« Noi, esseri limitati dallo spirito illimitato, siamo nati soltanto per la gioia e la sofferenza. E si potrebbe quasi dire che i più eminenti afferrano la gioia attraverso la sofferenza. »

Vienna, venerdì  7 maggio 1824

Con un gesto di noncuranza, quasi di sgarbo, e dopo avergli fatto fare due volte il giro del colletto della camicia, si annodò il fazzoletto da collo, in seta bianca. Indossò la marsina nera, a lunghe code e con sei bottoni sul davanti, rivestiti di bianco, stando attento a far uscire completamente i polsini a rouches della candida camicia. Il suo cappotto era però un po’ più lungo di quanto la moda del tempo imponesse, arrivando quasi alle caviglie. Gli ultimi due accessori erano il cilindro calcato in testa a coprire quasi tutta la fronte, ma che lasciava ribelle ai lati l’imponente massa grigia di capelli, e il suo immancabile bastone da passeggio. Uscì di casa che era già tardo pomeriggio, la giornata era splendida. Un lieve e tiepido vento aveva allontanato le nubi dei giorni precedenti, relegandole alle cime delle vicine Alpi, che lì terminavano le loro propaggini.

Quella notte era finalmente riuscito a dormire, dopo aver trascorso le precedenti in uno stato di ansia manifesta. Ma ora il momento era giunto. La tempesta andava affrontata. Che si facesse avanti. Scese le scale, aprì il portone. Si fermò un attimo. Si voltò e fece qualche passo verso il piccolo sgabuzzino ricavato nel sottoscala. Lì stava un catino polveroso, di quelli usati per lavare i panni. Lo guardò. Sorrise. Tornò al portone e uscì. Il sole scaldò subito il suo viso. Inspirò ad occhi chiusi. La strada era silenziosa. Affollata come può esserlo una strada del centro storico di una grande città, ma stranamente silenziosa. Un leggero fremito lo scosse e un altro piccolo sorriso si fece largo sul volto rugoso, ma subito svanì e lui assunse  la sua tipica posa da burbero viandante: spalle curve, sguardo basso e braccia dietro la schiena, a stringere il bastone.

Aveva attraversato una Vienna caotica e rumorosa, invasa da carrozze, da gente nelle strade e nelle piazze del centro, risvegliate dall’arrivo della primavera, che movimentava gli animi e le conversazioni. Alcune di queste erano mirate proprio all’evento di quella sera, quando un loro illustre concittadino si sarebbe rimesso in gioco e avrebbe riportato la città al centro del mondo. In molti credevano che il mondo avrebbe riso di Vienna, viste le circostanze. Una grande preoccupazione tormentava quindi il maestro d’orchestra che, al passo di guerra, attendendo l’arrivo dei musicisti, percorreva avanti e indietro l’insolito palco: erano stati montati due podi, per ospitare due diversi direttori, ma uno di loro non doveva essere considerato.

Sarebbe andato tutto nel modo migliore? Le prove fatte erano sufficienti? Anche quelle fatte di nascosto da Lui? Avevano tutti compreso che non avrebbero dovuto badare al Maestro se non per gli attacchi e il tempo iniziale? Stava correndo il rischio di dirigere una buffonata? Avrebbero legato il suo nome e la sua carriera alla Sua definitiva fine?

