Giugno 1705, Lonato, nei pressi del Lago di Garda
 
Nei primi del ‘700 l’Italia del nord è teatro della guerra fra gli eserciti di Francia e Spagna da un lato, comandati dal Gen. Vendome, e l’Impero Germanico dall’altro, agli ordini di Eugenio di Savoia. Pur essendosi dichiarata neutrale, la Serenissima consente il passaggio delle truppe nel proprio territorio, armando e rinforzando come può le proprie fortezze. Nel 1705 entrambe le armate si attestano attorno a Lonato, che oppone una resistenza insormontabile, tanto che le  postazioni degli eserciti si mantengono al di fuori delle mura, ma si vendicano portando nel territorio circostante danni di ogni genere. Le scorte alimentari della città si stanno esaurendo. Il paese si prepara al peggio.
 
Castello di Drugolo, territorio di Lonato
 
– No e ancora no! – La mano del Conte Averoldi sbatté con inaudita violenza sul gigantesco tavolo in legno del salone delle riunioni. – Non abbandonerò mai il mio castello. Appartiene alla mia famiglia da centinaia di anni. Non lo lascerò in mano ad un manipolo di stranieri bastardi e devastatori. Il Conte, con il suo metro e cinquantadue di altezza e la sua esile figura, imperava in animosità sulla figura di fronte a lui, padre Raffaele, il grasso sacerdote della chiesetta gentilizia terminata da pochi anni, che sorgeva poco oltre le mura del castello. 
– Ma Conte, si hanno notizie di devastazioni nei terreni circostanti, di incendi, torture e uccisioni.
Il prete stava provando a tener testa alla foga del Conte, ma era compito arduo. Si era risvoltato i polsi e slacciato i primi bottoni dei trentatré che chiudevano l’abito talare, eliminando così l’effetto doppio-mento che generalmente affliggeva il suo collo taurino. Il suo viso era imperlato di sudore, le mani tremavano e i flaccidi avambracci pelosi erano appoggiati al tavolo. La sedia sulla quale era seduto gemeva, e inoltre, lui puzzava di sudore, tanta era la sua agitazione interiore in quel momento. – Le notizie da Lonato non mi riguardano. Non è affar mio se il Podestà e il Provveditore non si vogliono accordare con gli eserciti invasori. Che restino pure attaccati al loro scranno e chiusi nelle loro mura. Saranno la loro tomba. 
– Ma proprio la loro decisione di non aprire le porte agli invasori ha fatto sì che questi si accanissero sulle frazioni circostanti. – Quante delle frazioni della provincia hanno un castello come questo?  Che vengano pure. Non sono in grado di abbattere le mura di Lonato e non abbatteranno neanche le mie. 
– E se si accanissero sui terreni e sul bestiame? 
– Che ci provino. La Serenissima mi ripagherà di ogni capo abbattuto, quanto è vero che sono Conte. – L’Averoldi si picchiò l’esile torace, coperto da un gilet e da una camicia bianca.
Il prete giocò la carta dei sentimenti.
– Non credo che la Serenissima pensi molto ai suoi figli, di questi tempi; e lei, Conte, pensa alle sue, di figlie?
Averoldi bofonchiò. – Certo che ci penso. Prete, cosa credete? Elisabetta e Cristina sono sempre nei miei pensieri, come è ovvio che sia. E lo sono soprattutto dopo la morte della loro madre. – Il conte si accigliò per un istante, al ricordo della moglie, portata via dalla polmonite sette anni prima; padre Raffaele era arrivato da pochi mesi e ne aveva celebrato il funerale. Da quel momento era diventato una sorta di precettore delle due figlie del Conte, all’epoca ancora bambine. Aveva insegnato loro la lettura e la scrittura, oltre ai princìpi delle scienze e del latino.
– È davvero disposto, Conte, a mettere in pericolo la loro vita?
Questa frase arrivò dopo una pausa, breve ma studiata.
– All’interno del castello sono al sicuro – Averoldi abbassò il tono della voce e ne rallentò il ritmo – e ora andatevene. Ricordate che non tollererò più altri vostri deprecabili tentativi di convincermi ad abbandonare il mio castello facendo leva sui miei sentimenti nei confronti delle mie figlie.
Il Conte fulminò con lo sguardo il suo interlocutore e lo minacciò con un dito.
– Mi avete capito, Prete?
– Si, Conte. – E uscì dalla stanza, riabbottonandosi i polsini, a testa bassa.
