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In linea di principio l’impossibile non accade. Non può accadere. Mai.Alberto Savinio - La volute
Se un avvenimento ha luogo è perché sussistono valide ragioni affinché si manifesti. Non importa che queste ragioni siano di natura tecnica, scientifica, economica, politica o finanche religiosa. Ciò che importa è che la ragione si acquieti nella convinzione che ci sia una risposta a tutto.
La pensavo così anch’io. Anch’io ero convinto, come molti, che l’impossibile corrispondesse al valore zero nella scala delle probabilità, che fosse l’opzione che non si dà, il caso precluso.
E invece, a quanto pare, le cose non stanno in questi termini. La realtà è più complessa e sfugge costantemente alle briglie del nostro ragionare. Ora ne sono consapevole.
Sono giunto a queste conclusioni in seguito ad alcuni fatti strani che mi sono capitati e sui quali per ora sospendo il giudizio. Ho dovuto rivedere tutte le mie certezze e ciò non è stato facile né immediato.
Le cose che sto per raccontarvi chiamatele, se volete, coincidenze, casualità, circostanze fortuite. Da parte mia sono ormai convinto che sia un errore cercare di dare una veste razionale a tutto ciò che ci capita. L’universo dell’impossibile è esteso almeno quanto quello del possibile; però a noi mortali non sono stati dati strumenti atti a comprenderne le manifestazioni.

I fatti a cui mi riferisco ebbero inizio alcuni mesi fa, quando, durante una delle solite passeggiate domenicali, mi spinsi oltre la statale, strada che topograficamente stabilisce la fine della periferia e che solitamente imponevo come limite ai miei vagabondaggi. In quell’occasione mi avventurai dunque lungo una stradicciola sterrata che saliva in lieve pendenza curvando verso destra. Su questo lato un fitto boschetto di carpini e robinie impediva la vista e ben presto anche la città ammutolì e scomparve alle mie spalle. A sinistra invece, ai piedi del terrazzamento su cui mi trovavo, si apriva un panorama reticolare di campi bruni e scintillanti che, man mano che salivo, si mostrava sempre più per quello che era: una geometria poco regolare di terreni bordati da fossi e piccoli terrapieni, punteggiato da piante solitarie a segnalare la deriva di un canale o l’incrocio di due strade.
Era dicembre. Il cielo limpido e l’aria tersa permettevano alla vista di spingersi fino all’orizzonte coronato dal profilo tremolante delle Alpi, azzurrine nel sole mattutino.
Camminai per una decina di minuti nel silenzio gelido sbuffando nuvolette di condensa. Le mani nervose cercavano nelle tasche un po’ di tepore mentre il naso chiedeva con insistenza una attenzione che loro rifiutavano di offrirgli.
Dirò per inciso che quella specie di collinetta su cui mi trovavo è una sorta di anomalia geologica di natura sconosciuta che si eleva di alcune decine di metri dalla vastità inesorabilmente piatta della pianura padana. Coronata dal boschetto di cui ho detto, precipita su tre lati direttamente nei campi, mentre verso la città digrada più dolcemente.
D’un tratto un cane abbaiò in lontananza facendomi girare istintivamente per cercare di indovinarne la presenza. Laggiù davanti a me, ad un paio di chilometri di distanza, c’era una cascina, ma il cane non si vedeva. Un movimento però attirò la mia attenzione: proprio in quel momento un trattore stava uscendo dalla corte e nello svoltare a destra il vetro della cabina si accese per un istante in un lampo abbagliante. Da quella distanza non si sentiva nemmeno il rumore del motore; sembrava un giocattolo. Udivo il cane, ma non il trattore. Che strano, pensai.
Distratto da queste osservazioni non mi ero accorto che nel frattempo la stradina era diventata un sentiero e poco più avanti si perdeva in un intrico di arbusti e rovi. Non potevo più proseguire; a destra me lo impediva la scarpata e a sinistra il boschetto col suo sottobosco impenetrabile.
Ero però soddisfatto della passeggiata. L’aria frizzante e leggera aveva avuto effetti benefici sul mio spirito. Respirai profondamente tre o quattro volte con gli occhi chiusi, poi mi decisi a riprendere la via del ritorno.

