<< Una cosa che mi dà fastidio, dei romanzi? I dialoghi. Fateci caso: le grandi storie si basano sui grandi dialoghi, che a loro volta sono tali se riescono a diramare e sciogliere le dinamiche tra le persone. Nei libri, tutti “parlano”, si “esprimono”. Ora, dite la verità: quante volte vi è capitato di avere uno scambio chiaro, netto? Quante volte una persona vi è apparsa per quello che è, attraverso le parole? Quante volte, invece, dopo aver parlato, magari per ore, non avete capito nulla? Quando mai vi siete detti tutto, ma proprio tutto quello che vi dovevate dire per riuscire a capireAvete presente quegli scambi del tipo:

“Ti devo parlare, ti devo spiegare..”

“Ho solo cinque minuti dopo pranzo,  forse..”

“Forse per una cosa importante potresti trovare un tempo che non sia in forse.. “

Ecco, a questo punto, nei libri, succederebbe che i due si incontrano, forse prima con qualche imbarazzo, poi una provocazione, uno scontro, una spiegazione, la riappacificazione finale o, che so, l’addio per sempre.. E ci sei tu che leggi, che lo sai: lo capisci quello che vogliono quei due, cosa li muove, cosa li ferma. In realtà, nei  vostri incontri chiarificatori, nei vostri appuntamenti, richiesti o concessi, di cosa avete “veramente” parlato? Ve lo dico io: di nulla. Si inizia prendendo tempo, si girano gli occhi intorno, ci si fa distrarre dal vestito sporco del cameriere o dalle strane calze della tipa con le gambe troppo grosse che ci passa accanto. Uno dei due avrà cercato di entrare nel tema, l’altro sarà sfuggito come un’anguilla: se afferrato, si sarà divincolato furente, per poi ribattere con quella cosa, quella specifica cosa che avrà deviato l’attenzione o l’avrà  spostata su altro. Oppure, semplicemente, sarà stato zitto. Ma sì: l’eterno giochino di provare a capire attraverso gli altri, con gli altri. Impossibile, siamo lo specchio narcisistico del prossimo, ecco la verità, ciascuno lo è dell’altro, e quando il gioco non funziona, ecco, è lì che scattano il malessere, il tormento: chi sono, dove vado, perché, perché, perché…I dialoghi sono inutili, ve lo dico io. La parola è polvere gettata al vento, si perde nell’aria o ci fa male quando viene inspirata, inalata, quando passa per la pelle e attecchisce all’interno. Barriere d’indifferenza erette in autodifesa di se stessi, la parola rimbalza, si svuota, quando pure capita che non si faccia neanche lo sforzo di emetterla…>>

Agita le mani in aria, Carlo, la forchetta appoggiata sul piatto, il risotto ancora intonso fissato con uno sguardo triste da Luisa, quello di chi sente di aver messo inutilmente tanta cura nel cucinarlo. Marco, la testa chinata sul piatto. Laura che si guarda intorno, dandosi un tono. Gianni che annuisce e mastica, pensa alla partita di calcetto di domani. Giulia che guarda di sottecchi Lele, oramai del tutto rassegnato al monologo.

<<Le parole sono importanti..>> sbotta ad un tratto Giulia.

<<Appunto! Ma nessuno le sa usare ..nella maniera più autentica..>>

<<Costa molto essere autentici…>>

<<”Uno tanto più è autentico quanto più somiglia all’idea che si è fatto di se stesso…”, lo diceva Algrado in Tutto su mia madre, ricordate? Tette: 70 mila; Silicone: 100 al litro… >>

Ah Ah Ah.. risate liberatorie di tutti, per fortuna è intervenuto Lele, una volta tanto la cultura cinefila serve a qualcosa…

<<Certo, le parole sono importanti.. e infatti si vede come le usi, Carlo, nel loro “autentico” valore… come ti interessa, scambiare opinioni con gli altri…>>

Laura, tagliente, interrompe il gioco, smorza l’illusione della sterzata appena compiuta, fa ripiombare la situazione al punto precedente, dove si era interrotta. Carlo sembra guardarla senza vederla, la sorvola sornione:

<<Voglio mostrarvi una cosa…>>,  estrae lo smartphone dalla giacca, le dita esperte ne toccano il video più volte, poi lo fa girare tra le mani degli amici seduti al tavolo.

<<Vedete? E’ la foto di un muro, l’ho fatta a Livorno, solo lì poteva esserci quella scritta: “E’ VENTIDUANNI CHE MI SEMBRA DI PARLA’ COI MURI..”>>

I vari “stupenda”, “fantastica” si inseguono, inutili, tra le diverse labbra, mentre due occhi si sfidano, fronteggiandosi .

<<Mentre la scattavo, immaginavo un ventenne pieno di capelli ricci in testa che spruzzava questa frase sui muri, il giorno del suo compleanno… Poi ho avuto un’illuminazione: ventidue anni, un anniversario di matrimonio…>>


Laura alza la testa di scatto, il mento contratto, gli occhi che sprizzano rabbia. Carlo la guarda e sembra ridere, se non fosse lo sguardo, perso in una tristezza senza fine.

Luisa ha già portato via i piatti sporchi per avvicendare le pietanze, arrivano i secondi, il telefonino viene riposto mentre Lele ha preso spunto dai muri di Livorno per parlare nuovamente di quel regista che da quelle parti ha girato più di un film.

Carlo ha smesso di parlare, come in una sbornia triste, le voci gli arrivano attutite, generano rumore inutile: quello delle parole lanciate per non essere raccolte da nessuno. Laura ne ha raccolte troppe, affonda nei macigni dei significati reconditi. Vorrebbe scomparire, essere altrove, nel silenzio di un campo pervaso dal vento, o affondando nel blu di un’acqua accogliente, dovunque non ci siano più: queste maledette, fottutissime, parole.