Molti sostengono che il silenzio non esiste. Ne sono convinti gli astronomi, quando affermano che nell’apparente silenzio dello spazio, dove i suoni non si propagano, esiste il rumore di fondo, memoria della creazione. Gli stessi affermano che il concetto di infinito non può essere compreso dall’uomo. Troppo estraneo alla nostra mente. Scienza e filosofia. Sabbia fra le dita del tempo. Altri invece lo difendono, il silenzio. Provate a chiedere a un musicista cosa si deve sentire in una battuta di spartito vuota. Come per tutte le cose della vita, ognuno di noi deve provarle per viverle. Qualcuno vive per provarle. La mia più importante esperienza con il silenzio l’ho provata lungo il Cammino di Santiago, percorso in bici, qualche anno fa. Ero sposato da poco, ma non stavo tentando una fuga prematura, mia moglie non me l’avrebbe resa così facile. Avevo solamente bisogno di stare con la persona che mi aveva accompagnato in un lungo cammino da tutta la vita. Le dovevo rendere il favore ripagandola con la stessa moneta. Un altro cammino insieme.

Il silenzio si è insinuato al mio fianco, fluido e avvolgente, verso la fine del percorso, a poche centinaia di km da Santiago, quando iniziano le salite. I primi seicento km sono un continuo alternarsi di colline, altipiani e sentieri sterrati immersi in valli e panorami mozzafiato, fra colori dipinti da giornate di vento, che come sfondo hanno il verde e tutte le sue sfumature. Ma è solo verso la fine del Cammino, quando ormai il corpo è al limite della resistenza, che si incontrano le vere salite. Una su tutte, il Cebreiro. A lui si riconduce il tutto. La prova ultima. In ventisette anni di bici ho sempre notato parallelismi fra questo sport e le varie esperienze della vita. Da entrambe ho preso grandi batoste. Ad oggi mi sono sempre rialzato. Quando in un romanzo leggo descrizioni di sensazioni fisiche provate durante uno sforzo, sorrido sempre; spesso si associa il “non farcela più” a un senso di oppressione ai polmoni, a un fuoco all’altezza dello sterno, al fiato corto, a gocce di sudore che scendono copiose. Non sono queste le sensazioni di sforzo che si provano lungo una salita, in bici. Se si ha un po’ di allenamento, il problema non sarà quasi mai il fiato corto o il polmone in fiamme. Il problema é sempre nel peso. In quei momenti il peso delle gambe aumenta inesorabile ad ogni giro di pedale. La fatica raddoppia, perché mentre con la gamba destra stai cercando con tutto te stesso di spingere verso il basso, non stai prestando attenzione alla sinistra, che ora dovrai rialzare. Ma hai sempre meno forza, e quelle due maledette gambe sono sempre più dure e pesanti. Ad ogni pedalata percorri solo due metri e mezzo, mentre la salita è lunga diversi km, e anche se non sei un genio in matematica, capisci che dovrai ripetere quel gesto centinaia di volte prima di arrivare ai 1300 metri di quel maledetto Cebreiro. E’ allora che arriva il silenzio. Arriva come risposta a una domanda. Che è la stessa per tutti quelli che pedalano in salita. Se lo chiedono i ciclisti della domenica mentre affrontano un cavalcavia e se lo chiedono i professionisti sulle rampe dello Stelvio: – Ma chi me lo ha fatto fare? – Il silenzio è la risposta negli attimi che seguono. Nessuno intorno a me, ma anche se ci fosse qualcuno più avanti, non lo vedrei, perché se il funambolo non deve guardare in basso, chi pedala in salita non deve guardare in alto, verso la pendenza. Nessun rumore. Solo il mio respiro, ma non ci faccio caso. Dopo qualche curva vengo avvolto dalle umide esalazioni della nebbia. La sento appiccicarsi alla pelle. E anche quelle gocce pesano. Arriva un fastidio, una lieve eco lontana, come un lamento che dalla valle arriva alle mie orecchie. Entra nell’arena, dove si sta svolgendo la lotta per la sopravvivenza che sto affrontando. Sì perché chi va in bici, in salita non mette mai il piede a terra. Non si fa. Non puoi. E’ questione