Dopo un centinaio di metri arrivai nel punto in cui il sentiero si era staccato dalla stradina. Qui c’era una specie di slargo in gran parte occupato da mucchi di detriti, evidentemente scaricati illegalmente. Al di là delle macerie e quasi soffocato dal bosco mi pareva di intravvedere un tratto di muro in mattoni. Provai ad avvicinarmi inerpicandomi nell’avvallamento tra due cumuli e da lì mi resi conto che ciò che avevo visto sembrava effettivamente un pezzo di muro di cinta. Proprio di fronte a me il muro finiva contro un pilastro di pietra. Poco più avanti, alla mia sinistra, un altro pilastro uguale reggeva ancora una breve porzione di muro. In quello spazio, ora ingombro di detriti e soffocato da sterpaglie, doveva esserci stato un cancello. E oltre il cancello, chissà… forse una villa. Ma era evidente che quello stato di abbandono perdurava da parecchio tempo. Il lavorìo tenace della vegetazione e degli agenti atmosferici stavano restituendo alla terra ciò che l’uomo ne aveva tratto.
— La vuole vedere? — Mi girai di scatto, spaventato da questa vocina stridula. Il movimento brusco mi fece perdere l’equilibrio e dovetti appoggiare una mano a terra mentre scivolavo giù puntando i piedi per non cadere. Mi trovavo di fronte ad un ometto anziano, con un berretto a coppola tirato in avanti su due occhietti affossati. Una bocca sdentata ruminava costantemente qualcosa: — La casa, dico. La vuole vedere? —.
Visto che non rispondevo e continuavo a fissarlo, lui prese a scendere per la stradina, in direzione della città. Poi sembrò esitare; si girò a guardarmi e infine tagliò a sinistra infilandosi nel folto del bosco.
Decisi di seguirlo. Riuscii a raggiungerlo proprio mentre entrava nel boschetto attraverso uno spiraglio tra i rovi. Dopo pochi metri scavalcammo le fondamenta di quello che fu il muro di cinta e cominciammo a costeggiarle risalendo verso il punto in cui avevo scorto quello che pareva essere stato il varco del cancello.
Girammo a destra in una specie di viale dove la ghiaia era riuscita a limitare l’invadenza delle piante e permetteva un cammino più agevole. Solo allora mi accorsi che la mia guida teneva in mano una specie di sporta. Anzi, a ben vedere era una di quelle reti arancioni con cui vengono vendute le arance al supermercato. Dentro c’era qualcosa che sulle prime mi sembrarono ciottoli levigati, forse funghi. — Chiocciole — disse lui, come se mi avesse letto nel pensiero.
Dopo un attimo di esitazione — Ma non vanno in letargo? — chiesi, tanto per abbozzare un’apparenza di conversazione. — Certo — rispose mentre si fermava e girava leggermente la testa di lato come per concentrarsi meglio su ciò che stava per rivelarmi. — Però a conoscerle bene si possono scovare anche quando dormono —.
Siccome la faccenda sembrava chiusa lì, ci incamminammo nuovamente e in breve raggiungemmo una specie di piccola aia in terra battuta su cui si affacciava una casetta in mattoni a due piani.
Da un lato e dall’altro due maestose querce la sovrastavano con la loro mole denudata dall’inverno. Di fronte alla casa, sul lato sinistro di quella specie di corte c’era il rudere di un capanno. Addossato al muro faceva bella mostra di sé un vecchio esemplare di pompa in ghisa col catino di granito. Tutto qui.
Il resto era solo un groviglio di alberi i cui rami scheletrici graffiavano inutilmente il cielo e chiudevano tutt’attorno lo sguardo.
Solo le due querce, immense sopra quella confusione di ramaglia insulsa, brillavano dorate sotto i raggi del sole; assieme alla sporta delle chiocciole erano l’unica nota di colore in mezzo al grigionero delle robinie.

Dopo quella volta non ebbi più occasione di tornare da quelle parti, né mai più incontrai il vecchietto delle chiocciole. L’immagine della casetta nel bosco finì nel retrobottega dei ricordi e ben presto me ne dimenticai.
Un paio di settimane dopo, però, due avvenimenti riaccesero il mio interesse in modo del tutto inatteso.
Il primo si manifestò sotto forma di una lettera raccomandata dell’avvocato che cura gli interessi del mio padrone di casa. Scritta nel classico linguaggio forense, notificava in modo formale la recessione unilaterale del contratto d’affitto con effetto a partire dal quarto mese dal ricevimento della comunicazione. Di per sé questo fatto creò solo un’urgenza fastidiosa, senza peraltro ancora mettermi nell’ottica di prendere seriamente in considerazione una qualsivoglia soluzione.
La seconda circostanza si deve alla congiunzione di un acquazzone fuori stagione con una bottega di rigattiere.
Capitò che mi ritrovassi a camminare per le vie del centro con la vaga consapevolezza di dover fare qualcosa per trovare un altro appartamento in affitto. Passavo svogliatamente in rassegna le vetrine delle agenzie immobiliari senza soffermarmi in particolare su nessuna offerta. Ero più che altro meravigliato dalla quantità di questi ufficetti, spuntati come funghi negli ultimi anni.
Ad un certo punto, mentre mi trovavo circa a metà di Corso Piemonte, mi ritrovai ad osservare un annuncio di vendita nella cui foto era ritratta la casa del boschetto; ma proprio in quell’istante si scatenò un temporale di una violenza eccezionale che mi costrinse a mettermi a correre per trovare un riparo. Mi tirai il cappuccio sulla testa e mi tuffai giù per Vicolo de’ Riscontri, intenzionato a raggiungere i portici di Piazza Mercatari. Ma a metà della via, dove questa piega a sinistra per poi curvare e stringersi prima di sbucare nei cosiddetti Portici del Santo, scivolai malamente sul selciato invaso ormai da un vero e proprio ruscello e caddi battendo il ginocchio destro.
Mentre dolorante e ormai bagnato fradicio cercavo di rialzarmi, mi sentii afferrare per un braccio.
— Venga, che l’aiuto — mi disse l’uomo che, senza troppi riguardi, mi trascinò verso una botteguccia di robivecchi. Mi spinse dentro la porticina a vetri, entrò e la richiuse dietro di sé facendo sbattere la campanella appesa sopra. Restammo immobili per un attimo a guardare il diluvio attraverso la vetrina. Dopo il frastuono della pioggia scrosciante e la scampanellata di poco prima, era sceso un silenzio quasi innaturale in cui si distinguevano solo i nostri respiri e il ticchettio sovrapposto di alcuni orologi nascosti chissà dove. La scritta, dipinta direttamente sulla vetrina, diceva che mi trovavo nella “Bottega dei Prodigi”.
— Grazie… — accennai a fil di voce. L’altro si riscosse e mi fece cenno di seguirlo mentre si avviava verso il fondo della bottega annunciando allegramente: — Si accomodi: bisogna pur che ci asciughiamo in qualche modo —. Sparì per una porticina da cui riemerse quasi subito con due grossi asciugamani. Mi tolsi il giaccone e il maglione bagnato e mi asciugai i capelli strofinandoli forte con uno dei due asciugamani. Lui nel frattempo aveva recuperato due sedie; le aveva messe una di fronte all’altra e in mezzo aveva collocato una stufetta elettrica. Mentre continuava ad affaccendarsi attorno, io mi ero seduto stendendo le gambe verso il benefico calore della stufetta. Girando lo sguardo per la stanza mi avvidi che era stracolma di oggetti di ogni genere. Non solo pezzi di arredamento, ma anche oggetti stranissimi che, nella penombra, riuscivo a stento a riconoscere.
In breve il mio ospite apparecchiò, sopra un tavolinetto tondo a tre gambe, un bizzarro servizio da tè composto da due tazze spaiate in ceramica con piattini ugualmente spaiati. Fungeva da teiera un bollitore metallico di dubbia igiene, smaltato di bianco e decorato con piccole figure blu di uccelli, farfalle e fiori. Completava il servizio una zuccheriera a forma di zucca, retta da tre zampette leonine e chiusa da un coperchio sbeccato.
Non capii come avesse fatto a far bollire l’acqua, ma ciò che contava era che in breve il tè fu pronto. Caldo e profumato ebbe il potere di farmi rilassare ed abbassare le mie diffidenze. — I cucchiaini li trova nel cassettino lì vicino a lei. — mi suggerì. Capii che si riferiva al tavolino su cui aveva apparecchiato. Sul mio lato si apriva un minuscolo cassetto. Lo aprii e ne trassi due cucchiaini da tè piuttosto sporchi che posai a fianco delle tazze dopo averli strofinati col mio fazzoletto.
Il tè fu versato e per qualche attimo restammo entrambi a seguire il filo dei nostri pensieri.
— Già… il cassetto dei cucchiaini… — esordì poi. — È a causa sua che ho scelto di chiamare questo negozio “la bottega dei prodigi”; anzi, per essere precisi devo ammettere che tutta questa faccenda del negozio di anticaglie è iniziata proprio per colpa, o per merito, dei cucchiaini —.
Il padrone del negozio cominciò allora a raccontarmi una storia delirante, a cui non ero minimamente preparato e che lui invece snocciolava con estrema naturalezza.
Stando al suo racconto egli aveva lasciato una promettente carriera di funzionario presso il settore edilizia privata dell’ufficio tecnico comunale per inseguire una dispendiosa — e insensata, aggiungerei io — caccia ad oggetti che lui non esitava a definire “prodigiosi”. Il tutto ebbe inizio quando si accorse delle proprietà magiche di quel tavolino. Sì, disse proprio così: “proprietà magiche”.

