Nel camerino i suoni giungevano attutiti.
Si sentiva il tumultuoso fremito del pubblico, riunito per il loro ultimo concerto. Era stato stabilito da tempo: ci sarebbe stato un ultimo concerto; trentacinque anni di rock erano stati sufficienti.
Il batterista era seduto su una panca, ingobbito e immerso negli esercizi utili a riscaldare i polsi. Il suo corpo alle porte dei sessant’anni aveva perso in scioltezza, e aveva iniziato un lento ma inesorabile declino. Se gli esercizi di riscaldamento erano rimasti immutati negli anni, lo stesso non poteva dirsi per le sue mani, ora solcate da rughe, tozze, i calli sulle falangi. Ma nella loro agilità contrastavano la decadenza del fisico; danzavano ancora veloci, infatti, mentre impugnavano la coppia di legni affusolati. Negli anni passati doveva usare le protezioni: appositi elastici che fasciavano le dita maggiormente sollecitate dall’attrito con le bacchette, per evitare che dopo pochi minuti iniziassero a formarsi vesciche. Ora non servivano più. La pelle era spessa abbastanza. Cuoio vissuto. Anche le stesse bacchette, nel tempo avevano seguito un loro ciclo evolutivo. Aveva iniziato con quelle anonime, che costavano poco, ma che si scheggiavano e rovinavano i piatti. Poi arrivarono i primi soldi, un maggior numero di date e, per lui che se ne stava là dietro, seduto seminascosto fra aste, piatti e tamburi, l’unico metodo per farsi notare, oltre a picchiare forte, era curare i dettagli quali il colore della batteria, il disegno sulla pelle della grancassa e, assolutamente, la scelta delle bacchette. Vero e proprio feticcio per i batteristi, da sempre ne rappresentano la personalità, sia dallo stile di impugnatura, sia da come vengono fatte girare, in quei pretenziosi esercizi di rotazione fra le falangi, che per essere eseguiti con padronanza, necessitano di moltissime ore di tempo. Negli anni ottanta le usava a punta fosforescente; aprivano i concerti suonando la prima canzone al buio, e vedere solo le bacchette che disegnavano il tempo e il ritmo era un piccolo spettacolo nello spettacolo. Ultimamente però aveva abbandonato tali velleità ed era tornato ai vecchi legni, impareggiabili nella loro affidabilità. Anche gli altri strumenti, nel corso del tempo, avevano subìto cambiamenti. Gli amplificatori inizialmente erano a valvole, e una volta accesi, non si potevano suonare subito, ma bisognava aspettare che entrassero in temperatura. Ora i cavi erano scomparsi. Tutto viaggiava wireless. Piccole antenne partivano dai loro strumenti, e gli auricolari avevano sostituito i monitor-spia. Gli effetti di luce sul palco ora erano spettacolo vero e proprio, anche se nessuno di loro quattro voleva che distraessero il pubblico dalla loro musica. Che inevitabilmente era anch’essa evoluta. All’inizio suonavano solo pezzi di altri, poi con il passare del tempo, aggiunsero alcuni dei loro brani, e successivamente rovesciarono i ruoli, facendo entrare in scaletta non più di due o tre cover per data.
Quella sera le cover sarebbero state: Like a rolling stone, con la quale avrebbero aperto, non nella versione originale di Dylan, ma con quella degli Stones, e Another brick in the wall pt. I e II, in una versione maggiormente distorta rispetto all’originale. Avrebbero chiuso con Whole lotta love e la sua risata iniziale, schiaffo morale a chi non sa scrivere canzoni così, con la Les Paul pronta ad eseguire il miglior riff della storia del rock, denso e pulsante, amalgama di sesso che diviene rumore, calata dall’alto del palco, fra un trionfo di fumi, luci e scoppi. Questo numero, nel corso degli anni, aveva procurato dei felicissimi dopo-concerto al chitarrista. Sono infatti incredibili le reazioni che delle ragazze possono avere, se raggiungono i camerini dei musicisti; soprattutto se accompagnate da Maria e Alcol, le guardie del corpo.
Arrivò il triplo colpo di nocche alla porta da parte del loro manager, segnale dei 5 minuti all’inizio. All’inizio della fine.
