“Dai, scendi..!”
Esitavo. Davanti a me, solo due gradini, il resto era inghiottito dall’oscurità.
L’odore di muffa era salito come una zaffata quando Nico aveva aperto la porta: quella del mistero.
Si parava davanti a noi ogni volta che solcavamo l’ingresso della vecchia casa: me lo ricordo ancora, quel quadrato perfetto dalle pareti gialline, i pochi arredi di legno prima delle scale che portavano al primo piano, e poi al secondo, e poi, volendo, al piccolo bugigattolo su su in alto.
Era la casa della mia bisnonna, quella dei notabili di un paese umbro di trenta anime di cui il mio bisnonno, Annibale, morto da anni, era il sindaco. Noi cugini ci ritrovavamo lì da piccoli, appena finita la scuola.
Lei, quell’anno, stava nella cameretta dell’ultimo piano. Ci si arrivava passando di stanza in stanza: ogni porta si affacciava su un altro mondo, poi c’erano le scale, strette, e la camera dove era interdetto a noi nipoti di entrare. Era in fin di vita, una piccola anima pallida che esalava gli ultimi respiri dentro l’unico letto che aveva potuto vedere nella sua vita, non essendo mai stata fuori da Bafro, il paese. L’avevo vista di nascosto, salendo le scale quatta quatta dietro mia nonna che andava ad accudirla: quel naso adunco, quel corpo magro così estraneo.
Con i cugini mi divertivo a passare da una stanza all’altra senza soluzione di continuità. Mi piacevano quegli oggetti antichi che sapevano di legna e di cucina, le ceramiche, le suppellettili, le materasse di lana (così venivano chiamate da noi) alte alte, a rigoni, che ci si tuffava sopra e ci si affondava dentro.
C’era anche lo scaldaletto: non lo si usava ma rimanevo sempre incantata da quella piccola cosa a forma di gondola, un misto di desiderio e terrore quando la immaginavo sotto le coltri,  col calore dato dai carboni ardenti.
Il bagno era all’esterno: sul terrazzino, ultima conquista di una casa che per un secolo aveva visto i suoi ospiti transitare all’esterno per i bisogni.
Si scorazzava in giro per il paese, per le campagne intorno. C’era anche il Castello, c’è ancora, ma lì non andavamo. Per paura.
Ricordo ancora il sapore dolce delle zucchine appena colte, le portavano i contadini degli orti di proprietà della nonna.
Ci affascinava il cimitero, giocavamo a rimpiattino con i gatti, immaginavamo di essere inseguiti da misteriosi esseri. Ad ogni passante si associava una storia e un segreto, ma la porta di legno, quella porta, era il nostro diletto principale. La sfida per aprirla. Il gusto dell’andare oltre.
Nico mi sfidava, io ero paurosa, lo sono rimasta, avrei voluto tanto, ma non riuscivo. Poi, per fortuna, era sempre chiusa a chiave, tranne quel giorno. Ad aprirla ero stata, casualmente, proprio io, in uno dei quotidiani tentativi che oramai erano diventati una meccanica abitudine.

Nico esclamò:
“Brava, l’hai aperta!! .. Entra..!”
“No, .. vai te”
Neanche a dirlo, Nico era già entrato: era buio fitto, una notte nera, profonda, sotto ai primi due gradini.
Nico era sceso, due, tre, quattro.. eccolo di nuovo, salire di corsa a perdifiato, una gamba dietro l’altra fuori ancor prima del resto del corpo..
“Non ce la fai.. Non ce la fai.. ” rideva, rosso in viso, contento..
“Ma che c’è, sotto..?”
“Non te lo dico, così impari..”
Il rumore dei passi della nonna ci impedì di continuare, ma il giorno dopo, da sola, mi ritrovai davanti alla maniglia, e la girai.
Di nuovo quell’odore, forte, che mi piaceva, di umido e di polvere.
Avevo una piccola torcia, trovata non so dove.
Feci le scale piano piano, erano poche. Oltre alle ragnatele, ricordo un altro odore, quello del vino e dell’olio, damigiane piene tenute lì, omaggio o pegno del contadino della zona.
In un angolo, trovai dei giornalini. A Nico non dissi niente, erano il mio segreto, il mio tesoro.
Li lessi tutti, uno dopo l’altro, in quel giugno di quaranta anni fa, quando i giorni seguivano i giorni, e le cose avevano, ciascuna, un proprio sapore.