Il tavolino era stato trovato, assieme a pochi altri mobili e suppellettili, in una casa che andava abbattuta a seguito di una ingiunzione prefettizia. Lui, in qualità di tecnico comunale, doveva provvedere a tutte le pratiche di rito, compreso il sopralluogo e la messa in sicurezza della zona interessata. Il tavolino se l’era portato a casa perché sembrava in buono stato, mentre tutto il resto venne smaltito secondo le consuete procedure. A casa sua il tavolino finì a reggere il telefono, a metà del corridoio facendo anche una discreta figura.
Non si accorse subito dei cucchiaini. Fu il figlio di cinque anni che una mattina gli chiese se poteva usarli per giocarci. — Quali cucchiaini? — chiese, incuriosito, il padre. Poi, seguendo il ditino del figlio puntato ad indicare il tavolino, scoprì l’esistenza del cassettino. Lo aprì e lo trovò pieno di cucchiaini vecchi e sporchi. Ovviamente diede il permesso al figlio di prenderli ma solo dopo che la mamma li avesse accuratamente lavati.
La sera stessa, rientrando a casa, aprì il cassetto e lo trovò con tutti i cucchiaini sporchi al loro posto. Andò in cucina e chiese alla moglie perché non li avesse lavati e dati al figlio per giocare. Lei lo guardò con aria interrogativa e, indicando una schiera ben ordinata di ventun cucchiaini che brillavano splendenti sul tavolo da pranzo gli disse: — Come, non li ho lavati? Non vedi come sono belli quando sono puliti? Per me sono d’argento —.
Allora lui le fece vedere i cucchiaini rimasti nel cassetto e le chiese perché non li avesse presi tutti. Lei non capiva. Era certa di aver preso tutti i cucchiaini e di aver lasciato il cassetto vuoto. Li contarono: erano ventuno, come quelli di là sul tavolo della cucina. Provarono a toglierne un po’ e richiusero il cassetto. Si guardarono negli occhi un istante e poi lo riaprirono. Dentro c’erano di nuovo ventun cucchiaini. Fecero diversi tentativi, togliendo uno, due, dieci, cucchiaini. Tutte le volte che riaprivano il cassetto c’erano sempre ventun cucchiaini. Provarono anche ad aggiungerne qualcuno, ma anche così ne ritrovavano sempre e soltanto ventuno. Non uno di più né uno di meno.
Nei giorni seguenti provarono a smontare il tavolino, ma non trovarono niente che facesse pensare ad un trucco da prestigiatore. Nessun meccanismo nascosto, nessun doppiofondo. E i cucchiaini si rivelarono essere proprio d’argento.

