Cara Jeanne,

è difficile riuscire a scrivere: il rumore di fondo è diventato talmente alto, e forte, che a fatica riesco a concentrarmi, a trovare quel rubinetto che consenta ai miei pensieri di sgorgare fluidi. Al suo posto, un macigno: impedisce alle parole di trovare spazio, si addensano tutte dentro, mi opprimono la mente. L’assenza, il senso di privazione, si insinuano striscianti; come liquido denso, avanzano con moto lento, continuo e inesorabile, infiltrandosi nelle insenature dell’anima, lì dove ci sono i vuoti, quelli che ti sembra di riempire con le tante cose di cui hai composto la tua esistenza: impegni, lavoro, famiglia, ..Te ne accorgi: qualcosa non va. La mancanza: la senti, ma ti fai forte. Sei forte. Sei quello la cui razionalità sconfiggerà qualsiasi pensiero inutile e controproducente, quello dei bilanci positivi, delle azioni correttive, del buon gioco a cattiva sorte e dell’opportunità che si cela nella crisi. Quello che riesce a ritrovare il senso e a che dà il peso giusto alle situazioni. Che valuta i rischi. Per tutto questo insieme di cose, ci sono giorni in cui va bene, in cui può andare anche molto bene. Però quella non si tira indietro, non l’hai fregata nella misura in cui ti è rimasto dentro il vuoto. Liquida com’è,  continua ad espandersi ovunque in maniera subdola. Mantiene sempre un livello basso, quei pochissimi millimetri che neanche te ne accorgi e intanto ha invaso casa: come quando di sera ti si rompe la lavatrice nel  ripostiglio e te ne accorgi dopo ore, metti i piedi per terra al risveglio e oramai sei fottuto, l’acqua è dappertutto e il parquet è già rigonfio.

A volte la senti, l’assenza. Sono i momenti di debolezza, quelli dove ti assale all’improvviso la consapevolezza di tutto quello che non hai, che hai perso o di cui ti sei privato,  in cui la lasci fuoriuscire, abbassando il livello di guardia, forse per il masochistico piacere di leccarti le ferite che hai addosso, corteggiando quei nodi sensibili, dolorosi e proprio per questo vitali. Lì per lì stai male come un cane, ti  butteresti per terra a braccia tese, schiacciando il volto sul pavimento in attesa che qualcuno ti tolga via da lì. O che ti finisca. Però non è che ci puoi stare a lungo, così. Ti rialzi, e ti illudi pure di averla fregata una volta per tutte. Se invece le dai tempo, e non la ascolti più di tanto, è la volta buona che passi alla seconda fase: l’invasione totale. Una volta che le hai fatto occupare tutto la spazio, inizia ad aumentare di volume,  finché non annaspi, glu-glu-glu: riempie tutto il tuo tempo, ti blocca i pensieri, è l’unica cosa che senti. Il resto è solo rumore. Le persone, tutte, indistintamente, ti sono troppo vicine, ti opprimono. Non segui più il corso delle cose. Sei nervoso, più che nervoso: isterico, intollerante, odioso.

 Oggi sono uscito: è primavera, un giorno di festa. Mi sono immerso nella varia umanità della città: fianchi e ciccia che fuoriuscivano dalle canotte, capelli piastrati, gomme ciancicate. Molti si muovevano in gruppo. Strusciavano i piedi per terra, mentre camminavano. Braccia e gambe invase da marchiature di varia natura, nere o colorate. Ogni tanto un grido: “ahò, che stai a fa’..!”. Bambini ingozzati di cibo a tutte le ore. Camicie aperte sulla pancia. Pance. Sguardi fluidi in balia del solo presente. Vecchi, tanti vecchi. Da soli, vestiti di lana – quella lisa e con l’odorino di brodo che te lo immagini  stampato addosso – mi camminavano incontro con lenta esitazione. Li scansavo, orripilato per il mio futuro. Jeanne…, c’era un sole stupendo, c’erano i profumi dei fiori e l’aria leggera, ma io soffocavo, e odiavo. Li odiavo tutti. Schifo, solo schifo. E rabbia. E dolore, Jeanne, dolore, dolore che aumenta inseguendo il pensiero, perso, di te.

Sei bella Jeanne. Mi piace toccarti, annusarti. Mi piace che tu stia con me. Ti ho dato anche un nome: Jeanne come Jeanne Moreau di Ascenseur pour l’échafaud.. bella e dannata, come lei. Non tornerò indietro, Jeanne. L’ultima volta è stato il cuore a mille, che non si fermava. Il respiro che era un rantolo. I polmoni che fischiavano. E quella lastra. ..ah, cosa mi hai fatto, Jeanne. Mi volevi far fregare dalla morte. Non me lo posso permettere, non ora. Ti ho gettato che ancora eri accesa, l’ultima aspirata poi ti ho schiacciato, per terra. Ho vinto io. Anche se sto male. (Un’ultima boccata, ti prego, .. Jeanne…)