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Piri Reis Map

Dicono le carte che sia esistita, e forse esiste tuttora, una terra non molto distante, ma preclusa ai mortali. Ne disegnano i confini un’invalicabile montagna, un oceano tempestoso, un’impenetrabile foresta ed un deserto senza fine.
Navigatori che perdettero la rotta ed ebbero la ventura di osservare di lontano quella terra la descrissero come altissima montagna, la cui cima è sorella delle stelle. Adwen chiamarono quella montagna i navigatori dell’oceano. Ma Adwen non era la montagna.
Adoratori del Sole abitarono quel monte. Due volte l’anno salivano col solstizio al Tempio per adempiere le solennità rituali. Più volte videro, o credettero di sapere, che là in basso, in fondo ai dirupi e alle forre, cresceva nera ed antichissima la foresta. Eth’en fu il nome che diedero alla foresta gli adoratori del Sole. Ma Eth’en non era la foresta.
Esseri silvestri di insospettata intelligenza seppero senza vedere e credettero senza conoscere che al di là dell’ultimo albero era terra seccata dal sole e inaridita dal vento. Ežæn fu detto il deserto dalle creature della foresta. Ma Ežæn non era il deserto.
Nomadi dalla pelle di cuoio i cui dromedari scelsero di seguire piste fallaci sentirono improvvisamente nel naso e negli orecchi il sapore dell’oceano. Nostalgia fu detta la malattia di petto che contrassero. El-qdān fu il nome con cui onorarono la distesa d’acqua quei nomadi. Ma El-qdān non era l’oceano.

Al centro di quella regione sorgeva una città immensa. Chi la vide la scordò o pensò di averla sognata. Chi vi entrò scordò il mondo o lo ricordò come un sogno.
In quella città v’era una torre così alta che sembrava una montagna, ma la montagna era altrove e la torre era ben più di una montagna.
V’era poi in quella città un tempio con mille colonne. Le colonne ricordavano una foresta, ma la foresta era altrove ed il tempio era ben più di una foresta.
V’era ancora in quella città una piazza smisurata, estesa e vuota come un deserto, ma il deserto era altrove e la piazza era ben più di un deserto.
V’era infine in quella città un giardino con mille viali. E in mezzo al giardino una fontana d’acque di cobalto e di zaffiro, come iride d’occhio eternamente aperto ad osservare i giri di sole, attento a seguire i passi di luna, vigile nel sorvegliare le rivoluzioni astrali. Il piccolo bacino limpido catturava l’immenso cielo e lo restituiva come fosse oceano. Ma l’oceano era altrove e la fontana era ben più di un oceano.
Nel centro della fontana nuotava una tartaruga. Sul dorso rugoso le placche erano continenti coi loro monti e le loro valli, con pianure e deserti sconfinati eppure tutti racchiusi e compresi nello spazio di un carapace.
Uno di questi continenti, al colmo superiore della cupola cornea, aveva per confini un’invalicabile montagna, un oceano tempestoso, un’impenetrabile foresta ed un deserto senza fine…

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La stampa riproduceva una carta topografca antica per aspetto e di difficile decifrazione. Racchiusa in una cornice dozzinale stava appesa alla parete in fondo alla stanza, un po’ scostata sulla destra. Per un istante venne tagliata di netto da una lama di luce radente proveniente dalla finestra. Era l’ultimo sole di una sera ottobrina che spingeva le sue dita fin dentro le case per aggrapparsi al mondo prima di scivolare dietro l’orizzonte.
La luce sulla mappa disegnava una linea diagonale poco inclinata che intersecava coste, fiumi, monti, ciascuno col proprio nome sconosciuto ed esotico scritto con una grafia primitiva, a tratti illeggibile. Nel centro esatto attraversò quel simbolo che assomigliava ad una tartaruga: una piccola forma oblunga circondata da cinque corti tratti disposti a raggera come un piccolo sole ellittico.
Fu un attimo, e la linea d’ombra e di luce subito si dissolse e scomparve.
Pensai che l’indomani il sole sarebbe stato impercettibilmente più basso e avrebbe segnato una diversa fugace traccia sulla carta, mancando l’appuntamento con la tartaruga. La configurazione appena intravista non si sarebbe ripresentata che fra un anno esatto, ma non perfettamente identica. Nel frattempo la Terra avrà percorso un giro attorno al Sole per osservare le costellazioni da altre angolazioni e alla fine del ciclo sarà di nuovo ad un punto che assomiglia a quello di partenza, ma più in là nella galassia: spostata in avanti sulla scala dello spazio e su quella del tempo.
La mappa sulla parete attenderà muta l’impossibile ripetersi della condizione appena sperimentata ed io continuerò ad immaginare e sognare una terra che si dice sia esistita e forse esiste tuttora una terra non molto distante, ma preclusa ai mortali, che alcuni chiamano Eden.