Dal seguito della sua narrazione appresi che quell’evento fece prendere una piega diversa alla vita dei due coniugi. In capo a pochi mesi egli abbandonò il lavoro e si mise a cercare per mercatini e antiquari altri oggetti dalle proprietà magiche. A sua detta ne trovò qualcuno, ma nulla che uguagliasse il cassetto dei cucchiaini. Per garantirsi un tenore di vita dignitoso gli bastava venderne qualcuno di tanto in tanto, avendo l’accortezza di cambiare spesso acquirenti per evitare di attirare troppo l’attenzione e per non saturare il mercato. D’altra parte il normale commercio degli oggetti esposti del negozio non gli procurò mai grosse entrate.
Va da sé che non credetti nemmeno ad una parola di quanto mi stava raccontando. Tutto mi sembrava così assurdo che non ebbi nemmeno la tentazione di aprire il cassetto per controllarne il contenuto. Non potevo, né volevo dargliela vinta. E comunque se lui mi stava chiedendo un atto di fede, di sicuro non era andando a verificare la presenza di un certo numero di cucchiaini in un cassetto che mi sarei deciso per il sì o per il no.
La mia diffidenza si mutò rapidamente in un fastidio quasi fisico perché nella condizione in cui mi trovavo dovevo pure mostrarmi riconoscente a chi stava cercando di abbindolarmi — chissà poi a quale scopo — con una storia improponibile. Mi sembrava di essere finito a casa del Cappellaio Matto.
— Vedo che non mi crede — disse a quel punto. — Ha ragione ad essere diffidente. Lo sarei io stesso. Ma, vede, a certe cose non ci si può arrivare armati di sola ragione; bisogna cambiare atteggiamento, lasciarsi andare… beh, sì, ecco… insomma, bisogna aver fede. Mi capisce, no? —
Ecco l’aveva detto! “Bisogna aver fede”. Ora mi stavo proprio irritando. Perché tirare in ballo la fede? Ha raccontato la sua storiella, come probabilmente ha già fatto mille volte con molti altri. Perché pretendere anche che ci si creda? Cosa ci avrebbe guadagnato a convincermi?
— Senta, lasciamo perdere, eh? — gli dissi. — La storia era carina, anzi proprio interessante. Ma non può pretendere che io ci creda —. Nel dire così e cercando di dissimulare l’insofferenza che provavo in quel momento, mi alzai e cominciai a rivestirmi. Andai verso la vetrina. Da lì si poteva vedere che la pioggia era quasi cessata.
Il rigattiere mi raggiunse. Aveva in mano un pacchetto avvolto in carta da pacco legata con uno spago. Fu solo allora che lo guardai dritto negli occhi, forse nel timore, o nella speranza, di trovarvi una luce beffarda nei miei confronti. E invece incontrai uno sguardo mesto, quasi supplichevole. — Tenga questo — mi disse allungandomi l’involto. — Proviene dalla casa che fu dei Leonetti. Ne faccia buon uso —.
— No, guardi… veramente io… — riuscii a malapena a dire. Ma l’insistenza con cui mi osservava mi spinse fuori della porta e in men che non si dica mi ritrovai a camminare in fretta, rasente ai muri, intenzionato ad arrivare a casa al più presto per dimenticare tutta quella storia. Solamente quando fui davanti alla porta e dovetti cercare le chiavi, mi accorsi che sotto il braccio stringevo il pacchetto. Entrai e con un gesto di stizza lo infilai sotto il divano senza scartarlo.

I giorni passavano e la scadenza del mio sfratto stava diventando un problema non più differibile. Cominciai a spargere la voce tra amici e conoscenti nella speranza di evitare le agenzie. Però per tenere a bada l’ansia continuavo anche a leggere gli annunci sui giornali e ad esaminare le schede appese nelle vetrine.
Una sera capitai di nuovo dove avevo visto l’offerta di vendita della casetta del bosco. L’impiegata stava uscendo per chiudere l’ufficio. La circostanza mi parve favorevole per chiedere informazioni sulla casa, senza mostrare di essere troppo interessato. A lei risultava solo che fosse di proprietà di una banca, altro non sapeva. Pertanto, mettendomi in mano un biglietto da visita, mi consigliò di sentire il geometra titolare dell’agenzia.
La mattina dopo telefonai al geometra. — Ah, sì, villa Leonetti! — mi disse con l’enfasi entusiastica tipica del commerciante, dopo che gli ebbi spiegato di quale casa chiedevo informazioni. A sentire quel nome rimasi un attimo interdetto. Lui interpretò il mio silenzio come se fossi in dubbio sulla definizione e infatti precisò subito: — Sa, per comodità di archiviazione la chiamiamo villa, ma effettivamente, come avrà visto dalla foto, si tratta di un piccolo casolare… — e si tuffò in una descrizione delle caratteristiche di cui non capii quasi niente.
Alla fine concordammo di trovarci quello stesso giorno verso le cinque, per visitare la casa prima che facesse troppo buio. Come spesso capitava non ero riuscito ad opporre resistenza. Avevo accettato di andare a visitare una casa di cui mi ero già fatto un’idea e di cui in fondo non mi importava nulla. Era troppo fuori mano e troppo isolata. E poi cercavo qualcosa in affitto; non ero affatto disposto ad avventurarmi in un acquisto.

Prima di recarmi all’appuntamento feci una scappata a casa per controllare cosa contenesse l’involto che il tipo del negozio di anticaglie mi aveva rifilato. Volevo capire se il Leonetti a cui si riferiva fosse lo stesso della casetta nel bosco.
Aprii il pacco e vi trovai un semplice specchio bordato da una cornice scura, probabilmente di noce, la cui unica nota di stile erano due piccole volute che si allargavano all’estremità dei lati lunghi. In tutto misurava all’incirca quaranta per cinquanta centimetri. Sul retro un piccolo gancio con anello indicava che lo specchio era fatto per essere appeso. Da questo capii anche che le due volute decorative si trovavano nella parte inferiore della cornice.
La superficie riflettente era qua e là macchiata e il vetro presentava una prismatura di un paio di centimetri che correva tutto attorno al bordo. Sotto certe angolazioni la luce veniva diffratta nei colori dell’iride.
In fin dei conti però quello specchio era un oggetto banalissimo, di fattura ordinaria e nemmeno in buone condizioni. Di sicuro il rigattiere non ci aveva rimesso un granché regalandomelo, però continuavo a chiedermi perché l’avesse fatto e che senso potesse avere la sua raccomandazione di farne buon uso. Si aspettava che forse io ‘utilizzassi’ lo specchio in qualche modo particolare?
Mancava ormai poco all’appuntamento, quindi abbandonai lo specchio sul tavolo e mi affrettai ad uscire dall’appartamento. Mentre scendevo le scale mi resi conto che per tutto il tempo in cui avevo maneggiato lo specchio avevo come al solito accuratamente evitato di incontrare il mio riflesso.