Averoldi si avvicinò ad una finestra, guardò in basso, verso il cortile, poi si sedette alla sua poltrona, stringendosi le tempie con i polsi. Pochi istanti dopo l’intera sala rimbombò sotto il colpo di un pugno sul tavolo massiccio e di una cupa bestemmia sputata fra denti digrignati.
– Prete! Prete!
Il Conte squarciò il silenzio del castello richiamando il sacerdote che, anche se ormai a metà scalinata verso il piano terra, fece dietro-front e con tutta l’agilità concessagli dalla mole, rientrò nella sala delle riunioni.
Il Conte si era di nuovo alzato e di nuovo volgeva le spalle all’ingresso, girato verso la finestra.
– Prete, prendete un cavallo e nel pomeriggio recatevi a Lonato. Andate dal Podestà, dal Provveditore o da chi vi pare. Verificate lo stato della città e le loro intenzioni, portando il mio scontento.
Don Raffaele tremava così tanto che fu la pappagorgia a parlare per lui.
– Mma come? A L-Lonato? Ma è sotto assedio.
– Siete un prete. Non vi faranno niente.
– D-d’accordo conte, se così lei vuole.
Una mano del Conte si agitò leggermente significando congedo.
Due erano le porte che davano su quella stanza: una era quella per cui il prete era entrato e uscito, e dava sul corridoio principale; l’altra, piccola e quasi nascosta fra due grandi librerie, dava nelle stanze private del Conte. Ed è dietro a questa seconda porta che stavano Elisabetta e Cristina. Spesso origliavano da quella posizione. Le due gemelle quattordicenni, scalze per eliminare il rumore dei passi, si allontanarono svelte quando il prete se ne andò. Da un corridoio secondario, tornarono di corsa nella loro stanza, smuovendo l’aria con i lunghi capelli sciolti e gli abiti fruscianti. Leggere, fresche piume profumate, doni dell’alito della vita.
– Allora le voci sono vere, è tutto vero – bisbigliò Elisabetta, gettandosi sul suo soffice letto.
– Sembra proprio di sì. Hai visto com’era scosso padre Raffaele? Io non l’avevo mai visto così prima. Credo che sappia più di quello che ha detto.
– Lo credo anch’io. Ma a noi non racconterà mai la verità.
– Dobbiamo sapere quello che sta succedendo a Lonato. Parliamone con Maria e Sonia. Andiamo a dire loro di farsi trovare al cimitero, da nostra madre, nel primissimo pomeriggio, lì potremo parlare liberamente.
Trovarono le loro amiche nei pressi della dispensa. Stavano aiutando la madre nella pulizia del pavimento. Le gemelle le videro da lontano, chine sul pavimento con una spazzola, mentre lo ripulivano da alcune macchie di olio. Le quattro ragazze erano cresciute insieme, anche se la differenza di estrazione sociale aveva causato loro non poche difficoltà. Il loro alfabeto muto, evoluto negli anni e composto da gesti noti solo a loro quattro, gli aveva permesso di comunicare senza essere intercettate da altri. Maria e Sonia erano le figlie della famiglia di fiducia del Conte: i loro genitori prestavano servizio al castello di Drugolo da oltre venticinque anni, e si erano ampiamente meritati la totale fiducia del Conte e della sua famiglia. La loro madre era appunto la responsabile della dispensa, mentre al padre spettava il compito di gestire tutti gli allevamenti di bestiame. Drugolo, con le sue centinaia di ettari, le sue cinquanta famiglie di lavoratori e le ricercate tipologie di bovini (in prevalenza chianine), era una delle più estese realtà agricole di tutto il territorio della Serenissima.  
L’incontro segreto portò le ragazze ad una decisione.     
 
Mura esterne, Lonato
 
Il paese stava subendo il ribaltamento del divide et impera romano.
Al di fuori della mura stavano due opposte falangi, unite dal comune obiettivo di abbatterle,  spartirsi le stesse fortune di guerra, e poi riprendere la battaglia.
Trovarono però una popolazione agguerrita, florida e benestante, finalmente uscita da un lungo periodo di carestia dovuto alla peste del 1630, e pronta a tutto pur di difendere i propri averi.
L’esercito franco-spagnolo posizionò sedici cannoni sul lato settentrionale e lo stesso fece quello Imperiale tedesco-piemontese, su un fronte laterale.
