Autunno, era il 1986.
Mi ero iscritta in un circolo sportivo all’EUR collocato in un villino. Gli ambienti erano stati riadattati allo scopo, eppure potevi riconoscerne in alcune parti  la destinazione originaria; la palestra principale, ad esempio, doveva essere stata il salotto: aveva una curiosa forma ottagonale, si affacciava sul giardino con grandi vetrate intercalate da infissi in legno. Mi piaceva andarci, mi sentivo a casa.
Fu lì che vidi per la prima volta Abdon Pamich: alto, asciutto, un po’ stempiato, le braccia conserte, impartiva seriosamente gli esercizi da fare. Non sapevo fosse lui, se devo essere proprio sincera non sapevo neanche chi fosse: mi colpì solo perchè somigliava molto al mio burbero istruttore di ginnastica di uno dei miei mondi passati. Così, come un imprinting, fu giocoforza iniziare a seguire anche lui nonostante il mio interesse fosse solo per la danza.
Le sue lezioni erano rassicuranti come il brodino caldo che mia nonna preparava ogni sera: gli esercizi quelli erano, senza sgarro. Nessuna scenografia, nessun effetto speciale, niente musica: il silenzio era rotto solo dal borbottio di Pamich e dal patapam degli arti sbattuti sul pavimento nelle varie posizioni per terra.   Eppure, come il brodino, quei momenti ricaricavano e davano energia, arricchivano la testa e il cuore. Questo è quello che spesso succede con gli uomini di poche parole e grande intensità, di cui ti porti dietro l’aura anche e specie quando non ci sono.
Mi accorsi di non essere l’unica a subire il suo fascino, era questo il  motivo di aggregazione tra quelli del “ci vediamo da Pamich alle sette”.
Non ricordo molti sorrisi in posizione eretta e ferma, era serio e posato, ma soprattuto era timido. La gestualità era pressochè assente, contenuta in quelle braccia conserte, mani sotto le ascelle; le gambe parlavano per lui, le vedevi fremere, esprimere energia. Solo quando correva cambiava espressione, le rughe si spianavano, gli occhi guardavano lontano, a controllare le condizioni del tempo e del terreno. E solo allora parlava, parlava molto e di tutto.
Non avevo mai corso. Mi invitò ad unirmi al suo gruppo di fedeli podisti come se fosse la cosa più naturale del mondo: eppure per me niente era così meno naturale che correre, animale in cattività quale ero, abituata a svolgere esercizi in luoghi chiusi e ammortizzati dal parquet: sento ancora l’aria che bruciava i polmoni, le gambe contrarsi, l’asfalto rimbombare su piedi e ginocchia.
Lui c’era sempre: di fianco o avanti al gruppo, riusciva con la coda dell’occhio ad individuare difficoltà e difetti, correggeva e dava consigli con la pacatezza dei capi. Lui c’era anche quando mancava, sostituito dall’esortazione della squadra che oramai viveva in simbiosi con lui.
Correre per me non fu mai, non lo è tutt’ora, la cosa più naturale del mondo, ma divenne comunque una droga: uscivo tutti i giorni, aumentando l’impegno man mano. Anche il 15 agosto in una Roma deserta io c’ero, su quelle strade che portavano al laghetto e poi ai saliscendi circostanti: ricordo ogni infida radice di quei pini che smuovevano l’asfalto e interrompevano il passo.
Dopo qualche mese,  mi convinse a partecipare anche alla maratona di Roma: “Vieni”, mi disse, e fu tutto. Perchè mi aveva anche sorriso. E quell giorno non mi abbandonò mai, mi stava sempre a fianco perchè ero l’ultima arrivata, la più debole. Credeva in me, e questo bastava.
Ho imparato a correre con gli altri, ho ripreso dopo anni ricominciando da sola, quando avevo bisogno di sciogliere i nodi dell’anima e la ciccia in eccesso. Le persone che mi sono più care corrono, correndo ci siamo conosciute, misurate, apprezzate: forse tutti i dialoghi più importanti per me si sono svolti mentre correvo, tante emozioni si sono manifestate o acquietate col vento mosso dai passi veloci. Ogni volta che le mie scarpe affrontano il terreno, Abdon è con me, non potrebbe non essere così. E lo ringrazio. Dovunque egli sia, spero stia bene.