Tag

, , ,

Io e mia sorella siamo nati lo stesso giorno. Siamo cresciuti insieme, abbiamo vissuto insieme nella stessa casa per tanti anni e, ormai ne sono certo, domani moriremo insieme. Così vuole il nostro destino. Così è stato stabilito da chi ha girato la clessidra.

Sono convinto che anche Anna sia consapevole che ci stiamo avvicinando al punto estremo delle nostre esistenze. Da diverso tempo ormai non si esprime più se non a gesti, eppure io riesco chiaramente a capire come si sente. Lo scorgo nei suoi occhi e lo intuisco da certi suoi movimenti. Vedo e comprendo che è serena; e allora mi tranquillizzo anch’io. In fondo, morire a settantaquattro anni può ancora essere considerato un bel traguardo, soprattutto se non si hanno grossi rimpianti e se risulta ancora positivo il bilancio complessivo tra le gioie e i dispiaceri. In definitiva è un privilegio potersene andare così: sereni e uniti come sempre siamo stati in tutti questi anni.
Le nostre vite non facevano alcun rumore, si dipanavano leggere producendo solo un leggero fruscio sul dorso rugoso del mondo. Poi, all’improvviso, il 23 maggio di trentasette anni fa, successe qualcosa che letteralmente capovolse le nostre esistenze e decretò implicitamente, ma senza possibilità di appello, la data precisa della nostra morte. Le carte che pensavamo di poter giocare nella prossima mano ci vennero strappate e sostituite con le stesse avute all’inizio del gioco. Come un paletto conficcato a fondo nel nostro essere, quel giorno segnò il punto preciso in cui si congelarono tutti i prima e si rappresero tutti i possibili dopo in un unico percorso obbligato. Un amen che tutto chiude e tutto riapre.
Anna era muta dalla nascita. All’epoca vivevamo insieme un po’ per convenienza e un po’ per assuefazione. Semplicemente le cose erano così fin dall’inizio e non c’è mai stato alcun valido motivo per cambiare. Certo la sua menomazione da principio ha giocato un ruolo importante nelle scelte di entrambi, ma a poco a poco il sostegno che io credevo di dare a lei si è trasformato in uno scambio reciproco di complici attenzioni e di amorevoli cure.
Non ho mai sentito la necessità di trovarmi una compagna. D’altronde il mio rapporto con Anna non ha mai preteso di essere un’alternativa al matrimonio né alla vita di coppia in generale. In realtà ha finito per essere ben più di questo. È stata una rara simbiosi di affetti e di coscienze, uno splendente amalgama di meraviglie e di consuetudini, una profonda intesa fatta di tenerezze, di sguardi, di piccoli gesti. In una parola: è stata una pura ed intensa vita di fratellanza. Ancora oggi, se guardo indietro a quegli anni, mi vedo come in uno specchio, ma faccio fatica a distinguere i lineamenti del mio volto da quelli di Anna.

Quel fatidico giorno, rientrando la sera, avevo fatto ad Anna la solita domanda: “Sei felice?” sicuro di trovare nel suo sorriso la consueta rassicurante conferma che sì, era felice. Glielo chiedevo spesso, in parte perché quel suo sorriso mi riempiva il cuore, ma soprattutto per avere il pretesto di riempire i suoi silenzi dicendo a mia volta “anche io lo sono”.
Rientravo dal lavoro e lei era, come spesso capitava in quel periodo, seduta alla finestra con un libro in grembo. La sua condizione le permetteva di fare solo dei lavori part-time per brevi periodi e così riempiva le giornate leggendo romanzi oppure curando le piante. Avevamo la casa piena di libri e il terrazzino germogliato a verde. In queste due sole attività lei era pienamente e completamente sé stessa, erano i due poli da cui e verso cui fluiva il suo spirito vitale: dai libri riceveva e alle piante donava.
Entrai, dunque, e chiusi la porta dietro di me. Lei si girò a guardarmi da sopra la spalla come emergendo da un sogno ad occhi aperti. Fino a quel momento suoi sguardi erano sempre stati per me come parole pronunciate a fil di labbra. Questa volta ebbi l’impressione di un mutismo assoluto. Nei suoi occhi c’era un’espressione sconosciuta, fatta di stupore e di sconforto come se per la prima volta lei stessa trovasse difficoltà ad esprimersi. Fu anche per questo motivo che mi avvicinai per chiederle “Sei felice?”
Esitante le misi una mano sulla spalla, scostandole lievemente i capelli. Attesi un istante scrutando le profondità dei suoi occhi e finalmente le dissi: “Sei felice?” Nel silenzio della stanza queste due parole si stagliarono nette e definitive nel breve spazio tra la mia bocca e le sue orecchie, scuotendo fino alle fondamenta quella estrema e fragile impalcatura che per anni aveva sopportato il peso del mio parlare e del suo ascoltare. Intuii non so come che quel ponte stava crollando senza strepiti e senza spasimi, liquefatto e subito assorbito da un nuovo stato di realtà.
Anna rispose piano: “anche io lo sono”. Questo diceva la sua bocca, mentre gli occhi cercavano imploranti una risposta consueta, familiare, magari anche logora, però vera. Profondamente vera e certa perché pronunciata da loro stessi, da sempre garanti delle verità più pure e trasparenti. Pronunciata senza l’ausilio della parola, senza la mediazione di quella maledetta ciarlatana falsa e ingannatrice.