davvero di vita o di morte. O me o te, salita di merda. Il fastidio non è fisico, non c’è posto nel corpo già dolorante. Il fastidio arriva da dentro. E’ un rumore. E’ il rumore del silenzio chiuso sotto pressione in una scatola di specchi da troppo tempo, che di colpo esplode, lanciando le sue schegge di lame lucenti in ogni direzione, a trafiggerti. E’ un passato che credevi andato per sempre. E’ un cadavere annegato che riaffiora dalle nere acque di un lago, e torna a galleggiare. E allora il silenzio così imploso mi urla, come un dannato incatenato ai vapori di questa maledetta nebbia, che sono quattro anni che cerchiamo di avere un figlio, e non arriva, ma nessuno sa spiegarcene il motivo. I medici hanno detto che ne avrei già potuti avere, come potrei non averne mai. Ma i medici non sanno andare indietro nel tempo. Il nostro corpo invece può somatizzare qualunque tipo di trauma, in modi misteriosi, per tutta la vita. Di colpo mi trovo fianco a fianco al mio passato, a mia madre che mi ha buttato addosso un carico insostenibile di dolori psicologici, colate di cemento tutte sopra di me, nelle quali l’agitarsi non serve. Che tanto mio padre non c’era mai, e quando usciva, la sera, volevo che restasse, che non mi lasciasse solo con lei. Lui non sapeva che lei aveva un altro, ma io sì, io lo avevo scoperto, e non sapevo cosa fare. Cristo, ero solo un bambino che sapeva di essere in mezzo a qualcosa di sbagliato, che non vedeva l’ora di diventar grande per andarsene via da lì, e che si era fatto una promessa: se mai, da grande, avesse avuto dei figli, non avrebbe mai fatto viver loro quei dolori; e allora andavo a nascondermi nella mia stanza, a leggere, pregando che lei non entrasse. Mentre pedalo rivivo e sento tutte le cose che mi hanno segnato l’anima con cicatrici, le botte prese e le frasi subite, sono tutte lì, dietro ogni curva. Solo ora, dopo anni, a centinaia di km da casa, ne sfogo la rabbia pedalando; se fra le mani avessi delle pietre, le frantumerei sbriciolandole fra i pugni, mentre allora, da bambino, da solo in camera, i pugni chiusi non erano così forti, e mi rendo conto di aver appena urlato nella nebbia un gran Vaffanculo a voce alta, contro il mio demone personale. Che non è sconfitto, ma in bici è più lento di me, e un po’ lo lascio indietro. Ritorna il silenzio. Sono ancora avvolto dalla nebbia e ora che l’adrenalina creata dai ricordi sta un po’ calando, riprendo ad ascoltare il mio corpo; so che appena poggerò il piede a terra le gambe saranno invase dai crampi, e allora rallento l’andatura e proseguo. Ancora non sono consapevole di quanto sarà utile nella vita: rallentare e tenere duro. Negli anni a venire ho imparato che questa è stata la vera lezione del mio Cammino di Santiago. Quando tutto intorno sembra essere troppo, troppo difficile, troppo grande, troppo in pendenza, rallenta, non fermarti ma semplicemente rallenta, pensa al tuo respiro e prosegui. Che la salita continui pure, che le gambe si appesantiscano pure, che la pendenza ti stremi. Affrontala e lascia che sia. Alla fine del rettilineo vedo una macchia al lato della strada. Un cartello. Alto do Cebreiro, altitud 1300m. Ho pianto.
Lo giuro. Sospeso nel vapore della nebbia, sento voci, profumi, macchie di luce. Lì in cima c’è un villaggio in pietra ricostruito su un insediamento di origine celtica. E’ una delle cose più straordinarie che abbia mai visto. Locande fumose dalle quali escono gradevoli profumi, pellegrini compagni di viaggio che a piedi camminano fra le viuzze, sorretti dal tipico lungo bastone, sudati dopo l’ascesa, ma felici. Quella serena felicità che in vita mia ho visto solo sulle facce sporche di sabbia e polvere dei bambini che giocano e di quelli incontrati qui, lungo il Cammino. Anche loro hanno percorso la stessa strada, lo stesso tratto di vita, le stesse fatiche, e forse hanno gli stessi demoni; o forse no, in fondo è giusto che ognuno abbia i suoi.