Ora come allora, la tensione prima di salire sul palco si manifestava con gli stessi sintomi: stomaco chiuso, vista annebbiata, nervosismo. Valeva anche in quel giorno d’addio. Avevano suonato davanti a centinaia di migliaia di persone, in festival, in stadi, in teatri di tutto il mondo, ma la tensione del prima li accomunava a pivelli diciottenni che al debutto se la facevano addosso. Perché è così che funziona. Anche per i più grandi. Gli idoli rock sono nudi, dietro il palco (in molti sensi). Nudi e vulnerabili.
Durante il riscaldamento in camerino, al batterista tornava sempre in mente il suo defunto padre e il suo tipico rimprovero, tuonato immancabilmente sulla porta di casa, mentre lui se ne stava per andare a suonare in qualche locale: – Non bere roba arzente! – Suo padre. Classe 1919, originario di Salò. Ferdinando, ma per tutti era Fez. Vecchio, indomito fascista. Vissuto nel nome e nell’onore del fascio littorio. Croce di guerra per il merito di aver conquistato, insieme al suo battaglione, nel 1940, un villaggio egizio durante la campagna del Nord Africa.

“Con totale disprezzo del pericolo, guidati dall’assoluta obbedienza al Regio Esercito, e dalle eccelse pratiche di combattimento militaresche, i nostri eroi, sotto una fitta moltitudine di proiettili nemici, conquistarono, dopo aver decimato e sfiancato l’avversario egizio, l’importante città di Sidi El Barrani, piantando l’italico Tricolore nel suolo nemico, a perenne monito di supremazia.”

Così recitava la targa appesa alla parete all’ingresso di casa, nella sua cornice nera, spolverata per cinquant’anni da sua madre, muta nella sua indifferenza.
Ma l’apice il Fez lo raggiunse nell’aprile 1942, quando entrò nel Decimo Reggimento Arditi d’Italia, riesumato dalla Grande Guerra, di Dannunziana memoria. Per un militare salodiano era la massima investitura che la vita potesse offrire. Dalla fine della guerra e fino a poco prima di morire, ogni dannato sabato si presentava al bar, o meglio alla Mescita, dai suoi degni camerati vestendo pantaloni di orbace su camicia nera, ed entrava preceduto dalla mano destra alzata, al saluto di Ejà Ejà Alalà o, in alternativa, Memento Audere Semper! Per tutti era, appunto, il Fez, o meglio El fess, in dialetto bresciano. A suo figlio piaceva il significato dialettale di “el fess”. Il fesso. Negli anni settanta, suo padre scoprì, dopo un’azione di pedinamento, che il figlio suonava anche nei Centri Sociali, e tornato a casa svenne. Al rientro del figlio si riebbe, si levò la cintura dai calzoni, lo cinghiò ripetute volte, poi perse nuovamente i sensi. Non uscì di casa per una settimana, e quel sabato non si presentò alla mescita.
Morì molti anni dopo, in piena demenza senile, ma con la ferma e imperativa convinzione che Mussolini e Hitler fossero scampati alla guerra, e si trovassero in America latina.
Inutile dire che sin da ragazzino non vedeva l’ora di scappare da quella caserma in miniatura, lasciandosi alle spalle quel povero vecchio, per colpa del quale girava in paese a testa bassa. Lui che alle elezioni, di comune accordo con gli altri membri del gruppo, scriveva sulla scheda elettorale “Abbasso il fascio. W la fica!”.
La musica fu il suo biglietto di sola andata. Destinazione: la più lontana possibile.
Loro quattro non erano arrivati nell’olimpo dei grandi, ma si erano fermati a metà strada, infinitamente grati alla coppia delle divinità bendate, Fortuna e Giustizia, che avevano reso loro più di quanto avessero mai potuto chiedere, consapevoli com’erano dei loro mezzi. Nessuno di loro infatti aveva mai studiato seriamente il pentagramma. Autodidatti, sempre a orecchio, in sala prove come nella vita. Si paragonavano ai giocatori di biliardo all’italiana che usavano i diamanti (i riferimenti disegnati sui bordi del tavolo) per appoggiare le birre e non per prendere le misure degli angoli di uscita della palla, come insegnano i manuali. Ma colpivano ugualmente il castello di birilli.