Parcheggiai nel poco spazio rimasto tra i cumuli di macerie e il suv del geometra, un po’ preoccupato della manovra che avrei dovuto fare al ritorno per girare l’auto in quegli spazi ristretti. Lui mi aspettava in piedi sul ciglio della stradina fumando una sigaretta e osservando il panorama. Era un tipo alto; sopra i jeans portava un giaccone di velluto piuttosto vissuto che non riusciva a mascherare una certa eleganza nel portamento. Ci presentammo, poi lui mi fece strada seguendo lo stesso percorso che avevo fatto qualche settimana prima assieme al vecchietto delle chiocciole. Avanzando tra i rami e le erbacce mi spiegò a grandi linee la storia della casa e di come fosse finita in mano alla banca a copertura dei debiti lasciati dal proprietario alla sua morte. Si scusò che di questo Leonetti sapesse dirmi ben poco; d’altronde nella trattativa era l’istituto di credito a figurare quale venditore. Anzi per la precisione lui aveva avuto contatti solo col procuratore dell’ufficio immobili e quella era solo la seconda volta che si recava a visitare l’edificio.
Nello spiazzo antistante la casa ci fermammo un attimo. Lui per accendersi una sigaretta e io per osservare la casa.
Era più grande di come la ricordassi. Un semplice edificio a due piani in mattoni a vista coronato da un tetto in coppi a quattro spioventi. Unica concessione ornamentale era un corso di ciottoli bianchi di fiume come marcapiano tra i due livelli della casa. Al centro della facciata una porta a due battenti a cui si accedeva per due gradini. Da un lato e dall’altro una finestra per piano, più un’altra sopra la porta.
Il geometra cercò le chiavi nella valigetta e aprì la porta. Un odore aspro, ma non del tutto sgradevole ci accolse. Entrammo in un atrio da cui partivano le scale per il piano superiore e in cui si aprivano due porte, una a destra e una a sinistra. — Aspetti un attimo, che faccio luce — mi disse accendendo una torcia e sparendo per la porta di destra. Fermo nell’atrio sentii echeggiare nelle stanze vuote il rumore delle finestre e delle imposte che venivano aperte.
Poco dopo era di ritorno. — Non ci faccia caso. Adesso non c’è corrente perché la fornitura di elettricità è stata sospesa, ma la linea è a posto — mi informò. — Forse l’impianto non è nuovissimo, ma funziona, si fidi —. Così dicendo attraversò l’atrio e si infilò nell’altra porta. Allora cominciai la perlustrazione dalla stanza da cui era appena uscito. In fondo, sulla sinistra, una porta dava sulla cucina, così pensai che quella in cui mi trovavo poteva essere la sala da pranzo. Dalla cucina una porticina dava sull’esterno, sul retro della casa. Girovagai un po’ senza sapere cosa fare né cosa pensare. Non ero per nulla convinto di quello che stavo facendo e in un angolo della mente studiavo segretamente una risposta evasiva da dare al geometra, per negare che la casa mi interessasse o tuttalpiù per rimandare la decisione.
Passai nella stanza di sinistra, un ampio soggiorno grande come la cucina e la sala da pranzo assieme, che prendeva luce da quattro finestre, ormai tutte spalancate. Opposta a quella affacciata sulla corte ce n’era una che dava sul retro e poi altre due affiancate sull’altro lato.
Ripresi il giro e salii al piano superiore. In corrispondenza della cucina e della sala da pranzo c’erano due camere da letto con pavimento di legno e travi a vista sul soffitto; nell’ala sinistra si trovavano invece un bagno ed uno stanzone con mattonelle di terracotta grezza. Decisamente quella casa era troppo grande per me.
Da una finestra vidi che il tizio dell’agenzia era giù nella corte ad aspettarmi, passeggiando avanti e indietro mentre parlava al telefono. Diedi un’ultima occhiata intorno e tornai di sotto.
Con un piede già sulla soglia della porta d’ingresso mi girai per dare un’ultima occhiata al soggiorno e mi avvidi di una cosa che prima mi era sfuggita. Sul muro di fronte, tra le due finestre, c’era un alone rettangolare, come quelli che lasciano i quadri appesi alle pareti. Ma questo aveva qualcosa di diverso: nella parte bassa il segno si allargava sui due lati con una forma tondeggiante. Ripensai alla cornice dello specchio e mentalmente calcolai che anche le dimensioni coincidevano. Dunque era lì che il misterioso specchio stava appeso.

Fuori cominciava a fare buio. Il geometra disse che era meglio sbrigarsi a tornare alle auto e che avremmo potuto parlare con calma dei dettagli tecnici più tardi nel suo ufficio. Mentre quello rientrava per richiudere tutte le finestre, mi incamminai verso l’altra estremità della corte. Qui, in mezzo al solito groviglio di arbusti, scoprii un viottolo segnato da grosse pietre piatte disposte irregolarmente. Lo percorsi per una ventina di metri e d’improvviso mi trovai su un poggiolo delimitato da uno steccato rudimentale fatto con bastoni incrociati tenuti insieme con lo spago. Oltre lo steccato il terrapieno cadeva ripido verso la piana e tutto intorno si infoltiva la macchia di rovi dando al piccolo spazio una nota di segreta intimità. Il panorama che si poteva vedere da quella posizione era praticamente lo stesso che vidi l’altra volta che ero salito fin lassù. Una pianura piatta e sconfinata, che in quell’ora crepuscolare perdeva di definizione in lontananza.
In casi come questi i dettagli si fanno insignificanti e solo la visione d’insieme conta. È come per i ricordi più antichi: restano nella memoria con una urgenza sempre più lieve, finché perdono la propria individualità e si scolorano in un quadro più ampio, dove il valore non sta più nel gesto della pennellata, ma nella contemplazione del risultato.
Mentre tornavo verso la casa, pensai che noi, gente di pianura, paradossalmente non siamo abituati ai paesaggi sconfinati. Siamo troppo vicini alla terra e ogni minima cosa è d’ostacolo allo sguardo: una casa, una siepe, un muro, un albero. E quando anche riuscissimo spingerlo fino all’orizzonte, rimarrebbe pur sempre una misera visione radente con tutti i piani di profondità sovrapposti e confusi. E però basta elevarsi di poche decine di metri perché tutto cambi. Improvvisamente si ha una prospettiva migliore sulle cose. Si riescono a valutare le distanze e le proporzioni. La nostra stessa vita assume per un attimo una dimensione concreta, brillante e pura come un diamante. La possiamo vedere, da quassù, proprio lì davanti a noi, in un reticolo di tensioni e di desideri irrigati dalle passioni.
Squillò il cellulare. Il tipo dell’agenzia mi stava cercando.