Lonato possedeva solo dodici cannoni. Il Provveditore Contarini ordinò a tutti i cittadini di portare in piazza ogni oggetto di ferro che potesse essere fuso. Le fucine lavorarono per mesi sia di giorno che di notte; le mura vennero rinforzate sia dai capomastri che da magutti improvvisati, bambini compresi. Lonato riuscì a produrre cannoni sufficienti alla resistenza, e le sue mura ressero.
Don Raffaele doveva prendere un cavallo? Non sarebbe neanche riuscito a montargli in groppa.
E poi i viaggi, seppur brevi, gli mettevano sempre fame; qual miglior cosa gustarsi un panino con salsiccia fresca, accompagnato dal rosso delle loro cantine, comodamente seduto,  per stemperare la tensione di avvicinarsi ad una città assediata.
La carrozza procedeva scortata da quattro cavalieri francesi sghignazzanti.
All’interno stava un  padre Raffaele incredulo, che venne portato proprio davanti al Generale Vendome, attonito. Forte era il contrasto fra il legno bianco del veicolo, e lo sporco fango incrostato del campo di battaglia, che stava insozzando le eleganti ruote.
In una città assediata, si permetteva l’ingresso solo a povere famiglie contadine alle quali tutto era già stato rubato: avrebbero accelerato l’estinguersi delle scorte alimentari. I religiosi che si presentavano da soli, godevano di un tacito lasciapassare, dovuto al loro mestiere e al fatto che, generalmente, erano poveri, ma se si presentavano in una elegante carrozza con un tiro di quattro cavalli e con cocchiere, il tacito lasciapassare perdeva ogni valore.
– Ma molto bene, molto bene davvero. – Esordì il generale in un perfetto italiano. I lunghi boccoli rossi scintillanti al sole, in sella al suo stallone bianco. – Ma bravi i miei ragazzi. – E applaudì ai quattro suoi sottoposti, con tanto di enfatico inchino.
– E questo bel carrozzone da dove arriva?
– Possedimenti Drugolo, generale.
– Ah, il Castello! Bene, vi siete finalmente decisi a uscire.
Erano ben informati. Raffaele deglutì una saliva inesistente, mentre Vendome scendeva elegantemente a terra, avvicinandosi.
– Santità, posso chiamarla così vero? Senza offesa, è solo che una carrozza così era da parecchio che non la si vedeva su un campo di battaglia. Santità, dicevo, non vorrei mai farla arrivare in ritardo al suo appuntamento, prosegua pure a Lonato a piedi. Pensiamo noi a questa.
La sua mano guantata diede amichevoli colpetti al legno della cabina.
I quattro cavalieri, che comprendevano bene la lingua, esplosero a ridere e si avvicinarono al cocchiere e ai cavalli, ammirandoli.
Don Raffaele non disse nulla. Scese tremando e si incamminò verso la Porta, a poche centinaia di metri. I soldati lo guardarono, accompagnandolo con occhi colmi di disprezzo. Vendome si affacciò alla porta della carrozza, lasciata aperta. Fu subito incuriosito dalle rifiniture signorili, dal velluto presente sia sul pavimento che sulle sedute, ma soprattutto da uno strano odore, anzi un profumo. Di donna. 
Con la punta della spada il generale sollevò la seduta di velluto della cassapanca, solitamente usata per il bagaglio di poco ingombro, ma che stavolta celava Cristina.
Elisabetta, nascosta sotto l’altra seduta, si immobilizzò, e senza accorgersene, trattenne il respiro.
Il Generale svelò così il piano escogitato dalle ragazzine.
Lo stupore provato da Vendome non gli fece verificare l’altro sedile, ma non gli impedì di sorridere:
– Bonjour Mademoiselle. Mais quelle journée!
E strattonò brutalmente Cristina fuori dalla carrozza.
Il cocchiere venne legato e imbavagliato.
Elisabetta, sollevando appena la seduta, vide tutto. Sua sorella venne ferocemente picchiata e altrettanto ferocemente violentata ripetute volte dai soldati di Vendome, lì in mezzo al campo, fra il fango e i rami secchi. Il generale stesso, dopo averla obbligata a inginocchiarsi con la testa poggiata su un ceppo, la decapitò con un unico colpo spada. Un sibilo. La sua anima spiccò dal corpo, lieve, in un vento in attesa di posarsi.
