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Rosso. Rosso sbiadito. In alto, un riquadro blu incorniciato da un bordo dorato, alla base un rettangolino di carta bianca attaccata con lo scotch, numeri e sigle separati da una barra, mi dicono essere il mio indirizzo…sanno dove trovarmi, questo dovrebbe essere rassicurante.
La vetrina dello scaffale non rispecchia altro, va bene così, ogni volta invecchio un pò ma non troppo, non come quella volta che mi sono ritrovato con il frontespizio un po’ divaricato, l’inizio della fine, ho pensato, ma adesso ci stanno un po’ attenti, mi hanno rimesso a posto, ogni volta che mi affidano all’esterno (sempre più di rado, devo dire), si raccomandano : “attenzione, è un’edizione del ’56, ce la deve riportare così com’è, se vede che si stacca la costina ce lo riporti subito, interveniamo noi, non metta niente..!!”
Da quando sono arrivato in questa biblioteca, saranno gli anni che passano, sarà l’ambiente, non so, non amo andarmene, sto bene vicino ai miei simili, stessa età, stessa edizione, stessa epoca, stesso autore, io e Anna, in particolare, ci troviamo bene uno vicino all’altro, lei è tranquilla, si muove poco come me, ci adagiamo sul nostro scaffale accumulando la nostra polvere quotidiana, sono tutti gentili, qua dentro, con senso di decoro e rispetto.. prima, nell’altra biblioteca, mi avevano messo sotto la “T”, vicino ad altre edizioni più nuove, più sguaiate, pulite, lucide, andavano e venivano con una facilità sfacciata, sorridevano soddisfatte ogni volta che una mano si avvicinava e immancabilmente prendeva loro, non me, come se fosse una cosa di cui vantarsi,
uscire così spesso, farsi logorare da mille dita estranee e invadenti, .. le poverine, senza neanche quella copertina dura che un pò preserva dal tempo e dall’incuria degli umani, anzichè vivere lo stesso mio lento e sottile disfacimento, tracollavano all’improvviso tra una consegna e l’altra, ogni volta rientrando con un angolo, una sottolinatura, una ruga in più..e la vetrina rimandava implacabile il giudizio finale, il degrado irrimediabile,…quante ne ho viste, di edizioni finite al macero..
Lo scatto di apertura della chiave, un refolo di aria che si insinua, la mano che si avvicina, le dita che scorrono sulle varie costine, trattengo le mie pagine con timore, se poi si ferma proprio su di me un brivido di ansia fa vibrare l’intero tomo, il dolore del distacco dall’ambiente noto, l’essere catapultati al di fuori, in balia di appoggi instabili, esposti alla luce, all’aria, agli sguardi che scorrono tra le righe, ai polpastrelli che, magari inumiditi, prendono i miei angoli e li girano con maggiore o minore delicatezza, poi l’immancabile chiusura di scatto, nervosa, una scossa che rimbomba a lungo fin dentro le legature, “..eccomi arrivo..”, o “..”pronto, ..ciaoooo,..”.
La vita degli umani che irrompe nelle mie stanche pagine, lasciatemi tornare, dopo tanta Guerra, datemi Pace…
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