Non so ancora esattamente come accadde, ma nel giro di dieci giorni ero già praticamente proprietario della casa. Credo che nella decisione finale abbia pesato soprattutto la scoperta del piccolo terrazzo segreto affacciato sulla pianura.
La notte stessa l’avevo sognato. Me ne stavo lassù, in un pomeriggio di afa estiva, ad aspettare l’arrivo di un temporale. Ed infatti lo vidi salire lentamente da occidente, con l’aria che si faceva sempre più soffocante e irrespirabile, coi fulmini ancora muti in lontananza che accompagnavano l’avvicinarsi del muro obliquo di pioggia. E sentivo crescere il vento, mentre ormai tutt’attorno s’era fatto silenzio, gli animali già al riparo nelle loro tane e gli uccelli nascosti chissà dove. E udivo il brontolio indistinto dei tuoni rincorrersi e farsi sempre più opprimente con l’incalzare di ritmi asincroni. E poi finalmente la pioggia. Prima nelle narici, con l’odore di polvere e di erba secca, ed infine sulla faccia e sulle mani aperte. Un gran senso di pace mi accompagnò nel risveglio.
Quando mi recai alla banca per firmare il compromesso e avviare nel contempo le pratiche del mutuo venni fatto accomodare in una saletta dalle pareti color pesca, con la promessa che il funzionario addetto alle trattative preliminari sarebbe arrivato da lì a pochi minuti. Il geometra lo avevo incrociato in un corridoio che chiacchierava con un impiegato e mi aveva fatto un cenno di saluto accompagnato da un gesto con cui intendeva farmi capire che mi avrebbe raggiunto tra un attimo.
Nella saletta non c’erano finestre. Tutto l’arredo era costituito da un moderno tavolo col piano in cristallo di uno spessore spropositato e da sei sedie in acciaio e cuoio. Un quadro stava appeso al centro della parete di fondo, illuminato da un faretto.
Nell’attesa ricontrollai i documenti che mi ero portato dietro e poi mi dedicai ad osservare il quadro.
La piccola tela raffigura un angolo di stanza, distorto da una costruzione prospettica volutamente ingenua, al cui centro fluttua, staccata da terra, una donna nuda molto formosa, quasi deforme, con le gambe illuminate di azzurro e di verde e col busto di color rosa scuro. Dalla finestra, sulla parete di sinistra, si vede un cielo pallido con nuvolette bianche. A destra, in primo piano c’è una sedia e sulla parete di fondo una libreria con pochi volumi in disordine. Poco sopra c’è appeso un quadro di cui non si capisce il soggetto e ai piedi della libreria, appoggiato in terra e mezzo nascosto dalla sedia, uno specchio che sembra non riflettere nulla di ciò che si trova nella stanza. Tutta la composizione è caratterizzata da un disegno tracciato a grossi tratti scuri sopra una stesura di colore che non tiene conto delle forme rappresentate, ma le attraversa con sfumature dall’ocra al piombo.
Nell’angolo in basso a destra la firma e la data: Savinio 1927.
Un paio d’ore dopo, il compromesso era firmato e il mutuo instradato verso l’approvazione. Da parte mia chiesi ed ottenni di poter accedere alla proprietà già prima del rogito per organizzare certi lavori urgenti. C’erano parecchie cose da sistemare: controllare l’impianto elettrico e attivare la fornitura di corrente, verificare l’impianto idraulico, l’allacciamento alla rete idrica e gli scarichi. Per il gas invece sapevo già che c’era poco da fare: mi sarei dovuto arrangiare con le bombole.
Prima di tutto mi interessai di far sgombrare l’accesso al cancello d’ingresso da tutte le macerie. Telefonai all’azienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti e, simulando una fretta che in realtà non sentivo, fissai un appuntamento con un tecnico per fare un sopralluogo già quella stessa settimana.
Nel frattempo contattai un giardiniere mio amico per sentire un suo parere sulle condizioni della parte di bosco inclusa nella proprietà. Come temevo, sarebbe stato bene eseguire qualche sfoltimento, ripulire il sottobosco e soprattutto sottoporre le due maestose querce, che a suo dire erano pluricentenarie, ad una potatura terapeutica per eliminare i rami danneggiati. E questo andava fatto subito, prima della fine dell’inverno.
In breve ci fui dentro fino al collo e le visite alla mia nuova casa divennero quasi quotidiane.
Durante una di queste ebbi la malaugurata idea di portarvi lo specchio ed appenderlo là dove c’era l’impronta. Non c’erano dubbi: era proprio lì che lo specchio era stato appeso tanti anni prima. Così come ora non possono esserci più dubbi sul fatto che quel gesto, tanto innocuo quanto inessenziale, rischiò per qualche tempo di costarmi la salute mentale. Ed anche ora, che ho imparato a conviverci, sento la sua presenza come un avvertimento non pronunciato.

In quella posizione lo specchio sembrava una terza finestrella nella parete. Ma a differenza delle due vere finestre, anziché filtrare la scena esterna di tronchi e rami intrecciati sullo sfondo del cielo, rimandava ottusamente l’immagine di una stanza vuota.
Seguendo l’istinto di non incontrare la mia immagine, dopo averlo appeso ero arretrato di qualche passo e mi ero sistemato non di fronte, ma in una posizione intermedia tra lo specchio e la finestra di sinistra; la porta che conduce all’ingresso restava dietro di me. Da lì, mentre guardavo fuori senza in realtà mettere a fuoco nessun particolare del panorama, cominciai a pensare, in un modo che allora giudicai ridicolo, al gioco di opposti che quella configurazione aveva creato: tra esterno ed interno, tra realtà e riproduzione, tra azione vitale ed introspezione.
Io stesso, poi, cosa stavo facendo se non per l’appunto riflettere?
Solo allora presi coscienza per la prima volta, e ricordo che rimasi alquanto meravigliato di non essermene reso conto in precedenza, che per definire l’attività della mente umana usiamo due termini, riflessione e speculazione, che di fatto sembrano negare all’intelletto qualsiasi possibilità creativa. Paragonare il pensiero ad uno strumento passivo qual è lo specchio equivale ad ammettere che le nostre possibilità di conoscenza sono alquanto limitate poiché fanno affidamento solamente su rimandi ed allusioni ad alcuni aspetti sensibili della realtà. Una realtà che nel profondo rimane sostanzialmente inconoscibile.
Cercai conferma a questo sospetto volgendo lo sguardo in direzione dello specchio. Non so dire cosa sperassi di trovarvi, ma ciò che vidi buttò all’aria i ragionamenti che andavo facendo e, peggio ancora, spazzò via irrimediabilmente la convinzione che il mondo fosse una realtà concreta, retta da leggi ferree, ancorché imperscrutabili.
Nello specchio vedevo riflesso il muro dietro di me, inclinato dalla prospettiva sbieca dovuta alla mia posizione angolata. All’estremità destra c’era una porta di cui, fino ad allora, non mi ero mai accorto. Mi voltai per controllare, ed infatti non la ricordavo perché effettivamente là sulla parete alle mie spalle quella porta, semplicemente, non c’era.

