Buio. Sono le diciotto e venti, ma è oramai notte, in pratica.
Ha trovato parcheggio fuori dalla clinica. Sembra un posto tranquillo, anche se è una zona che non conosce affatto: periferia sud-est, vicino all’autostrada.
Scende dalla macchina, chiude gli sportelli automaticamente, la mente altrove verso lo stesso punto, sempre quello, il pungolo, il rantolo. Cammina sotto la luce fredda dei lampioni, si immagina la scena, ma non la convince, anzi, la spaventa: troppo brutto, quel posto, per ambientarci una situazione del tipo “occhi dentro gli occhi”. Decide allora di abbassare per un po’ la saracinesca sul suo bazar interiore: troppi fantasmi, ricordi, speranza vane.
Entra nella clinica, si orienta sulla stanza da individuare: secondo piano, camera 212, in fondo a destra.
Lei è lì. La coperta, stesa su tutto il corpo, arriva a coprirle metà del viso. I suoi occhi, appuntiti, sparuti, sono mobili, vigili. Trema. La stanza è fredda, in effetti.
“Cos’hai?” le chiede.
“Niente. Ho freddo. Ma è normale, mi hanno appena operato. L’anestesia..”
“No. Non è normale, Tremi troppo e fa freddo.” Accende il termostato a 25°. L’aria entra potente, si scalda, puzza un po’. Dopo qualche minuto, lei non trema più.
“Come va, mamma?”
“Meglio, molto meglio.” I suoi occhi, riconoscenti e speranzosi , la puntano come fosse un cane fedele, la seguono ovunque. Ferma, immobile sotto le coperte, controlla e scruta la figlia, radiografia pronta a carpirne l’anima.
“Lavoro un po’, allora”. Lorenza accende il computer dopo averlo appoggiato sul tavolo.
Le dà le spalle. Sente il suo sguardo sulla schiena. Inizia a scrivere qualcosa, a leggere un paio di mail, poi rinuncia: non ha senso essere arrivata sino a lì, trovarla appena operata, continuare a fare le proprie cose.
Un sospiro e chiude tutto. Prova a parlare del tempo, del lavoro, della casa. Parole generiche, piatte; risposte sempre radenti a pelo d’acqua, tese ad evitare i tranelli dell’approfondimento.
“Il lavoro, come va?”
“Bene”.
“Poverina, sempre in giro.. sei stanca?”
“No”
“Ma come no.. ti vedo, sai. Come sei magra, tirata..”
“Invecchiata, semmai”
“E vabbè, guarda me, allora.. che discorsi. Sei ancora giovane, però non ti vedo mai felice, contenta. Eppure, hai tutto”
Lorenza pensa al suo tutto, e al suo nulla. Al suo vuoto, al suo desiderio. Alle assenze, alla nostalgia, alle delusioni. Al dolore continuo mai svelato.
Si alza per spengere l’aria, adesso fa troppo caldo. Le rimbocca le coperte. Prova anche a farle una carezza, appena appena accennata.
I suoi occhi. Le sue labbra strette, così sottili.
Lorenza volta il viso dall’altra parte, verso la finestra, da cui riflette un mondo così estraneo da rimbalzarle dentro e colpirla con un forte malessere.
Il neon. Odia le luci alogene, quelle di tipo “freddo”; quel bianco accecante che appiattisce ogni cosa, senza rispetto.
“Adesso vai”, le dice la madre
“No, posso restare, magari devo aiutarti ad alzarti, andare in bagno.. non so, che ti hanno detto, puoi muoverti?”
“Sì sì, tra poco. Ma lo faccio da sola, o chiamo un’infermiera. Tu vai. Mi vergogno”.
“Ma come, ti vergogni? “
“Sì, sì, via, vai Lorenza, vai a casa. Sto bene, qui in clinica sono gentili, se resti mi imbarazzi, non mi sento libera”.
Lorenza fa suo questa senso di distanza, che non riesce mai ad essere quella giusta: se ti avvicini ti bruci, se ti allontani ti geli. Questo distacco. E’ il suo. E’ il loro. E’ quello che impedisce un bacio, un sorriso, un abbandono. E’ tutto il resto, l’elenco infinito delle cose non dette, che le impedisce di essere qui, e adesso, oltre il necessario, oltre la stretta sopravvivenza.
Le dà un bacio sfuggente e rassegnato sulla guancia. Esce, forse troppo in fretta, dalla stanza. Fuori, un lampeggiante della polizia illumina una strada già invasa da travestiti e prostitute.
Si chiede in che razza di posto sia finita la madre, guarda in alto verso la stanza, poi si affretta dentro la macchina.
Riparte verso casa. Nel buio.