La testa cadde sullo stesso suolo dal quale traggono nutrimento le radici del nostro presente. Il terreno sul quale camminiamo è intriso del sangue di innocenti, scomparsi nel silenzio.
 
Quella mattina, sul vicino lago di Garda, un giovane e quindi grigio inesperto cigno, fece un maldestro movimento d’ali, e una piuma si staccò dal suo corpo.
Il vento tiepido la carezzò gentilmente, come solo il vento del lago sa fare, sostenendola in un lento risalire, per poi sospingerla per qualche minuto verso ovest, dove il sole stancamente chiude il suo cerchio, ogni sera. La piuma sorvolò basse colline, campi verdi d’erba e gialli di grano, per arrivare infine a rallentare su una spianata grigio cenere, dove regnava aria gelida, lontana dalla bellezza della vita, vicina alla voragine della morte. La piuma vide freddi cannoni puntati verso mura massicce, e ne vide altri in risposta, udì le urla dopo le amputazioni della lama. Udì lo spirare ultimo di molti. I comandi urlati in lingue diverse, ma non erano voci della natura, erano voci di uomini suoi estranei. La giovane piuma si posò vicino ad una giovane vita, da poco cessata, come il vento che l’aveva sospinta. E lì morì il suo viaggio.
Passata circa un’ora, il prete tornò alla carrozza. Il suo colloquio non si svolse. Nessuna autorità ebbe tempo per riceverlo. Fu lo stesso Vendome ad avvicinarlo; il generale gli pose un sacco, invitandolo ad aprirlo con un largo e amichevole sorriso, mentre beveva il vino rosso dalla fiaschetta lasciata sulla carrozza:
– Nel mio paese questo si chiama passe-partout.
Nel vedere il contenuto del sacco, le gambe del prete iniziarono a cedere, preannunciando una sua perdita di sensi, anticipata però da Vendome con un potente colpo di piatto di spada, alla nuca.
Don Raffaele fu buttato nella carrozza insieme al sacco.
Vendome urlò al cocchiere, appena liberato: – Saremo al vostro castello domani all’alba.
E subito colpi di frusta si abbatterono sui cavalli per mano dei soldati.
Durante il tragitto che riportava la carrozza al castello di Drugolo, le urla di Elisabetta, uscita dal suo nascondiglio, fecero riprendere i sensi al prete. Arrivarono accolti da un gran fermento: il Conte, non trovando più le sue figlie, aveva dato ordine di cercarle in ogni angolo.
Fu proprio lui, nel piazzale principale, ad accogliere il macabro rientro. Nuvole nere e vento secco arrivavano da nord, colorando l’aria di grigio e caricandola di elettricità, segni di pioggia certa.
Elisabetta fu accompagnata nella sua stanza, venne aiutata a cambiarsi, ad indossare la candida vestaglia da notte, che affiancata al suo pallore, la rendeva ancora più bianca, privandola di quell’aura di vita che fino a poche ore prima la legava alla gemella. Il cerchio era spezzato, l’aura interrotta, la vita di Elisabetta calpestata, quella di Cristina strappata.
Due donne anziane e il Conte erano nella stanza con lei, ma lei non parlava. Sei occhi la fissavano intensamente, per cercare qualcosa, ma Elisabetta aveva affondato il viso nelle ginocchia, strette all’esile corpo, squassato da brividi, avvolto in una coperta.
– Maria e Sonia. 
Il Conte si avvicinò per udire meglio il bisbiglio della figlia.
– Padre, voglio parlare con Maria e Sonia, fatemele vedere. 
– Voi! – Girandosi verso le donne – Andate subito a chiamare le ragazze!
Maria e Sonia arrivarono dopo pochi minuti, in lacrime e con i vestiti bagnati. Aveva iniziato a piovere.
– Padre, lasciateci sole, vi prego.
Il Conte voleva protestare, voleva sapere, voleva urlare, voleva sua moglie, voleva Cristina, ma uscì dalla stanza a capo chino.
Elisabetta raccontò loro tutto ciò che vide dallo spiraglio nella cassapanca. Non incontrò mai il loro sguardo, non alzò mai la faccia dalle ginocchia.
E loro non guardarono mai lei. Fissarono sempre il pavimento di legno, che emetteva piccoli scricchiolii solo quando spostavano il peso da una gamba all’altra.