Fu una sensazione stranissima. In questi casi si suol dire che l’esperienza straniante assomigli ad un sogno, ma quella volta non fu il mio caso. Tutto era talmente vivido e reale che non ebbi alcun dubbio sulla concretezza di ciò che vedevo. Piuttosto misi in dubbio per un attimo la mia conoscenza delle leggi dell’ottica e pensai che ciò che veniva riflesso dallo specchio stava pur da qualche parte, ma probabilmente non dove io mi aspettavo di trovarlo.
Quindi mi mossi attraverso la stanza per osservare lo specchio da altre angolazioni. Ovviamente fu un esame superfluo quanto rapido: non ci voleva molto a capire che la porta riflessa non era quella che dava sull’ingresso e che, come già ben sapevo, nella stanza non c’erano altre porte.
Allora mi ricordai che lo specchio aveva una sfaccettatura che correva tutt’attorno al perimetro e che forse l’anomalia che avevo notato era dovuta a questa particolare prismatura. Mi avvicinai allo specchio mettendomi in una posizione da cui potevo vedere la porta fantasma e spostando la testa a destra e a sinistra feci in modo di portare l’immagine riflessa in corrispondenza di un tratto di sfaccettatura laterale. L’effetto fu però esattamente quello che ci si aspetta: la porta si divideva in due riflessi distinti, leggermente sfalsati a causa del diverso angolo delle due facce riflettenti.
Quella cosa cominciava ad inquietarmi. Non volevo arrendermi all’evidenza di trovarmi di fronte a qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Uscii, allora, e nella piccola corte ripresi contatto con la realtà fatta di cose concrete: gli alberi, la casa, il terreno su cui poggiavo i piedi e l’aria ormai tiepida della primavera incipiente.
Di fronte a me, sull’altro lato dello spiazzo, a fianco del capanno era rimasta una piccola catasta di legna, frutto del lavoro del giardiniere. I rami tagliati erano stati puliti e ridotti in sezioni facilmente maneggiabili. Così, assieme a tronchetti di un certo diametro, lunghi poche spanne, c’erano anche rami più lunghi e sottili. Attraversai la corte e andai a prenderne uno delle dimensioni di un manico di scopa e con questo rientrai nella stanza.
Lo appoggiai al muro, più o meno dove doveva trovarsi la porta fantasma e tornai ad osservare la scena dalla solita posizione.
Il bastone stava là, riflesso nello specchio a fianco della porta. Allora lo spostai più avanti e stavolta nel riflesso lo vidi appoggiato direttamente alla porta, mentre nella realtà se ne stava ritto, contro una parete vuota.
D’improvviso si affacciò alla coscienza l’idea assurda di aver introdotto in maniera quasi blasfema un elemento reale in quel mondo simmetrico ed illusorio.
Cominciai a picchiare ripetutamente sul muro con la mano aperta in cerca di non so bene cosa. Sentivo nella stanza l’eco ottusa dei colpi, un martellare insulso che mi fece capire quanto fosse insensato e ridicolo quel mio atteggiamento. Con uno scatto d’ira colpii allora più forte con entrambi i pugni chiusi, facendo cadere, nel contraccolpo, il bastone e provocando una vibrazione nell’aria che fece tintinnare il vetro di una finestra.
Si era anche aperta una piccola crepa, lunga circa tre dita e perfettamente verticale.
Allargai le braccia come per abbracciare il muro e da quella posizione, con la tempia e lo zigomo appoggiati al freddo intonaco, traguardavo tutta la superficie impercettibilmente ondulata. In corrispondenza della crepa un’ombra chiara e sottile scendeva fino a terra. Più in su si interrompeva poco sopra la mia testa. Da lì sembrava partire un’altra lieve alterazione di luce in direzione orizzontale. Mi girai, appoggiando l’altra guancia, per seguire questa sottile linea d’ombra fino alla sua inevitabile discesa a perpendicolo.
Una porta murata! — pensai.