In pochi minuti di camminata svelta e decisa, raggiunse l’ingresso di servizio del Teatro di Porta Carinzia.Per strada in molti lo guardarono, tutti lo riconobbero, in molti abbassarono lo sguardo, qualcuno si levò il cappello, altri sorrisero imbarazzati. Nessuno di loro turbò il suo mondo interiore. Che ridano pure. Conosceva i loro pensieri. Negli ultimi anni era diventato una sorta di zimbello decadente, sulle bocche di molti. Pettegolezzi, falsità. Gente che si scansava spaventata al suo passaggio. Così è l’animo dell’uomo. Ti accoglie in festa alle porte della città, per poi crocefiggerti fra grida e sputi. Fuori dal teatro stavano i cartelloni che da un mese informavano di quella serata. Li guardò per l’ultima volta prima di entrare. L’ennesimo sorriso quando lesse il suo nome. Che venissero tutti. Pochi minuti dopo iniziarono ad arrivare gli orchestrali. Un centinaio in tutto. Il suo pensiero tornò alla trattativa con il direttore del teatro, che intendeva procurargliene solo quarantadue. Ancora ricordò la propria reazione, il  pestare il piede a terra e il suo urlare le parole “Ignorante” e “Inaccettabile”. Chiamò egli stesso i cento musicisti. I migliori. Non pensò però al compenso che avrebbe dovuto pagare loro. Furono loro stessi a risolvere la situazione: nessuno volle un soldo. Dopo più di dieci anni di silenzio sinfonico, essere chiamati a suonare per il Maestro era l’onore più grande che potessero ricevere. Mentre arrivavano li abbracciò uno ad uno, ringraziandoli. Attese il momento del suo ingresso da solo, in una piccola stanza dietro il palco. Nella sua testa non si ripetevano le parti che avrebbe dovuto dirigere di lì a poco, ma si riproponeva l’attacco della sua Quinta. Il bussare implacabile del Destino alla porta della nostra vita. Che prima o poi picchia alla porta di tutti. Con il pensiero torna al catino che ha lasciato nel sottoscala, e ai giorni in cui lo riempiva di acqua, immergendovi la testa. Era l’unico modo per percepire l’effetto del suono, ormai per lui ricordo lontano. Sott’acqua urlava. Non sentiva la sua voce, ma ne percepiva la vibrazione nella gola e giù nei polmoni. Questo il suo fugace incontro con la Gioia, negli ultimi anni, in totale sordità. La gioia del percepire dove percezione più non c’è, dell’ottenere dopo aver perso tutto, della felicità dopo la miseria, del divenire ripartendo dalle macerie di se stessi. La Gioia di sentirsi di nuovo vivi. Dell’avere ancora una possibilità. La Gioia della propria presenza, della propria voce, anche se solo sott’acqua, dove il suono corre più veloce e pare amplificato, esteso. Nel buio di quella tinozza lercia venne alla luce la scintilla ispiratrice. Senza smettere di urlare, riemerse dall’acqua infrangendo il silenzio della mattina, bagnandolo con un arco liquido. La voce. Il coro di voce umana nell’opera più alta della sua vita. Come nessuno mai aveva fatto. Perché l’uomo che ha la gioia dentro, canta.

 Abbracciatevi, o Milioni! Questo bacio vada al mondo intero Fratelli, 

Vi inginocchiate, moltitudini?

Intuisci il tuo creatore, mondo?

 Era ora. Sapeva di non essere il solo direttore sul palco. L’aveva accettato. Le sue mani diedero l’attacco del Movimento Primo. E i suoi occhi si chiusero. Da quel momento rivide per intero la sua vita, le sue luci e i suoi accessi reconditi più bui, i lampi e i brividi. Deliri e sentimenti. Poesia e mutamento. Pausa e crescendo. Il Paradiso e l’Inferno che gli abitavano dentro. Tutto riversato nello spartito. Da dentro di lui verso il mondo intero in ascolto. Gli occhi chiusi e la sordità lo isolavano totalmente in se stesso. L’ampia gestualità delle mani era l’estensione del corpo, tozzo e massiccio, sormontato dalla grigia massa di capelli, tutto partecipe del movimento. Fremeva intenso nei momenti d’enfasi, la dura mascella contratta, la fronte solcata, e rallentava stanco sui passaggi deboli, le braccia calate, le dita ad accarezzare l’aria. E poi ancora cresceva, sorridente e perlato di sudore. Non stava dirigendo la sua sinfonia, ma la sua stessa vita, e nel modo in cui era vissuto: non come spettatore, non come protagonista di un copione scritto da altri. Ma dirigendola. Fra il pubblico si insinuò la consapevolezza di essere presenti ad un’ interpretazione che andava oltre lo spartito. Ma durante una pausa del Quarto movimento, poco prima del coro, nell’interludio, successe l’incredibile. Qualcuno lo scosse, toccandogli una spalla. Improvvisamente Beethoven spalancò gli occhi, di collera e allucinazione. Di fronte a lui stava il suo soprano, bellissima punta di diamante della sua orchestra, da sola, con le lacrime agli occhi. Lo stava invitando a girarsi verso il pubblico. Il Teatro era in piedi. Gli orchestrali non potevano continuare, coperti dagli applausi e dalle grida. Il Maestro rimase a bocca spalancata. Le signore sventolavano fazzoletti. I signori agitavano i cappelli. Si inchinò. Tre volte. Si godette quella muta visione. A fatica, poi, ridiede loro le spalle. Ora era il momento del coro. Ascolta, mondo. Il Maestro diede l’attacco ma non chiuse gli occhi. Il suo petto vibrava al suono delle voci, proprio come in acqua. Sentì. Sentì calde lacrime. Sentì la sua vita. Sentì la sua Gioia.