Quando Elisabetta tornò al silenzio, nessuna di loro parlò per almeno mezz’ora. Fuori la pioggia era diventata temporale. Il giorno era diventato sera, anticipata dalle nere nubi e illuminata dai bianchi lampi. La tragedia colpì il fiore femmineo che era in ognuna di loro, calpestandolo con il ruvido tacco della violenza. E all’alba sarebbero arrivati i soldati.
Finalmente tutte e tre si guardarono e il silenzio fra loro continuò.
– Abbiamo poche ore. – Mormorò Sonia. La sua voce di quindicenne uscì tenue ma solenne, bisbigliata e monocorde, ed ebbe uno strano effetto ipnotico su Elisabetta e Maria.
Negli attimi successivi decisero i loro destini.
Istinti contrastanti aggrovigliati al tronco della loro leggera vita, che aveva radici ancora poco attecchite, strinsero in una morsa dalla quale non potevano liberarsi.
In pochi conoscevano il castello come loro. Tutti i suoi segreti, i suoi pertugi. In breve si trovarono nelle cucine, vuote a quell’ora. Da lì una porta conduceva ad un’aia, dove un’altra piccola quanto massiccia porta in ferro, apribile solo dall’interno, dava direttamente all’esterno del castello. Fuori era il buio. Fuori era il torrente di pioggia, e fuori era il vento. Lampi  squarciavano di luce il nero, mostrando un sentiero fra la strada principale e una secondaria, che attraverso campi e macchie d’alberi portava al cimitero e alla sua piccola chiesetta votiva. Non si erano mai avventurate da sole fuori dalle mura a quell’ora. Di giorno conoscevano a memoria ogni pietra, ogni ciuffo d’erba e ogni pianta di quel sentiero, ma al buio era tutto diverso. I lampi intermittenti, l’acqua e il vento che portava il freddo sotto i vestiti già fradici, alimentavano una sola cosa: la paura. Quella che si prova nel buio, da soli, all’aperto, consapevoli di essere prede e non predatori. Loro avevano addirittura un intero esercito alle spalle, in avvicinamento.
I lampi mostravano i tronchi degli alberi neri, oblunghi demoni spettatori della loro fuga, nutriti dalla loro paura, avidi anfitrioni del proprio regno senza ritorno. Sassi affioravano dal terreno ed erano bianche mani scheletriche, protese ad afferrare i loro piedi nudi, per attirarle nel loro buio ipogeo senza ritorno.
Arrivarono al vecchio cimitero.
Se possibile, in quel momento la pioggia aumentò ancora, e lo stesso fece il vento.
– Forza, aiutatemi con la pietra. – Sonia dovette urlare con tutto il fiato per farsi sentire dalle altre ragazze, a pochi metri da lei. Sommando i loro tre sforzi, riuscirono a smuovere il pesante coperchio di pietra che nascondeva una profonda buca colma per buona parte di frantumi di calce viva, utile per una gran quantità di scopi, in una tenuta agricola. Ma quella notte, alle tre giovani, importava di una sola delle proprietà della calce. A contatto con l’acqua la calce viva bolle ed evaporando sprigiona un immenso calore. Istantaneamente. Sciogliendo tutto ciò con cui viene a contatto. Maria e Sonia soprattutto, lo avevano visto parecchie volte, insieme al loro padre, che le aveva sempre redarguite sulla pericolosità della reazione.
Due nuovi rumori si aggiunsero a quelli della natura scatenata. L’ansimare di paura di tre ragazze terrorizzate che si tengono per mano davanti al nero e ignoto destino, e il soffio vivo e pulsante  esalato dal vapore bollente della bianca calce, divenuta densa poltiglia di morte.
Le loro lacrime invece non fecero rumore, e la loro calda liquidità fu l’ultimo assaggio del frutto  dell’albero vita, prima di cadere.
Le turpi intenzioni e le brutalità dell’uomo portano al rivoltarsi della Natura contro sé stessa.
Tre candidi fiori si strapparono dal terreno per loro stessa mano.
Tre bianche piume, quella notte, a temporale finito, quando solo un po’ di vento permane, si levarono da tre cigni adulti, da poco addormentati in un anfratto sulla riva del lago. Erano bianchissime e lucenti. L’acqua non le bagnava, così come non bagna i cigni maturi; le sue gocce si limitavano a scorrervi leggere in superficie.
Il vento le spinse per un po’ verso l’alto, poi verso ovest, dove anche il sole muore.
Giunsero nei pressi di una buca nel terreno, bianca e da poco immobile, spenta, appagata dal pasto.
Lì si posarono.