Da quel momento i giorni presero a scorrere come al contrario, coi ruoli scambiati: io muto e lei impacciata nella nuova condizione che mal le si adattava.
Non impiegammo molto tempo per renderci conto che questa situazione, assurda ed innaturale, aveva un risvolto banale nelle premesse, ma atroce nelle conseguenze. Ci accorgemmo infatti che Anna non sempre riusciva ad articolare le parole per costruire frasi sensate. Ciò che voleva dire rimaneva come impigliato a metà strada tra il pensiero e le labbra; e con ciò ne approfittava la lingua per proferire frasi sconnesse. Questo stravagante stato di cose produceva spesso effetti buffissimi che ci facevano ridere come matti. Più spesso invece i risultati erano avvilenti. Allora lei scattava stizzita perché ciò che si era impegnata a dire con tanto fervore e serietà, finiva per sfaldarsi tra lingua e palato in frasi sconnesse.
Ad un certo punto però il motivo di questo scarto tra pensiero e parola ci apparve tragicamente chiaro: Anna aveva ricevuto in dote un numero finito e definitivo di parole. Ogni giorno aveva a disposizione solo ed esclusivamente tutte quelle parole usate da me nel corrispondente giorno simmetricamente antecedente a quello della nostra metamorfosi. Vale a dire che se io, ad esempio, dieci giorni prima di quel giorno avevo pronunciato in tutto solo cinquanta parole, Anna avrebbe avuto quelle cinquanta parole – e solo quelle – per esprimersi durante tutto il decimo giorno successivo alla fatidica data.
Più il tempo passava, più era difficile ricordare cosa avessi detto o fatto durante il relativo giorno del periodo in cui ero io quello ancora in grado di parlare. Quindi divenne ben presto impossibile fare qualunque tipo di previsione su quali parole Anna avrebbe potuto usare durante la giornata.
La faccenda presentava però altri due aspetti piuttosto interessanti.
In primo luogo era evidente che all’inizio di ciascun giorno, avendo tutto il patrimonio di parole spendibili ancora intatto, Anna riusciva ad esprimersi in modo piuttosto preciso. Era in questi momenti che c’erano più probabilità che riuscisse a formulare frasi di senso compiuto. Ma era anche il periodo della giornata in cui poteva più facilmente confezionare memorabili strafalcioni dovuti alla mancanza di uno o due termini, cui sopperiva involontariamente con altri pescati tra quelli in dotazione.
Verso sera, ma spesso già durante il pomeriggio, il vocabolario a disposizione era ormai praticamente inutilizzabile. Avanzava magari ancora qualche verbo di quelli più diffusi, ma la maggior parte erano troppo specifici e dunque vincolavano troppo il senso della frase. D’altra parte gli aggettivi non si sposavano in alcun modo coi sostantivi rimasti e tutta la minutaglia indistinta di avverbi, congiunzioni, preposizioni, articoli e pronomi non erano sufficienti a costruire nemmeno brevi periodi che esprimessero un pensiero sensato. Insomma, difficilmente si riusciva a trovare materiale linguistico sufficiente anche solo per dire: “sono stanca, mi faccio una doccia e poi vado a dormire”.
L’altro risvolto, che ci apparve sempre più evidente man mano che passavano gli anni, era costituito dal fatto che il vocabolario subiva una lenta ma costante regressione perché attingeva dal mio vissuto sempre più indietro nel tempo. Man mano che invecchiavamo, Anna ha dovuto adattarsi a parlare con le parole di un ventenne, poi con quelle di un adolescente e più recentemente con quelle di un bambino che di giorno in giorno conosce sempre meno vocaboli.
Questa involuzione del linguaggio si accompagnava ad una regressione anche dei modelli linguistici legati agli aspetti culturali. Tra le pieghe delle espressioni di Anna ricomparvero modi di dire e termini ormai diventati desueti. Per esempio qualche anno fa dovette fare i conti con una imbarazzante quantità giornaliera di ‘cioè’ e sempre nello stesso periodo un paio di volte fece capolino il termine ‘matusa’.

Non so ha avuto senso raccontare la nostra vicenda. Quel che è certo è che ormai sta giungendo al termine. Da qualche mese Anna è tornata ad essere praticamente muta. Ora lo siamo entrambi. Finalmente ci assomigliamo in tutto, come due veri gemelli.
Dai conti fatti, risulta che domani anche l’ultima parola sarà pronunciata, dopo di che tutto tornerà in grembo al nulla.
Non ci sono rimpianti, nessun rammarico. Solo un indefinibile sensazione di dolce stupore per come due intere vite abbiano avuto a disposizione una quantità di parole sufficiente per viverne solo mezza.
Trentasette anni fa, quando la clessidra fu girata anzitempo, la sabbia che era già passata attraverso la strozzatura riprese a fluire indietro nel bulbo da cui era appena caduta. Le parole già dette tornarono a risuonare sulle labbra di Anna. Ora non ne restano più. Anche gli ultimi granelli di sabbia stanno per passare, definitivi e irrecuperabili.