L’indomani tornai con tutta l’attrezzatura necessaria per riportare alla luce la porta. Ormai mancava poco al trasloco definitivo e volevo sistemare questa faccenda prima dell’intervento degli imbianchini. In poco più di mezz’ora l’avevo liberata dal grosso dell’intonaco; poi, mentre cercavo di togliere gli ultimi pezzetti che ne incrostavano le fessure e i cardini, cominciai a chiedermi dove conducesse quel passaggio e cosa avesse spinto il proprietario a murarlo. Evitavo, ovviamente, con ostinata determinazione, di pormi la domanda più scomoda e inquietante: come mai nello specchio la porta non appariva murata?
In realtà alla prima domanda si poteva rispondere abbastanza facilmente: dal momento che la porta si trovava in corrispondenza del pianerottolo intermedio, dove le scale girano nel salire al primo piano, era facile indovinare che potesse dare accesso ad una rampa che portava giù, negli scantinati della casa.
Osservai la porta ormai sommariamente ripulita: non era altro che un rustico portoncino incernierato direttamente nel muro e chiuso da un catenaccio senza lucchetto che si infilava in un’asola ricavata anch’essa direttamente nel muro. Quatto corregge di ferro collegate ai due cardini e disposte a forma di sigma maiuscola erano inchiodate alle tavole di legno, disposte verticalmente, e ne costituivano l’armatura.
Per aprirla dovetti fare forza e muovere in su e in giù la leva del catenaccio mentre lo tiravo di lato provocando un cigolio assordante. Quando si liberò dall’incastro la porta ebbe uno scatto in avanti e lasciò cadere sulla mia testa una pioggia di piccoli detriti e di polvere.
Aprii con cautela e mi trovai in uno spazio buio, stretto e poco più alto della porta, da cui proveniva un tanfo intollerabile di antiche putrefazioni che mi colpì con violenza alla radice del naso. Barcollai all’indietro per un paio di passi appoggiando una mano al muro, mentre un improvviso principio di mal di testa cominciava a martellarmi le tempie. Era evidente che per il momento non potevo proseguire l’esplorazione.
Decisi di tornarmene in città e riprovare l’indomani. Spalancai tutte le finestre del salone per far girare l’aria e disperdere la puzza, poi mi diressi deciso verso l’uscita. Mi girai ancora una volta a controllare lo specchio. L’immagine stavolta rifletteva un portoncino spalancato nel buio e, a terra, i detriti di intonaco. Salutai con sollievo l’avvenuta riconciliazione con la realtà e me ne tornai a casa.

Di questa storia ormai non rimane più molto da dire.
Il giorno seguente tornai con una torcia elettrica e constatai che in effetti, come avevo immaginato, il piccolo vano dava su una scaletta stretta che scendeva ripida sulla destra. La torcia riusciva ad illuminare i primi sette gradini, molto alti, oltre ai quali era tutto allagato. Nell’aria ristagnava ancora un po’ di quell’odore sgradevole, dato forse dalle fioriture luminescenti di certe muffe spesse e spugnose che chiazzavano gran parte delle pareti e della volta.
Da oscure distanze arrivavano echi irregolari di sgocciolii e piccoli tonfi, riverberati e incupiti da chissà quali misteriose cavità sotterranee.
Fermo sull’orlo della scala, non riuscivo a capire quanto potesse essere profonda l’acqua stagnante. Forse pochi centimetri; forse altri infiniti scalini. Così rimasi in un’attesa immobile e frastornata con i muscoli tesi e i sensi allertati, senza decidermi ad andar giù a verificare.
Non tentai la discesa né allora né in seguito, fino ad oggi.
In quei lunghi attimi in cui mi ero soffermato nell’opprimente piccolo spazio avevo maturato l’impressione di trovarmi in una specie di purgatorio domestico, racchiuso tra il portoncino e la discesa di gradini, soffocato in quel tetro sottoscala. Quel luogo sembrava permeato da alcunché di misterioso e terribile. E il sacro terrore che provai allora era sicuramente ingigantito, ora lo riconosco, dal modo misterioso che mi aveva portato a scoprire la scala attraverso un riflesso fallace; ma forse ancor più era dovuto alla precarietà del mio stato psicofisico nell’imminenza di un cambiamento così destabilizzante quale andava configurandosi il trasferimento nella nuova casa. In questa casa.
In breve: me ne uscii di là alquanto turbato e per qualche tempo rimasi preda di un indefinibile malessere che subito si somatizzò in un tic nervoso all’occhio sinistro.

Oggi è il giorno. Andrò giù nello scantinato.
Fra poco scenderò quei sette scalini. Non so ancora se tenterò l’esplorazione, per quanto lo consentirà la profondità dell’acqua; chissà, forse rimarrò in piedi sull’ultimo gradino, indeciso se tentare il passo. Oppure, più probabilmente, tornerò subito indietro. Sette gradini in discesa e sette in salita, come in un antichissimo rituale di purificazione; una discesa simbolica a suggellare l’inizio di una nuova vita.
D’altra parte, appunto di questo si tratta: dell’inizio di una nuova vita. E non mi riferisco alla nuova casa, né al nuovo ritmo di vita o alle nuove abitudini cui sarò costretto. No. Penso piuttosto al mio nuovo atteggiamento verso la realtà delle cose o in definitiva verso la vita stessa. Un atteggiamento che al momento non è ancora del tutto maturo e che certamente avrà bisogno di tempo per affinarsi e confermarsi, ma che pure, già da ora, sento profondamente e irreversibilmente mio.
Non posso ancora chiamarla fede, perché le manca l’oggetto di riferimento, la cosa in cui credere. È più che altro un dubbio, una crepa nell’impianto razionale che ha sempre guidato il mio giudizio.
Ecco perché non ha importanza che mi addentri nell’esplorazione dello scantinato. Non è lì che troverò le risposte alle mie domande, né è da lì che verranno conferme o smentite ai miei dubbi.
Come nella bottega del rigattiere non sarebbe servito aprire il cassetto per capire che sbagliavo a dubitare, così nemmeno ora servirà che io mi addentri nelle viscere della casa.
E’ dunque con questi sentimenti leggeri che oggi scenderò nello scantinato.
Ma non subito. Fra breve. Ora voglio godere ancora un poco di questo scintillante paesaggio che si stende ai miei piedi e che contemplo di nascosto, dal terrazzino naturale, come un osservatore estraneo nei sentimenti, eppur compartecipe nella sostanza. Natura nella natura, dove solo la mia coscienza sembra involarsi al di sopra delle cose.
Da alcuni giorni risiedo definitivamente nella mia nuova casa, solo e solitario come piace a me. E il rifugiarmi in questo angolo ancor più nascosto è già diventata una piacevole abitudine pressoché quotidiana. I fiori di robinia già spandono il loro profumo così dolce e intenso che lascia storditi e laggiù i campi, perfettamente livellati e inquadrettati dai bassi argini, sono già stati riempiti d’acqua. La natura stessa, ma anche l’uomo con essa e per mezzo di essa, celebrano l’ennesima primavera. Una di quelle primavere leggere, in cui il cielo blu, non ancora soffocato dall’afa, appare come raddoppiato dallo specchio in frantumi delle risaie.

III-VI.2011