Piaceri di cui godere di nascosto: la Nutella, il cibo, la musica, la lettura.
Ho parcheggiato sul Lungotevere. Il sole sta tramontando, le nuvole si specchiano sull’acqua mischiandosi ai riflessi degli alberi. Due barboni sono accasciati per terra, mettono le mani dentro un cartoccio, mangiano con sistematica lentezza.
Per mangiare la cioccolata o il cibo “proibito” davanti agli altri bisogna proprio non poterne fare a meno. Anche se cerchi di non darlo troppo a vedere, con gesti minimi e aria disinvolta, arriva, arriva sempre lo sguardo in tralice indirizzato verso il “peccato”: cibo macchiato dalla colpa, di questo si tratta.
Da sola posso perdere il controllo, affogare il cucchiaio dentro il barattolo di cioccolata o azzannare una morbida mozzarella grondante siero. Poi penserò: mai più, mai più! Ma solo “poi”.
Il fiume delle macchine avanza con i suoi miasmi ma se guardo alla mia destra, oltre il parapetto, tutto è silenzioso e quasi immobile, non fosse per qualche gabbiano che volteggia pigramente. Mi sono fermata per mettermi gli auricolari e attivare la riproduzione musicale, poi riprendo a camminare. Le foglie abbandonate per terra attutiscono e rallentano il passo.
La musica non è un piacere che riesco a condividere con altri: non so parlare di musica. La posso mimare, ballare, simularne l’orchestrazione davanti ad una libreria: a destra i fiati, a sinistra gli archi. Spesso riconosco i brani dopo pochi secondi, a prescindere dai generi: rock, jazz, classica, blues.. Riemergono da una memoria che ha inconsapevolmente catalogato infinite armonie, come se ci fosse una comune matrice da cui derivano e si sviluppano le note. Non ne posso parlare, di musica, perché non ricordo nulla: titoli, autori, esecutori, gruppi. Esistono e il momento dopo non esistono più, bruciati, volatilizzati. Pfuf!.
Adesso sono solo macchine e rumore. Devo attraversare.Mi guardo intorno, alzo gli occhi al cielo: nugoli di storni ondeggiano, si dilatano e disseminano per poi di nuovo concentrarsi: creano eliche, sfere, spirali.
Le righe dei libri si succedono l’una all’altra in maniera costante, sono parallele tra loro, immobili non fosse che per l’occhio che le scorre. Non fatevi ingannare, questo è uno stereotipo: le righe si muovono. Le parole si dilatano.
Si alzano in volo, provi ad acciuffarne la forma ma appena l’occhio ci si posa sopra ecco che sfuggono incontrollate, si espandono nel loro vorticare. Le righe si scambiano parole, le parole le lettere che giocano a nascondino con i punti e le virgole e vincono sempre loro perché sono di più.
So che non devo piangere: le lacrime confondono di più la situazione. Devo fermarmi e respirare, concentrarmi sul tam-tam del cuore che batte forte forte, farlo quietare, guardare altrove, intanto. Passato un minuto o due, lo sguardo può posarsi nuovamente sulle parole: sono tornate al loro posto.
Non devo leggere ad alta voce. Vi prego, non fatemi più leggere ad alta voce.
Non fatemi suonare : anche le note, subdole, sullo spartito, intercalate da un diesis, da un bemolle. Le note sfuggono. Cambiano posizione. C’erano. Non ci son più.
Non chiedetemi quanto fa quello per quell’altro, x più ipsilon, non fatemi sottrarre velocemente, non datemi sistemi di calcolo rapido. Non costringetemi a tenere le mani in tasca per contare: il risultato sarà forse giusto, forse sbagliato.
E’ sera quando torno sui miei passi. Il marciapiede è buio, le luci delle macchine producono una misteriosa danza, sembrano vibrare verso una festa, un appuntamento galante, scorrono oltre. Sono passati anche gli storni, hanno bombardato la mia auto con chiazze bianche e marroni.
La prossima volta ci mando qualcuno che mi sta antipatico a parcheggiare sul Lungotevere, magari uno di quelli che mi fa fare i conti ad alta voce. O che li sa fare molto bene.