La decisione di sciogliersi come gruppo si respirava già da tempo. Il figlio del bassista aveva grossi problemi di alcol, la moglie del cantante era malata da tempo, e in generale ognuno di loro aveva capito, con le cattive maniere che solo la vita sa usare, che niente dura per sempre. Meglio fermarsi, prima di diventare patetiche copie rugose di loro stessi.
E ora? Cosa avrebbe fatto dal giorno successivo?
Avrebbe trovato nuovi stimoli o sarebbe decaduto come molti altri? Gli restava la famiglia. O almeno così credeva. I figli non avevano seguito le sue orme, grazie a Dio. La moglie, la sua terza, lo aveva sempre aspettato. Forse era giunto il momento di dedicarsi a lei. Ne sarebbe stato capace? In quel momento la vita gli stava dando l’ennesima lezione. Dubbi e paure ci accompagnano sempre. Avrebbe continuato a vivere a orecchio, alla giornata. Accettando tutto ciò che d’ora in poi gli sarebbe accaduto. Non aveva rimorsi. Non aveva rimpianti. Poteva finalmente, dal giorno successivo, inspirare una nuova aria, che gli avrebbe lasciato il profumo della pace. Così sperava.
Si alzò e si avvicinò a Max, il chitarrista, che gli voltava le spalle, curvo a regolare un effetto sul piccolo amplificatore Marshall, le sue dita grinzose, coperte da anelli, i suoi polsi vestiti da decine di braccialetti, una gamba piegata ad angolo, con il piede sulla panca.
Il gruppo l’avevano fondato loro due negli anni settanta. Non si dissero niente. Max alzò solo un poco lo sguardo, giusto il tempo di farsi leggere negli occhi una sensazione di divertita rassegnazione; poi tornò al suo ampli e alla sua Gibson Les Paul, la leggendaria; annuì al vuoto e sorridendo, mise in mostra le sue due profonde rughe ai lati della bocca, molto simili a quelle di Keith Richards, da sempre il suo idolo.
Il bassista era in piedi e si stava cambiando. Lui, la marlboro accesa e il suo inseparabile giubbetto di pelle chiara. Si vantava di trombarci pure, con indosso quel giubbino. Considerando che lo aveva comprato in un negozio di abbigliamento usato a Boston nel ’79, se era vero che ci trombava, allora quel giubbino ne doveva aver viste più di un ginecologo in pensione. Nei suoi occhi erano ben visibili più livelli di tristezza: il più superficiale legato all’immediato scioglimento del gruppo, il più incastonato nell’iride invece, brillava spento nell’assenza del suo unico figlio, chiuso in clinica.
In quel momento, dal cesso uscì il cantante, accompagnato dalla sua asta per il microfono. Abbellita e addobbata di lacci, foulard colorati, anelli in metallo e, ovviamente, dal microfono. Se la portava da casa, così come la voce. Sembrava il più sereno, il più concentrato; aveva finito il riscaldamento del suo strumento, le corde vocali, un incrocio fra il registro basso e bianco di Johnny Cash e il graffio nero di J. Lee Hooker. In chi lo ascoltava, lui arrivava. Era l’anima del loro successo, come lo è sempre una voce riconoscibile al primo attacco.
Ora erano in piedi. Seri all’appuntamento con il destino. Insieme avevano quasi 250 anni. Molti dei quali trascorsi in bilico sulla vita, toccandone l’affilatura che può avere e le ferite che può infliggere. Oltre, il respiro non arrivava. Uno sguardo. Il silenzio. Il batterista aprì la porta e si avviarono in fila indiana lungo il corridoio. Un tunnel buio. Fumo. Echi. Una luce in fondo. I gradini. Il crescendo del boato. I loro gesti meccanici mentre prendevano posto. L’incantesimo. Per chi suona questi sono i momenti più elettrizzanti della vita. Quando la musica sta per iniziare. L’attimo prima. Gli istanti che precedono il fare l’amore con la tua donna. Il silenzio prima dell’alba. Lo spazio vuoto e buio dove forma e sostanza si incontrano per generare una nuova vita. Il rumore dei quattro colpi delle bacchette che creano il Tempo…