cinture di chi ingrassava o dimagriva. Ora le cinture erano corde che tenevano su i calzoni, ed erano sempre più strette. Le scarpe invece erano semplici pezze da avvolgere intorno al piede e difficilmente duravano intere più di una settimana. Andavano da lui per farsele riparare e lui ci provava. Qualcuno gli aveva procurato un grosso ago e ci si scuciva un pezzo di manica del camice, per procurarsi così un po’ di filo.

Le luci nella baracca si erano spente da poco più di due ore, e mentre tutti dormivano tre soldati e  due cani entrarono sbattendo la porta, comandando di alzarsi e mettersi sull’attenti. Ispezione. Uno dei motivi per cui era ancora vivo, oltre al fatto di saper aggiustare scarpe, era quello di sapere un po’ il tedesco, imparato dagli alpini altoatesini al passo del Brennero.
Quella sera, non si sa come, era stato rubato un orologio da polso di una di quelle guardie, e tutti erano sospettati. Il francese che dormiva sotto di lui, non parlava una sola parola di tedesco, ma non impiegò molto a comprendere che si stava parlando dell’orologio che lui aveva trovato per terra fuori dalle latrine quella mattina e che senza pensarci un attimo aveva preso, già immaginando lo scambio con i civili e il pane che ne avrebbe guadagnato; uno dei tre soldati infatti, mentre parlava, aveva alzato il braccio del suo collega, mostrando con estrema rabbia che al polso non c’era niente. Mentre si alzava dal letto, il francese nascose l’orologio sotto il  pagliericcio dell’italiano che dormiva al piano di sopra; questi lo vide, ma ormai le SS erano troppo vicine e tutti erano immobili sull’attenti. L’italiano iniziò a tremare. Arrivarono al suo giaciglio, e subito, scostandolo, videro l’orologio. L’SS iniziò a sogghignare, gli era vicinissimo e con il manganello gli toccò il petto due volte. Biondo, lo sguardo immobile, fiero, orgoglioso, spudoratamente orgoglioso; occhi azzurri incontrarono le iridi blu dell’italiano, che volgevano al grigio poco prima della cornea. Gli sputò in faccia.
– Italiano, che ore sono? – Chiese in tedesco, fra i denti, e le altre due SS iniziarono a ridere.
– Non sono stato io. E’ stato il francese in parte a me. Lo ha nascosto lì mentre vi avvicinavate. –
Riuscì a rispondere balbettando, ma in un tedesco comunque comprensibile, avendo l’accortezza di non muovere un solo muscolo, senza indicare il francese con il dito. Particolare che gli avrebbe salvato la vita.
L’SS si voltò verso il francese, fece mezzo passo verso di lui e lo apostrofò: – Das ist correct? Das ist correct? – Sempre picchiettando il petto dell’italiano con due colpetti di manganello.
Il francese capì solo la parola “correct” e anche lui indicò l’italiano con la mano gridando e annuendo – CORRECT CORRECT – con accento francese. Tutte e tre le SS scoppiarono a ridere, il proprietario si riprese l’orologio e sempre ridendo con più gusto di prima prese sottobraccio il francese scimmiottando il suo “correct correct” accentato. Uscirono e per le ore successive nessuno riprese sonno. Tutti udirono le grida di dolore del francese alzarsi dal cortile e proseguire nella notte, ognuno dentro di sè aveva un’immagine delle torture che gli stavano infliggendo, ma le fantasie di tutti si interruppero con uno sparo poco prima dell’alba.    

Non ti ho mai ringraziato, mentre eri vivo, per non aver mai mollato. Avresti potuto farlo in un qualunque momento durante la prigionia e invece no. Avresti potuto farlo dopo una delle sette estreme unzioni che ti hanno dato nel corso dei tuoi ultimi vent’anni di vita, e invece no. Anzi, mi ricordo il tuo sguardo lanciato al prete mentre si avvicinava al tuo capezzale per una di quelle sette croci sulla fronte. Nei tuoi occhi c’erano due cose: voglia di prendere a calci in culo il prete e voglia di vivere ancora. Io avrò avuto cinque anni e quello sguardo mi ha insegnato più di tanto altro. E l’insegnamento ancora non è finito. Neanche per questo ti ho mai ringraziato. Se tu avessi mollato, là al campo in quel buio, in molti non avremmo visto la luce. Mentre scrivo, mio figlio, tuo pronipote, sta dormendo. I suoi occhi sono chiusi, ma dietro le palpebre sono blu. Contornati di grigio.