Un’ultima occhiata allo specchio, un rapido sguardo soddisfatto alla linea femminile che il suo corpo riusciva a mantenere anche indossando il completo nero adatto ad una riunione col “Cliente”. Un completo privo di vezzi, dallo stile sobrio anche se di linea morbida. Giacca e pantaloni, non amava il tailleur con gonna da “donna-manager”, le sembrava sminuisse il ruolo che sentiva di ricoprire nel mondo (addirittura nel mondo!) quando aveva di queste riunioni.

Uscì di casa riservando ai suoi familiari appena un cenno di saluto mentre avvolgeva intorno al collo la sciarpa di seta verde, unico tocco di colore nonchè unico cedimento alla prepotenza della sua femminilità. Marito e figli le restituirono un saluto emotivamente non partecipe del suo stato d’animo. Erano maschi, di quelli che la gonna non la mettono mai, di quelli che non hanno bisogno di evitarla in determinate circostanze.

Andò di volata in ufficio, accese il computer e visionò la posta. Intanto stampò l’ultima versione del documento che le serviva per sostenere la riunione che si faceva sempre più vicina. Non era tesa ma determinata si!

Rispose ad un’ultima e-mail e usò la chat aziendale per farsi chiamare un taxi dalla segretaria.

Mise in borsa il documento, un paio di penne, il blocco degli appunti (valutò di lasciare in ufficio il portatile) e si diresse verso l’uscita salutando, con garbo ma senza soffermarsi troppo, i colleghi che icontrava lungo i corridoi. Timbrò. Uscì.

Il vigilante di turno le disse che il taxi era arrivato e questo solleticò ancora un tantino il suo stato d’animo da donna in carriera.

Il taxi era lì che attendeva lei.

Si accorse che al posto di guida era seduta una donna. Il sopracciglio che le si sollevava l’avvisò che questo particolare stonava con la sceneggiatura che il suo ego stava costruendo; avrebbe preferito fosse un maschio a farle da autista. Ma sorrise, modificando così leggermente il proprio personaggio. Lo rese, con quel sorriso, più orientato alla parità di classe, più incline all’accettazione benevola dell'”altro”. La variante la soddisfò, si sentì magnanima.

Si sedette e salutò con un garbo appena appena forzato, poi disse l’indirizzo al quale chiedeva di essere condotta. La donna al volante rispose senza sospettare nulla e partì. Lei stava lavorando, non credeva di trovarsi su di un set cinematografico.

Seduta sul sedile posteriore guardò un istante l’orologio. Sarebbe arrivata in orario. Si rilassò guardando fuori dal finestrino e lanciando qualche sguardo indagatorio alla donna che guidava tranquilla nel caotico traffico cittadino.

“E’ snervante guidare un taxi?”, domandò.

“No” disse l’autista sorridendo calma “il traffico fa parte del lavoro. Il percorso stesso è il lavoro.” e dopo un attimo di silenzio: “E poi almeno vedo la luce del giorno. Quando ero impiegata vedevo solo il neon del mio ufficio e il video illuminato del P.C.”

“E che lavoro faceva prima?” chiese quasi con sospetto!

“Responsabile degli acquisti di una impresa edile. Entravo alle 8,00 del mattino e uscivo alle 19,00. I miei figli li cresceva mia madre. Ora invece lavoro dalle 7,00 alle 14,00, faccio solo il turno di mattina, e sto con i miei bambini per il resto del tempo.”

La donna-manager, così come non aveva sentito il “ciak si gira” al mattino, non sentì l’indicazione di stop che provenne da qualche profondo meandro del suo io.
La scena era conclusa. La finzione svanì. Il resto della strada lo percorsero due donne che si confrontarono apertamente sui temi dei figli e del lavoro.

Scese dal taxi e andò alla sua riunione sentendosi una persona. Il suo ego si ribellava ancora, tentava di insinuarle il dubbio che proprio quella fosse la vera illusione.